1000 modi per morire

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Nel regime mediatico anche la morte diviene merce, passando attraverso le regole, le logiche e la sintassi del mercato pubblicitario. Ad ogni morte corrispondono un po’ di contanti, in un universo dove, di riflesso, il valore della vita non ha pregnanza alcuna e il lato commerciale e remunerativo è fornito unicamente dalla morte e dal come si muore. La morte è spettacolo, e lo spettatore dimentica l’evidenza che il destino ha in serbo per lui la stessa fine.

La morte è ovunque. Mai sarebbe stato più bizzarro pensare che, dopo quasi un secolo che Conrad ha scritto i suoi romanzi con l’odore della morte più intenso come Linea d’ombra e Cuore di tenebra, un programma televisivo – pop, trash, commercializzato e commercializzante – usi un incipit di tal fatta per aprire le danze dello spettacolo. Il programma si chiama 1000 ways to die e in Italia è trasmesso da Dmax, canale 52 dello scacchiere digitale.

Magari è solo spocchia intellettualistica parlarne, tuttavia 1000 ways to die è una delle tante chiavi per comprendere un giovane di venti anni. Il Paese di origine, ossia dove è stato pensato e poi prodotto, non poteva che essere gli Stati Uniti d’America. Non è importante capire quanta audience produca in base ai Paesi in cui viene trasmesso (si suppone che venga mandato in onda in tutto il mondo come la miriade di format televisivi che invadono il satellite, il digitale, l’etere in toto), forse si scoprirebbe che ha  più successo in Finlandia per la loro naturale tendenza al suicidio o è più conosciuto in Cile per un sentimento colonizzato a stelle e strisce distillato da Pinochet in poi; quello che interessa è, piuttosto, che sia un programma che ogni adolescente o ventenne italiano conosce. Chi scrive ne è sicuro, pur non avendo e non volendo approfondimenti scientifici a suddetta tesi.

In breve cosa è 1000 ways to die (1000 modi per morire)? Un programmino di venti minuti circa, diviso in cinque, sei, sette episodi con al centro il tema della morte. Suicidi, omicidi, stragi, eccidi armeni o genocidi circassi? Niente di tutto questo. Il numero 1000 sta a significare la casistica dei modi più strambi o fintamente terribili con cui un essere umano può procurarsi la morte. I casi vengono descritti con un andamento della tensione narrativa di matrice sarcastica oppure, a volte, disgustosa. Tutto sembra filtrato dall’ironia, ma quello che viene fuori è un quadro surreal-patetico con tracce di vomito post-qualcosa.

Si inscenano le morti avvenute anni prima, ossia ogni episodio che dura tre, quattro minuti comincia con la data in cui la messinscena si è palesata realmente sul pianeta Terra, così da rendere, per chi guarda, l’episodio più accattivante. Se so che quello che guardo è realmente accaduto, prendo più sul serio quello che guardo: regola stupida e deprimente quanto battuta e vincente dai e per i codici televisivi occidentali. Non c’è alcuna presunzione o mimesi  irreale in quello che si racconta: tutto è già accaduto, quindi tutto può essere raccontato.

Gli episodi sono uguali nella struttura: la presentazione del personaggio o dei personaggi, scene di vita domestica, l’acme mortifero intervallato dalla spiegazione scientifica e infine il commento acido del voice-over sull’immagine del corpo morto. La cornice di ognuno o, sarebbe meglio dire, l’atmosfera che amalgama le facce e gli ambienti è intrisa di banalità. E sta proprio in questo lo specifico del programma o, molto probabilmente, della televisione tout court.

Si parte sovente da situazioni di asettica vita quotidiana: un agente del fisco che cerca di far firmare la ricezione di una multa ad un contribuente infedele; un uomo che prova a portarsi a letto una donna attraverso una cenetta romantica; un mandriano che entra nella stalla per fottersi la signora dello stalliere.

