11 articoli in 11 film de chevet

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Il cinema italiano a tratti è stato lo specchio del paese riuscendo a visualizzarne la storia, le pulsazioni, i pregi e i difetti. E’ poi emblematico il fatto che sia la commedia il genere che meglio ci racconta.

La Costituzione è l’ultimo baluardo che tiene in piedi l’Italia. Il cinema prova a dare il suo contributo per esempio con 11 film che ci parlano dei primi 11 articoli.

La-classe-operaia-va-in-paradiso

Oggi la classe operaia va in Paradiso prima di andara il pensione. Alla faccia dell’articolo 1 della Costituzione

“La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri, 1971
Con Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Salvo Randone
Art. 1 L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

“Lulù, è il danaro, comincia tutto di là. Ah! Noi facciamo parte dello stesso… giro. Padroni e schiavi, dello stesso giro! L’argent! I soldi! Noi diventiamo matti perché ce ne abbiamo pochi e loro diventano matti perché ce ne hanno troppi. E così, in questo inferno, su questo pianeta, pieno di… ospedali, manicomi, cimiteri, di fabbriche, di caserme, e di autobus… il cervello poco a poco… se ne scappa. Sciopera! Sciopera! Sciopera, sciopera.”

mariangela melato - la classe operaia va in paradiso

… e poi c’è la meravigliosa Mariangela Melato. Ci mancherai

La prima frase scritta nella nostra Costituzione ci dice che alla base di tutto c’è il lavoro. Così per mostrarci questa base Elio Petri entra nel luogo di lavoro per eccellenza: la fabbrica. E ci fa vedere un mondo che ferisce, aliena, fa letteralmente impazzire. Lo straordinario Gian Maria Volonté è un operaio a cottimo. Grande stakanovista accumula ore di lavoro per mantenere due famiglie. Ma il ritmo ripetitivo senza pause e senza alternative lo usura nello spirito e lo ferisce nel fisico trasformandolo ad un essere più vicino ad una macchina di produzione che a una persona viva. La presa di coscienza della sua situazione lo porterà alla follia. Questa pietra miliare del cinema italiano ci racconta che spesso il lavoro che dovrebbe essere alla base della nostra Repubblica rende schiavi o folli. Se la politica, le istituzioni, i sindacati non l’hanno capito, il cinema ci era già arrivato 40 anni fa.

Da guardare con le mani sporche di grasso. E ogni tanto dare di matto.

Diaz

Tutti i rappresentanti dello stato dovrebbero giurare sulla costituzione che queste cose non accadano più

Diaz – Don’t clean up this blood, di Daniele Vicari, 2012.
con Claudio Santamaria, Elio Germano, Davide Iacopini, Jennifer Ulrich, Mattia Sbragia, Renato Scarpa

“Hands behind your neck! Hands behind your neck!”

Art. 2 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Amnesty International ha definito i fatti della Diaz e di Bolzaneto durante il G8 a Genova nel 2001 la “più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale”. Prima, c’erano stati i terribili scontri dei giorni precedenti, i black bloc, l’omicidio di Carlo Giuliani; dopo, ci saranno indagini, un processo, condanne e prescrizione, polemiche, dolore, memoria e volontà di dimenticare; ma il film si concentra sui fatti della notte del 21 luglio, sulla aggressione da parte delle forze di polizia delle persone che si trovavano all’interno dei locali della scuola Diaz, in parte poi trasferite presso la caserma della polizia di Bolzaneto. Vicari affida ad alcuni personaggi – un giornalista (Elio Germano), una ragazza tedesca (Jennifer Ulrich), un anziano sindacalista (Renato Scarpa), un poliziotto (Claudio Santamaria) e altri – il compito di accompagnarci attraverso la notte e le violenze, la paura e l’incredulità; tra le decisioni prese intorno a un tavolo e le manganellate lungo un corridoio, le sberle e la marchiatura in faccia col pennarello, i dialoghi si diradano, restano le urla, i colpi e le sole parole dei verbali. Il racconto di una ferita insanabile nella storia italiana.

