Il rigore del pareggio

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E’ il novantesimo minuto, stiamo vincendo 1-0. La palla è a centro campo, ma l’arbitro (un tedesco) fischia un rigore per gli avversari. Bisogna pareggiare per forza, lo dice l’articolo 81 della Costituzione. E’ davvero questo il pareggio di bilancio?

Forse pochi se ne sono accorti, ma la Costituzione è ufficialmente cambiata il 20 dicembre, con la ratifica definitiva della norma (datata 20 aprile 2012) che impone allo Stato italiano il pareggio di bilancio. Negli ultimi sessanta anni sono appena trenta le leggi costituzionali che hanno completato l’iter.

La legge costituzionale era già passata all’inizio della scorsa primavera (come segnalato da L’Undici), ottenendo più dei due terzi dei voti sia alla Camera che al Senato, quindi evitando la necessità di un referendum confermativo. Perchè la Costituzione cambi davvero devono passare almeno tre mesi, poi la legge deve farsi un altro giretto alla Camera ed uno al Senato, ed ottenere la maggioranza assoluta per modificare definitivamente la Costituzione. Questo è avvenuto, appunto, qualche giorno prima di Natale.

Dal 2014 non solo il Governo, ma tutte le amministrazioni territoriali (regioni, comuni e province) saranno quindi “costituzionalmente” vincolate al pareggio di bilancio. In realtà l’articolo prevede già la possibilità di deroghe in caso di eventi eccezionali (e la recessione è uno di questi), anche se in tal caso servirà un voto a maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento.

Prima di tutto la terminologia in un guscio di noce: chi sa la differenza tra debito e deficit (o disavanzo) può saltare al paragrafo successivo, o forse può saltare l’intero articolo. Il bilancio dello Stato è simile a quello di una famiglia, o piuttosto, ne è l’esatto contrario. Nella famiglia Rossi i soldi entrano con stipendi e pensioni ed escono con le tasse e con i consumi. Nella famiglia Italia i soldi entrano con le tasse (incluse quelle sui consumi come l’IVA), ed escono con la spesa pubblica (quindi anche con gli stipendi e le pensioni…). Alla fine di ogni anno si fanno i conti, se le uscite superano le entrate (la spesa pubblica supera gli introiti fiscali), allora si parla di deficit primario. Il 1 gennaio dell’anno successivo, purtroppo, il “rosso” maturato nell’anno precedente non scompare per magia. Se la famiglia-Italia continua a spendere più di quanto incassi, allora il nuovo deficit va a sommarsi al vecchio. La somma dei deficit accumulati nella storia di Italia è il debito pubblico, e ogni anno sul debito si pagano gli interessi, un’altra uscita che va ad appesantire il deficit.

Quando ci ricordano che è il debito è il 120% del PIL significa che se per un anno lo Stato si intascasse tutti gli stipendi, i ricavi delle imprese, le pensioni, gli investimenti, insomma tutta la ricchezza “prodotta”, ciò non basterebbe a sanare il debito, ci vorrebbero almeno altri 2 mesi e mezzo di apnea totale

Insomma, per ridurre un debito non c’è altra via che avere entrate superiori alle uscite, cioè creare un avanzo (o surplus di bilancio). O si aumentano le entrate, o si riducono le uscite… o entrambe le cose. Il pareggio è quindi l’obiettivo minimo, servirebbe un surplus, ma trattandosi di un pareggio in casa della prima in classifica ci si può accontentare… E rimandare ambizioni maggiori ai tempi supplementari.

Ma cosa significa in pratica il pareggio di bilancio? In quanto a politiche economiche, non dovrebbe cambiare molto rispetto a quanto successo nell’ultimo decennio, perchè a livello nazionale l’Italia era comunque vincolata al pareggio di bilancio dal patto di stabilità, ossia il patto firmato dai paesi dell’area Euro che imponeva ai paesi con un debito pubblico troppo elevato di ridurlo. E’ per questo che anche se le tasse aumentano, le strade delle nostre città sono piene di buche che nessuno asfalta.

Questo patto apparentemente “iniquo” che costringe l’Italia a tasse elevate e riduzioni della spesa pubblica, mentre un paese più virtuoso (Germania?) ha la possibilità di spendere anche con i conti in rosso, è in realtà una naturale (se mai l’economia può essere naturale) conseguenza della moneta unica. I danni di un aumento del debito pubblico vengono infatti “scaricati” su tutti i paesi che condividono l’Euro, ad esempio con un’inflazione più alta, oppure con una moneta più debole per tutti, anche per chi ha il bilancio in regola. Come il fumo, che fa male al fumatore, ma anche a chi è esposto al fumo passivo.

Senza un accordo di questo tipo ci sarebbe quindi un rischio di atteggiamenti parassiti. Si può poi osservare che anche la Germania, meno vincolata dal patto di stabilità, ha inserito il pareggio di bilancio in Costituzione nel 2009, tre anni prima dell’Italia. Detto questo, il meccanismo del pareggio di bilancio è piuttosto subdolo per il modo in cui agisce.

L’obiettivo del pareggio, parte integrante del cosiddetto fiscal compact (una sorta di “manuale europeo per il rientro del debito”), è di portare il rapporto debito/PIL sotto il fatidico livello del 60% (lontanuccio dal nostro 120%), possibilmente (ma non necessariamente) in vent’anni. Un rapporto si può ridurre riducendo il numeratore (quindi bilancio in attivo), oppure aumentando il denominatore. Recessione vuol dire però che il denominatore si sta rimpicciolendo… Salvo le sopracitate deroghe, in una situazione di crisi, che richiederebbe impulsi all’economia nazionale quali il taglio delle tasse o investimenti pubblici, l’Italia si trova a dover fare l’esatto contrario. Una sorta di Comma 22 alla Heller. Se non cresci hai il debito, ma se hai il debito non cresci.

Chi ha avuto la sfortuna di studiare bene la macroeconomia, non può che arrendersi all’evidenza dei fatti e accettare che per accedere ai benefici dell’Euro (si può discutere quali siano, come in questo articolo) si subisca il pareggio di bilancio. Però si rischia di rimanere invischiati in questo loop.

Non tanto perchè si perda la sovranità nazionale, quale sovranità? Non possiamo lamentarci di non sentirci rappresentati, di una politica lontana dai cittadini e corrotta, per poi rivendicare la sovranità (di chi?), cioè che la stessa politica possa gestire il nostro bilancio, meglio che lo faccia l’Europa. Il rischio secondo me è un altro, quello di guardare il dito e perdere di vista la Luna. Quello che il pareggio sia uno squallido 0-0 e non un pirotecnico 3-3. Quello di pensare che i conti a posto siano la felicità del cittadino. Ma se il PIL non è la felicità, non lo sarà di certo il pareggio di bilancio.

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