Parole, parole, parole. Soltanto parole?

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Prima di Benigni c’era L’Undici. Noi ci siamo accorti della Costituzione un anno fa. Per parlarne mettemmo insieme una vecchia volpe di Montecitorio e un personaggio dello spettacolo. Andate a rileggerlo l’articolo che, a parte essere garantito dal sottoscritto e da Marinda, diceva due-tre cose vere.

Quando inizio a scrivere qualcosa sulla Costituzione, mi mancano le parole. Come se fossi davanti a una bella donna. Anzi, una ragazza. Nei tempi lunghi degli Stati, una Costituzione di 65 anni è una “squinzia”, una neopatentata un po’ discola, appena maggiorenne. Forse per questo al Cavaliere piacerebbe tanto sedurla ma lei non ci sta, perché è una ragazza scaltra, che sa difendersi bene, anche se non spruzza lo spray al peperoncino a chi le fa un’avance. Sembra disponibile ma grazie alla sua finta ritrosia conserva la virtù intatta.

Mi vengono in mente un mucchio di parole fragorose, zeppe di dotte citazioni, retoriche e intruppate nei luoghi comuni. Ed invece la nostra Costituzione è leggera. Nella versione originale erano appena 9.200 parole. Oggi sono un po’ di più (10.500), a causa del lifting federalista subito che nel 2001, che ha reso bulimici gli articoli del titolo quinto, quello dedicato ai rapporti tra lo Stato e le regioni. Tra l’altro, l’Italia non è diventata uno stato federale ma, in compenso, abbiamo creato 20 piccoli Duca di Mantova con i loro Rigoletto, Marullo e Borsa (Verdi potrebbe risorgere per riscrivere la tragedia, chiamandola il Fiorito, ma ho l’impressione che scapperebbe nella tomba portandosi dietro il pianoforte).

Il testo fondamentale della Repubblica italiana non è difficile da leggere. E’ forse l’unico testo giuridico scritto in un italiano comprensibile anche a chi non ha una laurea in giurisprudenza. E’ decisamente più facile di un manuale di un televisore. “Articolo uno. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Facile, no? Soggetto, verbo, complemento. C’è un verbo al presente e uno al participio passato. Oggi, per dire la stessa cosa, si scriverebbe, per accontentare legaioli, rifondaroli, ciellini, cespugli e i famosi moderati,  “Articolo uno. La Comunità dei Popoli Italici dimoranti nella Penisola circondata dalle Alpi e dal Mar Mediterraneo, e nelle Isole afferenti, normalmente chiamata Italia…” Insomma ho reso l’idea, anche con il diluvio di maiuscole, che servono a rendere importanti cose che non lo sono.

Ha un impianto rinascimentale, come i giardini geometrici che infatti chiamiamo “all’italiana”, sobria senza essere supponente, razionale senza essere arida, elegante, equilibrata. Non una parola fuori posto. Ma non possiede neppure quella mentalità piccolo borghese così tipica del nostro paese, che misura le parole in base alle convenienze. Anzi, ha un temperamento rivoluzionario, come certe donne popolane dei film neorealisti, che spiattella in faccia agli italiani qualcosa che forse non vogliono sentirsi dire: adesso dovete essere cittadini! “Oh che palle! ma che adesso devo mettermi a lavorare?” Direbbe qualcuno. “Eh sì. Stavolta questo paese è tutto vostro. L’ho tolto ai gerarchi, ai monarchi e ai predicatori. Prendetelo, è vostro.” E’ molto facile annunciare l’arrivo del paradiso in terra, mentre la Costituzione non dice altro: “questi sono gli strumenti per arrivare in paradiso. Datevi da fare.”

Insomma, chi ha scritto ‘sta roba, forse non aveva in mente la profonda solennità del preambolo della Costituzione americana (Noi, il popolo degli Stati Uniti, al fine di perfezionare la nostra Unione, garantire la giustizia, assicurare la tranquillità all’interno, provvedere alla difesa comune, promuovere il benessere generale, salvaguardare per noi e per i nostri posteri il bene della libertà, poniamo in essere questa Costituzione quale ordinamento per gli Stati Uniti d’America), ma sapeva con chi aveva a che fare. E quello che era accaduto prima del 1948. Per dare per la prima volta un futuro a un popolo che era stato felicemente ingannato per secoli, dai suoi tiranni benedetti dalle acque sante e dagli uomini della provvidenza in manganello e olio di ricino.

Una Costituzione molto ma molto bugiarda. Altrimenti non sarebbe italiana.

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Dov’era la Repubblica? Chi la voleva la Repubblica? Che cos’era questa Repubblica? Il 2 giugno 1946 il paese, già diviso dalla guerra, si era di nuovo spaccato in due: il 45,7% aveva votato per la monarchia. Più di dieci milioni di italiani si erano dimenticati dei disastri provocati dai Savoia in 84 anni di storia unitaria. Vogliamo ricordarli? Lo Stato imposto a fucilate nel Mezzogiorno, le cannonate di Bava Beccaris, la guerra all’Austria contro la volontà del parlamento e della stragrande maggioranza degli italiani, 600.000 morti inutili, il fascismo, le leggi razziali, la guerra in Spagna, in Etiopia e la sciagurata alleanza col nazismo e in più la grande fuga dell’8 settembre, una vergogna che dovrebbe essere appiccicata sui passaporti dei discendenti di “re sciaboletta”. Ma tant’è. Gli italiani dimenticano. A Napoli, che pure solo tre anni prima si era rivoltata ai tedeschi (28 settembre-1 ottobre 1943), appena il 22,3% aveva votato per la Repubblica. Certe volte penso che se Mussolini si fosse presentato alle elezioni del 1946, avrebbe facilmente trovato il suo 20% di voti.