“Da vedere abbracciati a un avvocato”

patata bollente  - Il Gandi è un culo

I diritti vanno tutelati tutti, non uno alla volta

“La patata bollente” di Steno, 1979
Con Renato Pozzetto, Massimo Ranieri, Edwige Fenech

Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

“Ti ho portato un grappino..la camomilla è una roba un po’ da culi!!”

Bei tempi quando partiti e sindacati avevano a cuore le sorti del popolo e pressavano lo stato perché assicurasse i diritti dei lavoratori. Però, a fronte della apertura dichiarata, del siamo liberi e nessuno può giudicare, un po’ di disagio nei confronti degli omosessuali (sì insomma dei “culi”) serpeggia nel popolo della sinistra. A incarnarlo è “il Ghandi” (Renato Pozzetto), che ospita in casa un frocissimo Massimo Ranieri dopo averlo salvato da un pestaggio fascio, per scoprire la diffidenza prima e lo sconcerto poi dei “compagni”, oltre che della fidanzata (nientemeno che l’Ubalda nazionale, proprio lei, Edwige Fenech). Qualche risata, qualche personaggio ben tratteggiato, un po’ di noia. Insomma, la commedia all’italiana anni ’70. Ranieri (ai tempi ancora indeciso tra la carriera di cantante e quella di attore) una spanna abbondante sopra tutti

Da vedere sul divano, tra la fidanzata e l’amico gay, discettando su diritti e doveri

Tutta la vita davanti

Nel frattempo il quarto stato ce lo siamo persi per la strada

“Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, 2008
Con Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Elio Germano, Massimo Ghini, Michaela Ramazzotti

Art. 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

“Scusi per prima, eh…. Passo la vita a chiedere scusa, io…”

 Sei giovane, laureata in filosofia, con occhio critico e disincantato… hai tutta la vita davanti e puoi anche sprecarne un po’ in un call-center di una ditta che piazza inutili e costosi robottini per la potabilizzazione dell’acqua del rubinetto. Ambiente ggiòvane, spirito aziendale competitivo, una bella impresa aggressiva… In realtà, qualche piacione che sfrutta un po’ i giovani e turlupina i consumatori fino a che le banche non decidono che può bastare e gli tagliano le palle. In Italia, oggi, il mondo del lavoro è tutto così (a meno che tu non sia un po’ topa, allora puoi sempre fare la escort). Film un po’ disordinato, che non riesce a decidere se puntare sulla denuncia sociale o la comicità amara.

Da vedere cercando di convincere la nonna a comprarvi il terzo elettrodomestico in due mesi (che così scalate la classifica aziendale di vendite)

il cast di benvenuti al sud

L’Italia è unita, ma sarebbe meglio che ogni regione si tenesse il 75% dei suoi stereotipi

“Benvenuti al Sud” di Luca Miniero, 2010 e “Benvenuti al Nord” di Luca Miniero, 2012
Con Claudio Bisio, Angela Finocchiaro, Alessandro Siani, Valentina Lodovin

Art. 5 La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

“È inutile che parli milanese, si sente che tu sei napoletano…”

Saremo anche uni e indivisibili, ma 65 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione (e 150 dopo l’Unità), tra Alpi Cozie e Monti Iblei, tra Gargano e Gennargentu, siamo anche piuttosto diversi, spesso fieri delle differenze di campanile e con le testacce zeppe di luoghi comuni e pregiudizi sui nostri compatrioti. Insomma, al Sud non si lavora, o si va al mare o si traffica con la mafia, al Nord c’è sempre la nebbia, si lavora venti ore al giorno e delle organizzazioni criminali nemmeno l’ombra (grazie alla nebbia?). (ma non solo: io sono di Ravenna e vi garantisco che a Cesena e Forlì non sanno guidare e a Ferrara hanno un accento orrendo e l’Adriatico dei Lidi ferraresi è sensibilmente più brutto di quello romagnolo!) In “Benvenuti al Sud” (versione su suolo italico del film francese Bienvenue chez les Ch’tis) e nel sequel sul Nord, questi luoghi comuni, pregiudizi, vere e false diversità vengono – in tono spensierato – intavolati e smontati oppure ridicolizzati, verso il traguardo del finale “volemose bbene” (notare la mia furbizia del richiamo dialettale). All’ombra del tricolore? Sì, quello vero, quello con il motto “tengo famiglia”.

