Carolina (racconto)

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C’era tutto un sapore di meraviglioso nell’aria, quell’odore di festa che anche se non vuoi stringe il cuore e ti fa mettere mano volentieri al portafoglio. Un non so che di già visto e di sentito, il ripetersi alchemico del dejavu mediatico. Carolina rimbalzava da un’immagine all’altra della televisione, godendosi i sorrisi finti delle bellocce di turno mentre un nodo le stringeva il ventre, un nodo vero, un incontro di cellule programmato per nascere da lì a sette mesi, insomma un figlio, un bambino, un fagottino, una bocca da sfamare, il frutto dell’amore, la prova del peccato, un nuovo contribuente su cui scaricare il debito pubblico, un consumista consumatore, in odore di diabete dato che la sua fattrice non resisteva alle voglie zuccherine dettate dagli ormoni e dalle multinazionali che riempivano di slogan, il Natale di metà globo terrestre. In tutto ciò si doveva trovare un padre….

Beh, Carolina ultimamente non si era tirata indietro, dopo le delusioni d’amore capitava di troieggiare un po’ in giro, solo per il gusto di non avere più l’impronta dell’amato a suggellare la proprietà del corpo. Di futuri padri ce ne potevano essere almeno tre, a cominciare dal suo datore di lavoro che la consolava nel bagno di servizio riempiendole la bocca di parole e di sperma, le donne, si sa, meglio che si abituino ad ingoiare piuttosto che a replicare.

Poi c’era il fattorino della ditta in cui lavorava, sposato ma ingrifato di brutto da quando la moglie, appena partorito, si era rifiutata di accoglierlo nel ventre stanco. Carolina suppliva volentieri ai dinieghi della moglie e accoglieva con gioia l’asta sempre pronta e scattante del giovanotto, che la riempiva di colpi facendola sussultare di piacere, anche se a guardarlo in viso, a volte, le prendeva una sottilissima nausea. Non era proprio il suo tipo, ma ci sapeva fare.

Poi c’era il migliore amico del suo ex, che in quanto a starle vicino nei momenti di dolore non si tirava certo indietro, lui capiva perfettamente tutta la delusione che riempiva il cuore traboccante e gonfio di tristezza di Carolina. Le aveva insegnato che fare l’amore non era l’unico modo per prendere piacere, o meglio, si potevano fare variazioni sul tema e siccome lui era un esperto, le sinfonie che insieme improvvisavano erano il frutto di unioni che interessavano più che altro la zona rettale. Si, lui era un buon amico, ma non voleva violare troppo la proprietà del suo migliore compagno di sbronze e di epiche serate nelle discoteche della città.

Carolina non sapeva che fare, il ventre le si tendeva di giorno in giorno, nessuno sapeva del suo stato, neanche la madre, che aveva sempre ipotizzato per lei un futuro in bianco abito da sposa e pannolini da cambiare, all’interno di una scatola ben protetta si intende e soprattutto con un nome sociale, matrimonio, no convivenza o famiglia monogenitoriale. Le famiglie monogenitoriali sono buone per le vedove o le puttane slave. E poi c’era ancora lui, Giancarlo, il suo ex o come diavolo si poteva chiamare, che a suo modo le voleva bene. In un modo tutto particolare, fatto di chiamate notturne quando passata la sbornia era assalito da una tristezza funesta e mortale. O quando aveva bisogno di una piccola platea su cui sfogare improvvisi narcisismi acidi. Carolina era sempre pronta a ricevere da quell’uomo ogni più piccola ombra di senso, che la facesse stare in quel posto che ancora chiamava amore. Ma un figlio, un figlio è più di un’espressione di senso, è un’anima che ha scelto di fare un viaggio, di scendere nel mondo infero per imparare la distinzione tra gioia e dolore, è un’identità, un corpo futuro ed una mente che metterà disordine e inquietudine nella vita di chi lo ha generato.

Pensieri, parole che turbinavano nell’animo di Carolina senza una meta precisa. E se fosse stata una figlia, una bambina, un sorriso vago di stelle e di innocenza cristallina a mettere piede nella sua vita? Cambiava forse qualcosa? Il nodo era lì a stringerle le viscere dure, un dolore di sangue e ferro improvviso le squarciò il ventre, rompendole il respiro in un singhiozzo prolungato, acuto, sfibrante, come il rumore insopportabile di migliaia di forchette che stridono su piatti di porcellana. Una macchia rossa e terribile, le si allargò sul vestito, il nodo si era sciolto, e con lui tutte le ipotesi fumose sul padre biologico, i viaggi interiori sul senso e sul prezzo che dobbiamo pagare se accettiamo di chiamare anche solo per un brevissimo istante, un frullio d’ali nel petto, amore.

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