Dov’era la democrazia? L’unica forma democratica che avevano sperimentato gli italiani era morta nel 1922, appena nata. Prima c’era stata una democrazia liberale, molto imperfetta, dominata dalle classi dirigenti e dal Ministero dell’interno che manipolava allegramente i risultati elettorali. Solo nel 1913 venne istituito il suffragio universale maschile. Nel 1945 la situazione era ancora peggiore dopo il ventennio dei manganelli. Come costruire una democrazia quando le leggi fondamentali dello Stato, il codice civile, il codice penale, erano quelli fascisti e i giudici che le dovevano applicare erano stati nominati dal Mascellone? Lo Stato era ancora completamente fascista e grazie all’amnistia di Togliatti era rimasto quello degli stessi alti funzionari, poliziotti e carabinieri che avevano servito il fascismo. Le università erano popolate degli stessi baroni universitari che avevano giurato in massa fedeltà al regime (solo 15 su oltre 1200 rifiutarono e persero la cattedra).

E dov’era il lavoro? La catastrofe della guerra perduta aveva ridotto l’Italia ad un cumulo di macerie. Le fabbriche erano devastate, mancavano le materie prime, i generi alimentari, le comunicazioni erano difficili per i danni alle strade e alle ferrovie. La disoccupazione dilagava. Mali ancora più antichi rendevano l’Italia un paese arretrato, con un’economia basata sull’agricoltura e su poche industrie legate alle commesse statali. Il meridione era una terra senza prospettive di sviluppo, avvolta nella miseria e nella disperazione. A milioni erano già fuggiti prima della guerra per le terre promesse dell’America. Perché restare? Per continuare a farsi sfruttare dai padroni delle ciminiere e delle terre?

Ancora più beffardo l’articolo 2. I diritti inviolabili dell’uomo. Paroloni da Azzeccagarbugli. Che roba pesante, da farci indigestione. E che sono questi diritti? Che ne sapeva il contadino meridionale, il veneto nutrito a polenta, il romano lazzarone, che aveva altre cose a cui pensare? Per vent’anni l’unico diritto era stato quello del più forte. E prima ancora, lo statuto albertino aveva liquidato le libertà fondamentali in otto sintetici articoli, dopo aver sproloquiato a lungo sulla maestà del re per i primi ventitré. Invece la Costituzione del 1948 cataribalta tutto. Prima vengono i principi fondamentali, poi i diritti e i doveri dei cittadini, tra i quali ci sono delle incredibili novità, che ancora nell’ottocento si finiva al plotone di esecuzione, il diritto di sciopero, l’assistenza sociale, il principio che anche la proprietà privata ha fini sociali.

E allora, in faccia a tutte le difficoltà e ad una realtà desolante, i costituenti sembrarono dire nel 1948, questa Italia la rifonderemo assieme, quelli che hanno voglia di darsi da fare, che si uniranno a un progetto quasi impossibile, di creare una Repubblica di cui tutti si sentano cittadini, affinché godano pienamente dei loro diritti e contribuiscano con le loro capacità al bene comune.

La Costituzione è molto più avanzata dell’Italia e di noi italiani: è uno smoking indossato da un maiale. Marco Travaglio.

La Costituzione, ciò che ci siamo dati nel momento in cui eravamo sobri, a valere per i momenti in cui siamo sbronzi. Gustavo Zagrebelsky.


A sessantacinque anni di età la Costituzione italiana non è la più bella del mondo. Lasciamo la retorica al secolo scorso, seppelliamola senza rimpianti. Non siamo più intelligenti dei tedeschi, né più furbi degli svizzeri, non siamo migliori amanti dei francesi e anche altri popoli sanno cucinare. Non siamo né gli eredi degli antichi romani e della bellezza del Rinascimento siamo semplicemente i custodi svogliati. E anche a calcio dipende: qualche volta vinciamo, il più delle volte soccombiamo alla Corea di turno.

Penso però che la nostra Costituzione non sia affatto invecchiata e che meriti qualcosa di più di una superficiale occhiata. In questi decenni siamo diventati più ignoranti, superstiziosi, egoisti, amorali, opportunisti e servili. I nostri vizi nazionali sono ancora tutti lì. Ci ridono addosso attraverso la faccia del Duca di Mantova di turno, dell’ultimo cavaliere bananiero.

Nello stesso tempo siamo diventati anche più ricchi, istruiti, democratici e tolleranti. Noi ci abbiamo messo la fatica e il lavoro. La direzione era scritta già in quelle 9.200 parole scritte nel 1948.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

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