Caro diario, ho tanta voglia e bisogno di sfogarmi

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Elezioni, partecipazione civica e costruzione del domani. Qualche domanda sul mio futuro di giovane laureata. Si avvicinano le elezioni, si abbassa il livello di fiducia nel futuro. Ci si guarda perplessi e si scuote la testa, la decisione riguardante il voto sembrerebbe mettere in difficoltà più di uno di noi. Soprattutto se quell’uno di noi fa parte della generazione 20-30 anni, quella fascia che sembra essere figlia di nessuno, ma contro la quale tutti hanno qualcosa da dire. Perché poi? Dovremmo essere i più arrabbiati: siamo quelli ai quali è stato spazzato via l’orizzonte dei progetti, quelli ai quali viene continuamente rinfacciato qualcosa, quelli che tutti compatiscono ma che nella realtà dei fatti ricevono amorevoli buffetti sulle spalle o denigranti frasi di commiserazione, quelli che devono guardare all’estero per solo immaginare un futuro diverso da quello che ci aspetta nella nostra patria. Perché questa generazione, la mia generazione, sembra essere sempre così assente da quella agorà pubblica dalla quale dovrebbero erigersi le colonne per edificare e rinvigorire la società del domani? Perché non possiamo essere coinvolti?

Il concetto di “partecipazione” nelle giovani menti oscilla spesso da un polo di assoluto entusiasmo nei confronti della vita a un altro di totale scoramento, che porta all’esaltazione dell’individuo egoista e alla famosa coltivazione del proprio orticello.

Sarà colpa del postmodernismo in cui siamo immersi, dell’identità liquida che sembra scivolarci dalle dita, delle aspirazioni e i desideri di successo che dalla nostra nascita ci sono stati inculcati come ideali massimi a cui puntare e ambire, del Paese in cui viviamo o dei pochi stimoli che riceviamo. Invochiamone uno, il ventaglio della scelta è ampio: diamo la colpa a qualsiasi cosa “altra” da noi, quel tradizionale capro espiatorio al quale ci appelliamo per salvarci la pelle. Uno qualsiasi, purché non sia colpa nostra.

La partecipazione è una caratteristica che non troppo spesso ci caratterizza? Forse non è così.

La mia generazione, quella dei 25enni che hanno raggiunto la laurea specialistica e ora non sanno dove sbattere la testa, è quella sulla quale vengono scaricate le attuali colpe: siamo choosy, siamo insoddisfatti, siamo capricciosi, siamo egoisti, siamo superficiali. Ma qualcuno di quei padri dell’”intellighenzia” che ci punta il dito contro ha mai visto, e vissuto, quello che abbiamo passato negli anni di maggiore formazione? Si è mai immerso nella nostra realtà quotidiana, lontana da casa, dalla famiglia, sballottati in una città diversa, con lezioni continue, esami da far apprezzare a professori troppo arroccati nella loro posizione da super mentis, con lavoretti per mantenerci, con pranzi e cene improvvisate alla “bell’e meglio”, per il solo piacere di stare assieme, di confrontarci tra di noi, di ascoltarci? Hanno mai assistito alle discussioni che fervono in queste famiglie nate dal nulla, in questi nuclei formati da individui provenienti da ogni parte d’Italia e del mondo, con i più disparati background, con le situazioni più bizzarre alle spalle e le ambizioni le più eterogenee tra loro?

La nostra voglia di cambiamento è dirompente, ci pervade l’animo, ma rimaniamo spiazzati di fronte a un futuro che non ci dà alcuna possibilità né ci fa intravedere il minimo di spiraglio di luce. Abbiamo fatto il liceo, la triennale, un anno di Erasmus, abbiamo finito la magistrale, ora lanciamo curricula come fossero coriandoli, affolliamo gli Informagiovani, captiamo annunci di lavoro a centinaia di chilometri.