“Da vedere facendo su e giù sulla A1”

il vento fa il suo giro

C’è gente che quando parla non si capisce niente, ma non dobbiamo fargliene una colpa

“Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti, 2005
Con Thierry Toscan, Alessandra Agosti

Art. 6  La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

“Senza contatto, scambio di valori e accoglienza, non può esserci sviluppo umano e qualità dell’esistere”

Questo film è in lingua italiana, occitana e francese. Una roba che non ci si riesce a capire. Infatti per tutelare quelli che non conoscono tutte e tre queste lingue (quindi tutti quanti) ci sono i sottotitoli. Se, come diceva Marshall McLuhan “il mezzo è il messaggio” allora il messaggio è già chiaro. Ma il film è molto di più perché ci parla di intolleranza e di accoglienza, di chiusure e di meschinerie. La lingua è il primo strumento per creare una comunità e quindi può essere usata per integrare (chi fa parte della comunità o chi è il benvenuto) o per isolare (chi non capisce). In una piccola comunità isolata e destinata ad estinguersi in cui si parla una lingua rarissima come l’occitano arriva uno straniero. Questi porta nuove energie, nuove idee, una visione del mondo diversa e parla un’altra lingua. Isolarlo è facile perché a partire dalla lingua proprio non ci si capisce. Così la piccola comunità riproduce al suo interno le dinamiche del mondo e il diverso del diverso sarà isolato, combattuto ed espulso.
Il vento fa il suo giro è un piccolo film che è stato un caso. Sulla carta ostico per via dei temi e, soprattutto, dei sottotitoli è stato autoprodotto perché nessuno credeva che potesse avere un pubblico. Invece dopo aver avuto diversi riconoscimenti in festival internazionali è arrivato in pochi cinema e poi col passaparola le copie stampate si sono moltiplicate ed il pubblico è cresciuto oltre ogni aspettativa. Perché è un bel film, profondo e antiretorico, teso e coinvolgente. E perché in fondo la lingua è un ostacolo meno insormontabile di quanto si pensi.

Da vedere senza sottotitoli, capendone ugualmente il significato. Con un piccolo sforzo ce la farete.

l'ultima cena del pap'occhio

Il rapporti tra Stato e Chiesa sono tutto un magna magna

“Il pap’occhio” di Renzo Arbore, 1980
con Mariangela Melato, Isabella Rossellini, Diego Abatantuono, Roberto Benigni, Andy Luotto, Luciano De Crescenzo, Mario Marenco

Art. 7 Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

 Il papa: “Che fano i giovani di oggi invece de amare la Chiesa? Vanno in discoteca, zum zum zum, suonano le chitare e fumano i spinotti.”

Se quest’uomo mi ha convinto a bere birra, chissà cosa potrebbe fare dagli schermi di Tele Vaticano… Così pensa Giovanni Paolo II vedendo uno spot di Renzo Arbore dei tempi e lo ingaggia, lui e tutta la bandaccia de L’Altra Domenica, per rilanciare la TV di Stato. In un clima da zingarata, Arbore porta la sua allegra combriccola in gita scolastica nelle stanze vaticane, con tutto quello che può succedere in termini di caos, equivoci (esilarante Benigni che passa davanti alla finestra dell’Angelus in telo e asciugamano post-doccia e viene scambiato per il Papa), gag, ecc… Lo stile è quello di Arbore al cinema, più barzelletta da soldati e umorismo da osteria che settima arte, ma si ride e – per una volta – tanto fa.

