Il Monte dei Paschi e i soldi pubblici

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Non ci poteva essere occasione migliore per ravvivare la campagna elettorale: lo scandalo del buco di bilancio del Banco Monte dei Paschi di Siena ha aggiunto ulteriore benzina al confronto tra i principali schieramenti politici.

La sede del Banco Monte dei Paschi di Siena (MPS) sita nell’edificio chiamato Rocca Salimbeni nel centro della città toscana

Il centro sinistra, nella persona del suo leader Bersani, si è sentito accusato e ha reagito con fervore sfidando verbalmente tutti coloro che sostengono che le colpe non possano essere trovate al di fuori del PD. Non entro nella questione puramente politica per non fare demagogia, ma forse il caro onorevole Pier Luigi si dimentica che la Fondazione Monte dei Paschi, primo azionista della banca e da decenni al timone, è composta esclusivamente da soggetti nominati dal PD (o dai partiti del centro-sinistra che si sono succeduti nell’arco degli ultimi venti anni), perché per statuto eletti dalle cariche comunali e provinciali senesi, da sempre di sinistra.

La Fondazione, rispolvero la storia per chi se la fosse dimenticata, si oppose per anni all’aggregazione della banca ad altri istituti, mentre il consolidamento nel settore era ampiamente in atto, pur di non perdere alcun beneficio economico (leggasi: lauti dividendi), dimostrando un operato miope ed egoista. Quando, ormai quasi giunti alla fine del “Risiko bancario”, si accorse con estremo ritardo che la banca era diventata un insignificante sassolino nello stagno finanziario, che rischiava di essere fagocitata da altri soggetti ormai diventati veri e propri colossi, si precipitò prima alla tentata scalata di BNL (fallita) e poi ripiegò su Antonveneta, stra-pagandola quasi 10,3 miliardi di euro mentre solo pochi mesi prima questa era stata rilevata dal Banco Santander per 6,6 miliardi di euro. Classico esempio di moltiplicazione di pani e di pesci!!!

Da questa nefanda operazione sono scaturiti tutti i problemi che stanno tuttora venendo a galla. Quello su cui vorrei focalizzare l’attenzione, però, trae origine dalle accuse che da più parti si stanno muovendo circa l’uso di fondi pubblici per il salvataggio della banca. Nello specifico molti sostengono che il gettito dell’IMU, pari a circa 4 miliardi di euro, è guarda caso pari ai fondi che verranno erogati alla banca tramite i “Monti Bond”. I vertici dell’istituto di Rocca Salimbeni, così come alcuni esponenti del governo dei tecnici, hanno subito voluto precisare che la banca non verrà “salvata“ con il denaro dei contribuenti. Tali soldi, secondo questi ultimi, sono esclusivamente un prestito che sarà addirittura molto fruttuoso per lo Stato, e di riflesso per tutti. A parte che di salvataggio vero e proprio si tratta (altrimenti l’Istituto sarebbe ampiamente fallito), vorrei spiegare il funzionamento di questo finanziamento per imporre una riflessione.

Mario Monti (Varese, 1943) e Pier Luigi Bersani (Piacenza, 1951)

La banca Monte dei Paschi di Siena (MPS) ha già bussato alle porte delle casse statali. Correva l’anno 2009 quando furono accordati prestiti pari a 1,9 miliardi di euro grazie ai Tremonti Bond. L’operazione fu fatta per consentire alla banca di elevare i suoi coefficienti patrimoniali per rispettare le direttive dell’EBA (European Bank Authority) e dell’accordo Basilea II. Il rimborso di questi bond sarebbe dovuto avvenire entro giugno 2013, grazie ai proventi rivenienti dal processo di asset disposal avviato nel 2008 e le necessarie operazioni di capital management. Su tale finanziamento, la banca avrebbe dovuto pagare allo Stato un rendimento del 8,5% annuo. In caso di bilancio in perdita, e quindi di impossibilità ad onorare l’impegno, il pagamento sarebbe dovuto avvenire tramite l’emissione di nuove azioni, facendo del Tesoro un nuovo e forte azionista della banca.

Giulio Tremonti (Sondrio, 1947), ex-ministro dell’Economia e delle Finanze

E arriviamo alla storia recente. Con le “incriminate” operazioni sui derivati, che hanno causato all’Istituto senese perdite quantificabili in centinaia di milioni di euro, la banca avrebbe dovuto emettere nuove azioni, non potendo pagare gli interessi. Ma ha trovato un espediente nei Monti Bond. In sostanza la banca otterrà un nuovo finanziamento pari a 3,9 miliardi di euro, di cui 1,9 per rimborsare i già citati Tremonti Bond. E’ evidente che non solo l’Istituto non ha ripagato il primo prestito, ma ha chiesto ulteriori 2 miliardi di euro di aiuti, sempre che altre perdite non verranno scoperte data la confusione e la scarsa reperibilità di documenti sulle operazioni incriminate.

