Last but not least

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Art. 139.

La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

L’ultimo degli ultimi è anche il più definitivo, dogmatico, improcrastinabile. Porta con sé un marmoreo aspetto di inconfutabilità che, a qualcuno che venisse da un mondo lontano, sembrerebbe un totem da abbattere tanto è proditorio e assoluto.

Vittorio Emanuele III abdicò a Napoli in favore del figlio Umberto II di Savoia. Di lì a breve l’esperienza della monarchia in Italia si concluse.

Deriva direttamente dal referendum che si tenne all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale dopo che il Ventennio fascista era finito e il Re era fuggito lasciando l’Italia a galleggiare nella Storia.

In quella consultazione del 1946, che vide partecipare per la prima volta anche le donne, il bivio istituzionale offriva le due strade: rimanere monarchici o dirsi repubblicani. Il suffragio universale emanato dal Consiglio dei Ministri nel gennaio del 1945, con la guerra ancora in fase di sanguinoso svolgimento, sancì finalmente la partecipazione femminile all’agone elettorale. Fu una svolta.

Il Paese, nel solco del suo guelfo-ghibellismo, si divise  ancora una volta in due: il Nord repubblicano contro il Sud monarchico, i progressisti contro i conservatori, le voglie illuministe ed egalitarie contro le resistenze dello status quo. L’opzione repubblicana fu scelta da poco meno di tredici milioni, mentre la monarchica si aggirò intorno alla cifra di undici milioni. Una lotta testa a testa che confermò, ove ce ne fosse stato bisogno, che il Paese, chiamato a definire la propria natura, non era ancora pronto per essere unito. C’era l’Italia, era finito il fascismo, un’Assemblea Costituente avrebbe fatto una nuova Costituzione, ma il Gattopardo ruggiva dietro la parete ufficiale.

Le spinte all’immobilismo dell’esistente furono dunque certificate da quei quasi undici milioni di italiani che votarono per la monarchia. Il Re era voluto dal ceto medio-basso della Nazione che reclamava a gran voce una guida, un punto di riferimento che, secondo quel voto, avrebbe garantito Istituzioni più ferme e sicure.

A fronte di alcune forze politiche monarchiche, ma minoritarie, nel dopoguerra la generazione dei baby boomers crebbe nella certezza mai discussa della Repubblica. Confrontarsi con i monarchici nostalgici della Corona era tendenzialmente un esercizio di speculazione politica, un avvenimento archiviato alla fisiologica dialettica democratica, nella convinzione che la Repubblica fosse sinonimo di modernità e adesione alla storia contemporanea.

Per un italiano del secolo corrente un ritorno alla monarchia sarebbe un salto sconosciuto. Non tanto e non solo perché ciò è espresso dall’articolo 139 della Costituzione, quanto perché è un concetto assorbito e assimilato dal contesto storico in cui si è nati e cresciuti.

L’articolo 139 ha le sembianze di un “comma 22“, è la regola delle regole su cui si impernia un patto: puoi cambiare tutto tranne l’architettura che tiene in piedi quel tutto; senza la Repubblica infatti non ci sarebbe stata un’Assemblea Costituente con il compito di redigere una Costituzione.

Questo senso di finitezza dell’articolo è il limite all’apocalisse, è il tappo che tiene nel vaso un possibile rigurgito autoritario o, dipende dai punti vista, un sentire diffuso che non accetta la Repubblica e che vuole fortemente tornare alla monarchia.

Nell’Italia del berlusconismo un cambio istituzionale di tale portata non avrebbe un impatto devastante sulla vita delle persone. In un Paese che non ha mai avuto la capacità di essere attento, preso dalla morsa della Grande Crisi o dalla sempiterna arte dell’arrangiarsi, tale modifica sarebbe ingurgitata dall’oceano mediatico, il motore con cui si centrifuga l’inusuale per restituircelo come fisiologico.

Il Paese si appresta alle elezioni del 24, 25 febbraio 2013 e lo fa stremato, pronto, nuovamente, a votare Berlusconi, che non vincerà, ma che otterrà una quantità considerevole di voti. In un Paese del genere, che dopo diciannove anni rivota questo modo d’intendere le cose (ghe pensi mi), cambiare l’assetto istituzionale non causerebbe nulla: alcuna sollevazione morale, alcun desiderio di chiarire, a parte la sparuta porzione di cittadini italiani che per semplicità potrebbe essere denominata come il popolo dei referendum, delle leggi d’iniziativa popolare, dei comitati vigili dello spreco delle risorse e del territorio. Troppo poco per contrastare qualsiasi cosa venga calata dall’alto, abbastanza per comprendere lo spaccato reale di un Paese pronto ad accettare Berlusconi o un Re.

La popolazione assentirebbe, senza neppure avvedersi del cambio. Non ci sarebbe, nella maggioranza, alcuna voglia di comprendere, di discernere né il mutamento né, sopratutto, la ragione per cui i padri costituenti sentirono forte l’esigenza di piazzare, alla fine del papello costituzionale, l’unico assioma tra le norme.

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!

Perché non lasci qualcosa di scritto?