Da vedere bevendo birra e intonando a squarciagola l’Osteria delle Tre Penne

eccezzziunale veramente

La parola d’ordine, tanto ppe cambià, è sempre quella: VIUUULEEENZA!!! (dal Vangelo secondo me)

“Eccezzziunale … veramente”  di Carlo Vanzina.
Con Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Stefania Sandrelli, Ugo Conti, Gianfranco Barra, Mauro Vestri, Teo Teocoli, Guido Nicheli, Franco Caracciolo, Renzo Ozzano, Mike Bongiorno

Art. 8 Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

“Squatra grande, squatra mia! La dumenica mi tieni cumpagnia!”

“Ricordati di santificare le feste” qualunque siano le feste e chiunque siano i tuoi santi. E’ innegabile che in Italia le prima religione seguita sia il calcio. Si è ortodossi, non si accettano compromessi. E’ perché ci crediamo veramente ed è validissimo il proverbio che dice che puoi cambiare idee politiche, religione, fidanzata, sesso …  ma non potrai mai cambiare la squadra del cuore.
Con un Diego Abatantuono all’apice della sua forma terrunciella Eccezzziunale … veramente è un film di culto con scene e battute citatissime che anche quelli che sono nati dopo il 1982 conoscono a memoria. E se lo merita perché, seppure in maniera un po’ greve e superficiale, riesce a descrivere tre modi di vivere la fede calcistica in maniera totale. Il film è più sincero e realistico di quanto si pensi e 30 anni dopo lo juventino, il milanista e l’interista sono ancora lì con le loro visioni del mondo apparentemente inconciliabili. Ma in fondo il camionista juventino Tirzan, il milanista che scrive “Il Vangelo secondo me” e l’interista che si gioca tutto per la squadra si assomigliano molto e basterebbe poco perché si volessero bene. Almeno dal lunedì al sabato (anticipi e posticipi esclusi).

Da vedere la domenica pomeriggio alle  ore 15:00 con all’orecchio  l’auricolare che trasmette Tutto il calcio minuto per minuto 

le mani sulla città

La Costituzione contiene il fondamentale articolo 9, ma non se ne accorge nessuno

Le mani sulla città di Francesco Rosi, 1963,
Con Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti: le mani sulla città

“Lo so che la città sta là e da quella parte sta andando perché il Piano Regolatore così ha stabilito. Ma è proprio per questo che noi da là la dobbiamo fare arrivare qua! La città va in là? E questa è zona agricola! E quanto la puoi pagare oggi… 300, 500, 1000 lire a metroquadrato? Ma domani, questa terra, questo stesso metroquadrato, ne può valere 60… 70 000… Tutto dipende da noi: il 5000% di profitto.”

Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Purtroppo, per questo film scritto(con Raffaele La Capria, Enzo Provenzale ed Enzo Forcella) e diretto da Francesco Rosi esattamente cinquanta anni fa, possiamo spendere una locuzione tipica del linguaggio giornalistico: ancora attuale. Ancora attuale il tema – la speculazione edilizia e l’intricata trama lercia e criminale dei rapporti tra interessi economici e politica nelle amministrazioni e nella progettualità urbanistica; ancora appassionante il racconto cinematografico del personaggio Edoardo Nottola (Rod Steiger), costruttore edile e amministratore locale senza scrupoli, cinicamente all’inseguimento di un incarico che gli consenta di mettere le mani sulla città (che è Napoli, ma non soltanto). Nessuno e niente può fermarlo, di certo non il sacrificio di vite umane che la sua smania di guadagno e potere impone. Nottola è un amministratore che somiglia a tanti suoi colleghi che in questi cinquant’anni di vita italiana sono stati indagati, (intercettati,) magari anche condannati, molti dei quali hanno governato se non con intenti dolosi per lo meno con colpevole ignoranza e indifferenza la crescita delle città e la tutela del paesaggio. Il film si conclude con questa frase “i personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.”