E quando tutto sembra noioso o superfluo, ecco spuntare il coup de théâtre tanto atteso dallo spettatore ormai fidelizzato all’appuntamento televisivo. L’agente del fisco muore perché la penna che si fa prestare dal contribuente infedele, proprietario di un’armeria, in realtà è una mini pistola che spara a salve e, coincidenza macabra, il colpo gli finisce in un occhio e lo stende; l’uomo che si fa chef per portarsi a letto la donna serve a tavola due piatti di escargots non spurgate e ancora vive che, una volta ingerite, porteranno ad una morte lenta e dolorosa a causa di alcuni batteri che ristagnano sulla vischiosità delle lumache; il mandriano, scoperto dal marito accanto alla moglie fedifraga, scappa e nel farlo viene fortuitamente sommerso da uno scarico di letame di una cisterna: morirà soffocato dalla merda e, come spiega il dottore che fa da contrappunto scientifico alle immagini trash che scorrono, dagli effluvi gassosi che le feci di mucca distribuiscono nella pura aria di campagna.

Il genere potrebbe essere definito post-pulp, un po’ Bukowski un po’ Tarantino, sebbene non abbia alcun tipo di velleità filosofica od umanistica. Tutto rimane superficiale proprio come in un porno. E proprio col porno ha in comune, come si diceva sopra, lo specifico, ossia la Banalità. In tal senso, è da essa che tutto si genera e passando su di essa che tutto viene sormontato dal successivo episodio. I medesimi sono difficili da ricordare in maniera intensa, lo scorrere del blob televisivo fa in modo che anche le morti rappresentate più terribili divengano stupide, surreali e quindi di divertente sguaiataggine (c’è uno in un episodio che muore con la testa mozzata da una cassetta delle poste mentre è intento a vomitare fuori dal finestrino mentre l’amico al fianco guida e lo prende in giro per tutto l’alcol ingollato). La banalità e il conseguente surreale non senso (che sempre fa sorridere) depura le accidentali disgrazie ferali dalla loro efferatezza. Una testa mozzata, un attacco cardiaco, uno stomaco traforato, un busto stracciato a metà, diventano accessori e/o strumenti per niente narrativamente palatabili e solo utili allo showbitz della narrazione.

Niente è grave in 1000 modi di morire, alcune cose sono presentate con una patina gotica talmente ridicola che lo spettatore non si mette paura neanche per sbaglio, mentre l’”estasi” viene raggiunta quando il morto designato muore, sempre a patto che lo faccia a causa di circostanze stupide e/o dannatamente fortuite. Su ciò si regge il patto con lo spettatore.

Il Banale si riscatta, o almeno gli strumenti narrativi sottesi al racconto cercano di farlo, attraverso un evento fuori dal comune, bizzarro o surreale, che porta alla morte il personaggio. Viceversa alcuni episodi partono da una situazione fuori dal comune, bizzarra o surreale, in cui il personaggio o i personaggi in questione muoiono per un fatto banale che evidenzia la bizzarria o la sur-realtà della situazione in cui il medesimo personaggio si era cacciato. Nel caso invece in cui si ha una situazione straordinaria con una morte straordinaria gli episodi perdono il loro specifico, divenendo né più né meno che un nuovo surrogato di “real tv”.

Non vi è alcuna Ecate divina o psicopompo mitologico proprio perché tutto deve attenere alla scontato fluire della vita di chiunque: più ci sentiamo vicini alle situazioni, più la morte ci appare come un’eventualità lontana dalla nostra sfera delle possibilità. Quasi che il programma si proponga non deliberatamente di esorcizzare la morte sublimandola in un condensato di tv commerciale. Come scriveva Umberto Eco in Fenomenologia di Mike Bongiorno : “In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti“, così lo spettatore del suddetto programma rimane immoto e si sente Dio al di là della morte. Credenza dettata dal tempo relativista e pressapochista in cui viviamo.

Dunque, la morte in 1000 ways to die è un epifenomeno del banale, da esso si emana. Non vi è più alcun senso greco della tragica morte, nessun ammiccamento eroico oppure alcuna inclinazione all’horror; qualche volta si accenna allo splatter: un forzato fiotto di sangue, una posticcia spremuta di frattaglie umane, ma in realtà il gioco è talmente falso, anti-predicatorio e fumettistico che nessuno potrebbe scambiare lo spettacolo per qualcosa di tenebroso e che scava dentro la coscienza umana (come invece fa il genere horror quando è in versione masterpiece).

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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