Braccia rubate all’agricoltura. A febbraio

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Sveglia!
Siamo già quasi a metà del mese lunare: praticamente alle porte della primavera!

Ok, forse corro un po’, in ogni caso per non fare quelli che come al solito arrivano in ritardo, continuiamo a pensare a cosa disporre nel nostro orticello per la bella stagione e nel frattempo iniziamo a piantare qualcosa di nuovo.

necessaire

Mentre siete impegnati a scegliere affannosamente il pomodoro più bello tra i cesti del supermercato, avete mai pensato con nostalgia all’orto di vostro nonno?! Io sì. Da piccola mi perdevo tra i filari delle piante di pomodoro…ma quanto erano buoni se addentati di nascosto all’ombra dell’albicocco?! Caldi come il sole di luglio, succosi…fin troppo! Lo “sbrodolamento” su mento e polsi era assicurato. Se anche voi avete una sana passione per paletta e rastrello, se vi piace annusarvi le dita che sanno di erbe aromatiche e se pretendete che le zucchine sappiano di zucchina, buttate un occhio a questa rubrica: potrebbe servirvi. Con il patrocinio dell’ambiente e del vostro portafogli.

Ad esempio, nel periodo di luna crescente si potrebbe trapiantare la cicoria, ma solo se esiste la possibilità di una coltura protetta. La cicoria selvatica o comune (o Cichorium intybus) è una pianta erbacea facilmente coltivabile, perché non necessita di costanti irrigazioni o di concimazione… sempre che riusciate a reperirne le sementi. Poiché cresce praticamente ovunque, se ne possono raccogliere i capolini spontanei subito dopo la maturazione dei semi, magari evitando i parchi cittadini o le aiuole spartitraffico. I semi si devono quindi distribuire su un substrato ben drenato e al sole, oppure in vaso.

campo di cicoria selvatica

Questa pianta si raccoglie tagliandola alla base; se non la si consuma fresca (cruda o cotta), la si deve appendere al contrario aspettando che si secchi,  per farci ad esempio una di quelle tisane che in passato venivano usate per depurare l’organismo in caso di itterizia. Nel XVIII secolo la radice essiccata si utilizzava come surrogato del caffè (il noto “caffè di Prussia”); in Italia se ne faceva uso soprattutto durante le guerre napoleoniche e durante le due guerre mondiali, quando era difficoltosa l’importazione di “quello vero”.

Anticamente esisteva il mestiere del cicoriaro, che raccoglieva nei campi questa pianta e poi la rivendeva nei mercati rionali.

E ora un indovinello: popolavano le sponde di Tigri ed Eufrate, sono divisi in maschi e femmine e hanno le zampe, ma non sono animali. Cosa sono? Asparagi, naturalmente!

un bel mazzetto di teste di asparago verde

Durante il periodo di luna calante si potrebbe mettere a dimora la loro parte inferiore, detta “zampa”, ottenuta da piantine cresciute nei mesi precedenti. Le zampe si posizionano a file, in fosse profonde 20-30 centimetri e larghe 50-70; il terreno ideale per l’asparagiaia è la sabbia fertile. L’asparago impiega parecchio tempo a fruttificare (generalmente la prima raccolta si effettua al terzo anno), poi però può produrre anche per quindici anni. I turioni (la parte superiore dell’asparago, carnosa e commestibile) si raccolgono non appena spuntano dal terreno, prima che si sviluppino all’aria aperta, altrimenti proseguono nella loro crescita, lignificando e trasformandosi in steli con foglie, fiori e frutti. Un particolare tipo di asparago, di colore bianco, è quello di Bassano DOP, sulle cui origini esistono due diverse storie. Qualcuno narra che la sua scoperta sia stata casuale, successiva ad una grandinata violentissima che si abbatté nella zona della città veneta intorno al XVI secolo. La furia della natura aveva distrutto la parte aerea dell’ ortaggio, costringendo i contadini a cogliere la parte che stava sotto terra, cioè la parte bianca. Si accorsero che anch’essa era commestibile e soprattutto buona. Da allora si cominciò a cogliere l’asparago prima che spuntasse da terra.

l’asparago bianco fa capolino

Qualcun altro tra le genti del Bassanese racconta invece che Sant’Antonio da Padova, di ritorno dalle missioni africane, portò con sé alcune sementi dell’asparago, delle quali si sarebbe servito per tentare di ammansire il feroce Ezzelino (a quanto pare però non servì a molto…): percorrendo il tratto di strada da Bassano a Nove, avrebbe seminato tra le siepi le sementi dell’asparago, le quali avrebbero rigogliosamente popolato una terra che tutt’oggi è fra le più feconde per la sua coltura. Ovviamente non poteva mancare la ricetta locale, i famosi “asparagi alla bassanese“:  lessateli (meglio con l’asparagera, per fare in modo che l’acqua bollente non raggiunga le punte, spappolandole) ed intingeteli in una salsina a base di uovo bollito ma non ancora sodo, olio, aceto, sale e pepe.

Prima che qualcuno protesti, vorrei ricordare che esiste anche l’asparago bianco di Cimadolmo (Treviso) IGP, il primo asparago ad entrare con certificazione in Europa.
Adesso sapete anche questo. Buon lavoro!

 

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