“Da vedere in Consiglio comunale, giocando con i Lego”

Il villaggio di cartone di ermanno olmi

Il villaggio è globale, ma essendo di cartone bisogna stare attendi che non crolli

“Il villaggio di cartone”, di Ermanno Olmi, 2011,
Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber, Massimo De Francovich, El Hadji Ibrahima Faye.

Art. 10 L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.
“Quando la carità è un rischio, quello è il momento della carità!”

Un prete (Michael Lonsdale) senza chiesa, una chiesa senza simboli e poi uomini e donne senza un tetto, “clandestini” in fuga in terra italiana, che vi trovano rifugio. Nella chiesa “chiusa al culto” si trova l’accoglienza che la chiesa vera (quella carica di simboli, per intenderci) e il mondo che la circonda hanno negato a chi non ha più niente: sono le leggi dello Stato a mettere in fuga i migranti e spingerli nella non-più-chiesa. Soltanto nel luogo che non è più niente tornano liberi di raccontarsi, e il prete recupera il proprio ruolo e il senso della propria missione. È il cristianesimo primitivo e lirico di Olmi, incessantemente alla ricerca degli ultimi, per ascoltarli e ritrarli (qui in inquadrature simili a piccoli presepi); è un territorio in cui si parla una lingua di amore e di carità, diversa dalla lingua dei diritti della Costituzione che ci si attenderebbe di sentire risuonare su tutto il territorio nazionale. Resta la triste impressione che l’articolo 5 della Costituzione si concretizzi in sirene e lampeggianti.

“Da vedere con i documenti in mano”

20 sigarette - nassirya

L’Italia ripudia la guerra e allora la chiama “missione di pace”

“20 sigarette”  di Aureliano Amadei, 2010
Con Carolina Crescentini, Vinicio Marchioni, Giorgio Colangeli, Duccio Camerini

Art. 11 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

“Voi in Italia non sapete niente di quello che sta succedendo qua.”

Nemmeno il tempo di fumare un pacchetto di sigarette sul suolo iracheno e Aureliano si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato, a Nassiriya il 12 novembre 2003, nel momento in cui scatta l’attentato suicida e la riservetta esplode. È un giovane film maker che cazzeggia e lavora con leggerezza tra i centri sociali romani, come diavolo ci è arrivato a Nassiriya? Potere del cinema e di un amico che vuole girare un film sulla “missione” italiana. Nell’attentato resta gravemente ferito; trasportato in Italia, resta a lungo in ospedale, tra le visite ufficiali, i giornalisti, i fanatici, i finti e il dolore vero: e nella sua testa restano le facce di quelli che sono morti, le voci, la polvere, il sangue e la paura, nella sua nuova vita restano l’esplosione, i morti, il passato che non vuole passare. Una storia autobiografica (Aureliano Amadei è autore anche del romanzo da cui il film è tratto) che accompagna una riflessione sulla presenza dei militari italiani negli interventi militari di forze internazionali. Anche sul significato del verbo “ripudiare” occorre interrogarsi.

“Da vedere allineati e coperti”

 

Chevet in francese significa più o meno comodino. Le livre de chevet si tiene sul comodino per per sfogliarlo, rileggerlo, accarezzarlo. Come i libri, i film de chevet si amano, si guardano, si sfogliano, si accarezzano, si portano sempre con sé.

Dall’amore ai tradimenti, dai cartoni animati all’horror, dai viaggi alla famiglia, dai drammi storici ai porno … scopri il ricchissimo arichivio dei film de chevet dell’Undici 

 

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    “La classe operaia va in paradiso” è il mio preferito, sarebbe bello rivederlo, anche come omaggio a Mariangela Melato.

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