E ora? L’entusiasmo dei primi anni dell’università è andato affievolendosi semestre dopo semestre, di fronte a professori troppo rintanati nelle loro torri d’avorio per scendere e confrontarsi con noi, di fronte a un mondo del lavoro che non propone altro che stage formativi, se ci va bene, ma senza alcuna possibilità di futuro. Di fronte a quel mondo di adulti che ci guarda con occhi permeati di pietismo misto a colpevolezza, scuotendo la testa e arrendendosi all’evidenza che per noi non c’è posto.

La soluzione di partire passa sempre per i nostri pensieri, cerca di ammaliarci e di tentarci con tutti i pro del caso, ma le finanze di uno studente universitario sono quelle che sono; la vita del “fuori sede” ha ben poche agevolazioni, e i genitori, quelli che con un solo sguardo amorevole hanno spazzato via ogni abbattimento e stanchezza provocati dall’ultimo esame, hanno ormai finito le risorse per mantenerci. Ed è difficile ora ritrovare l’energia: è sotto la cenere, è lì che prova a risplendere, ma ci vuole qualcuno che ci aiuti a spolverarla per farla tornare al brio iniziale.

Perché nessuno ci dà più credito?

Sembrano tutti troppo impegnati a imbellettarsi il viso, a riempirsi la bocca di parole seducenti ed effimere promesse, ma nessuno è sinceramente interessato ad ascoltarci o a coinvolgerci nel modellamento del nostro futuro. Se siamo la generazione etichettata dal banale “i giovani d’oggi” è colpa nostra o di qualcuno che ci ha preceduto e che non è stato in grado, o non ha voluto, essere lungimirante e ha badato al solo tornaconto personale?

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Daniela

    Cara Linda,
    sono assolutamente d’accordo sul fatto che i giovani dovrebbero coivolgersi di più nella scena politica attuale e farsi sentire. Un po’ meno d’accordo sul fatto che sia stato “spazzato via l’orizzonte dei progetti”. A 25 anni chiunque voglia avere dei progetti può perseguirli e l’entusiasmo (almeno a 25 anni) è d’obbligo. Mi fa sorridere “quello che abbiamo passato negli anni di maggiore formazione” :-) Andare via di casa, fuori sede significa diventare adulti ed è un passaggio obbligatorio. Le baronìe le abbiamo subite sempre, l’Università è fatta così, lavorare durante gli studi è un fatto assolutamente normale in tutto il mondo, “pranzi e cene improvvisate alla “bell’e meglio”, per il solo piacere di stare assieme” sono tra le cose belle di questa fase della vita, non stanno nella categoria “quello che abbiamo passato”.
    La situazione certo non è facile ma facilissima non è stata mai, la tua generazione ha almeno il vantaggio di essere nata con questa consapevolezza. La mia (quella dei quasi o ultra quarantenni) ha vissuto la transizione sulla propria pelle e ha perso qualche lustro per capire in che direzione stava andando il mondo. Nemmeno a noi nessuno ha dato credito; prima non abbiamo avuto spazio perchè troppo giovani, ora iniziano a chiederci di farci da parte per fare spazio a quelli ancora più giovani…Eppure io penso che nemmeno noi abbiamo il diritto di piangerci addosso, come spesso facciamo, figuriamoci voi “piccolissimi”. Sì, dovete partecipare, non dovete aspettare di essere coinvolti, dovete coinvolgervi in prima persona, nessuno vi darà credito, dovete costruire da soli la vostra credibilità. Un po’ di rabbia va bene, genera energia, ma la disillusione e la mancanza di entusiasmo non sono ammissibili,non ora almeno…In bocca al lupo. D.

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    • Linda.F

      Cara Daniela, scusa la risposta tardiva. Nessuna disillusione, assolutamente, solo sconforto derivante da alcune circostanze poco piacevoli. E scritte su quella scia.
      Grazie per le belle parole, L.

      Rispondi

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