I vertici della banca e del Governo assicurano che il finanziamento verrà onorato. Invece il sottoscritto ha il forte dubbio che ci troveremo di fronte all’ennesima socializzazione delle perdite. Perché? Semplicemente perché non credo che il Banco Monte dei Paschi riesca, nei tempi ragionevolmente brevi indicati, ossia tre anni, ad onorare questo
nuovo impegno! L’erogazione del finanziamento tramite i Monti Bond stabilisce un interesse annuo del 9% e, allo stesso modo dei Tremonti Bond, prevede anche la possibilità di pagamento tramite emissione di nuove azioni. Il che, tradotto in numeri, vorrebbe dire che la banca si è assunta l’impegno di pagare circa 350 milioni di euro all’anno di interessi più il rimborso di 1,3 miliardi di euro di capitale all’anno!!! Ma chi vogliamo prendere in giro?!?!? Questo escludendo il caso di un’eventuale perdita registrata nel bilancio, cosa comunque sempre probabile visto l’alto grado di operazioni speculative in derivati in essere.

Nella necessità di un’emissione di nuove azioni c’è inoltre il nodo del prezzo. La Commissione Europea pretende giustamente che le azioni siano emesse al valore di mercato, cioè al prezzo di borsa. Il governo di Roma, al contrario, sarebbe disposto ad accettare un’emissione al valore di iscrizione al bilancio, ossia secondo il criterio del patrimonio netto, che è oggi pari a circa 85 centesimi per azione. Ora, quotando a Piazza Affari il titolo MPS intorno ai 23 centesimi, esso sarebbe al momento quasi quattro volte inferiore! Non si spiegherebbe questo incredibile autogol del Governo se non con l’evidente pressione esercitata dalla Fondazione, già scesa in primavera dal 49% al 37,5% del capitale di MpS, per non trovarsi il Tesoro quale secondo azionista alle sue spalle, vedendosi diluire ulteriormente la sua quota. Perché il Tesoro entrerebbe con un pacchetto di circa il 15,5% del capitale se fossero rispettate le indicazioni Europee.

Il Monte dei Paschi di Siena lo dovranno salvare i contribuenti italiani?

La conclusione amara di tutta questa vicenda? Che agli italiani toccherà salvare una “banca zombie”, che al momento può fornire ben poche garanzie di affidabilità, e che una montagna di denaro sarà di conseguenza sottratta ad operazioni di sostegno al lavoro ed ai ceti meno abbienti sul breve termine e a programmi di investimento e di crescita sul lungo.

Con il vecchio modus operandi non si va da nessuna parte: è ora di dare un taglio al passato e combattere il potere della lobby finanziaria. Chi si è assunto rischi incalcolabili è giusto che ne paghi le conseguenze. E se questo vuol dire nazionalizzare gli istituti a rischio…che così sia: non può e non deve essere sempre la comunità a dover mettere le pezze.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Luigi Ferrara

    Anche Oscar Giannino la pensa come il sottoscritto!

    MPS e sofferenze bancarie: serve fondo salvabanche
    Pubblicato: Mer, 30/01/2013 – 18:00 • da: Oscar Giannino

    Oscar Giannino sul “Secolo XIX”

    Roma. “Tanto valeva nazionalizzare subito Monte dei Paschi di Siena invece di aspettare due anni a tassi di interesse altissimi”: la pensa così Oscar Giannino, giornalista, economista e leader della lista “Fare per Fermare il declino”, per il quale l’esecutivo sta semplicemente rinviando una decisione ineludibile.

    L’ha convinta l’intervento del ministro Grilli?

    “Mi sono sembrate più importanti le parole di Francesco Profumo che, oltre a segnalare che all’appello manca ancora un miliardo di euro, non ha escluso la nazionalizzazione. Ma qui non è in discussione l’operatività della banca, bensì il fatto che questa è garantita solamente da prestiti pubblici molto onerosi. Tanto vale, allora, prendere atto di questa mala realtà e nazionalizzare subito Mps, per ripulirla se necessario, impegnandosi a riprivatizzarla tra due anni”.

    Perché il governo è contrario a questa opzione?

    “Nazionalizzare de iure, oltre che de facto come adesso, significa estromettere la fondazione. E comprendo che il governo ci vada piano a poche settimane dalle elezioni”.

    Lei, però, non è d’accordo…

    “Dovremmo smetterla di dire che tutto va bene, solamente perché l’Italia non ha dovuto nazionalizzare alcuna banca a causa dei titoli tossici, come è invece accaduto altrove. In compenso, il sistema sta vedendo deteriorarsi velocemente le sue sofferenze. Per la recessione, nel 2012 le sofferenze sono stimate intorno ai 140 miliardi di euro, quando due trimestri fa si calcolavano in 90 miliardi, secondo i dati di Bankitalia, pari a 10 punti di pil. In queste condizioni, le banche non hanno attivi in grado di generare liquidità e sono costrette a restringere ulteriormente il credito. L’intervento, dunque, non deve ridursi a Mps, deve essere più generale. Io propongo un’operazione analoga di quella europea salva banche, come fatta dalla Spagna, per almeno 40/50 miliardi di quelle sofferenze”.

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