Uscire dall’Euro: fine del mondo?

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A volte mi stupisco della remissività del nostro Paese. Incredulo ed indispettito mi domando “Quand’è che basta?”. Per quanto tempo ancora dovremo sperimentare cure che stanno portando solo all’annichilimento di centinaia di migliaia di vite? Quando è che l’evidenza dei risultati finora pessimi porterà ad una revisione radicale delle misure messe in atto? Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Allora forse ci meritiamo proprio l’inferno in cui siamo finiti!

Talvolta di fronte all’intransigenza di certi comportamenti non so trovare risposta. Se non quella di prendere come assioma la malafede nell’operato di certi saggi (o tecnici), perché l’incompetenza non può comunque arrivare a tali livelli. Aveva forse ragione J. K. Galbraith, quando sosteneva che “Come sempre nella storia capacità finanziaria e perspicacia politica sono inversamente proporzionali. La salvezza a lunga scadenza non è mai stata apprezzata dagli uomini di potere se essa comporta adesso una perturbazione nel normale andamento della vita e nel proprio utile. Cosi si auspicherà l’inazione al presente anche se essa significa gravi guai nel futuro”?

I fatti parlano chiaro e i dubbi sono pochi. Dopo la cura del governo Monti, la situazione generale è decisamente peggiorata. I dati ufficiali sono inconfondibili. Il debito pubblico è aumentato di ben 90 miliardi di euro, circa il 5% in più rispetto a novembre 2011. I disoccupati ufficiali sono aumentati di 670.000 unità, portando il tasso dal 9,5% all’11,1%; i prelievi fiscali sensibilmente cresciuti nonostante una pesantissima recessione; la retribuzione lorda, nel periodo gennaio-agosto, è in aumento dello 0,5% su base annua e quindi bel al di sotto del tasso di inflazione (questa chiamasi perdita del potere d’acquisto); la spesa privata per consumi sta segnando un crollo del 3,2%, il peggior dato dal dopoguerra e le previsioni per il Natale sono raccapriccianti. L’indice di fiducia sull’economia è vicino ai minimi storici. La produttività è ferma ai livelli del 1992.

Mario Draghi (Roma, 3 settembre 1947) è Presidente della Banca Centrale Europea (BCE) dal 1º novembre 2011.

Sento spesso affermare che Monti ci ha però ridato credibilità agli occhi del mondo. Certo, dopo gli anni di Berlusconi era decisamente impossibile fare peggio da questo punto di vista; siamo sicuri che qualsiasi altra figura non sarebbe riuscita a fare lo stesso? Poi bisogna anche capire quanto è sottile la linea che demarca i confini della credibilità! A leggere lo spread, forse qualcosa di positivo viene fuori. Dai quasi 500 punti base di un anno fa ci siamo stabilizzati verso quota 330bp (comunque ben al di sotto della media storica che fino ad aprile 2011 era di 150 bp). Eppure questo, per il sottoscritto, riflette esclusivamente le ragguardevoli scelte di politica monetaria adottate da Mario Draghi, presidente della BCE, che, con le long term refinancing operations (LTRO) prima e le Outright Monetary Transactions (OMT) dopo, ha scongiurato, con fatti e promesse, una fine imminente dell’Euro, scoraggiando eventuali attacchi speculativi sul breve. Senza queste misure draconiane, è mia convinzione che lo spread sarebbe ancora dove lo avevamo lasciato a novembre 2011 con il Cavaliere a capo del governo.

Forse la credibilità è aumentata agli occhi di quei Paesi che ci stanno conquistando; che stanno facendo razzia dei nostri principali assets (beni, NdR) per due briciole di pane o poco più: siamo credibili perché siamo un investimento decisamente economico e profittevole! Per diletto vi elenco le principali aziende del made in Italy che sono passate in mani estere negli ultimi tre anni: Bulgari, Parmalat, Ducati, Ferretti, Brioni, Gancia, Valentino, Ansaldo Energia, Gruppo Coin, Permasteelisa, Findus Italy Food, Selenia e l’elenco è ancora più lungo, con altri nomi altisonanti. Eppure “il professore” ci racconta da mesi che si intravvede la luce in fondo al tunnel. Ottimismo ingiustificato che viene smentito puntualmente dalle sistematiche revisioni al ribasso sulle stime future dell’economia. Finora di tecnico, in questo governo “illegittimo”, c’è stato davvero gran poco: è stato un fulmine nel mettere mano al portafoglio degli italiani (la cosa più facile ed immediata), ma insicuro e caotico nel tagliare gli sprechi, i costi folli e le inefficienze dell’apparato amministrativo e burocratico. E gli indici di gradimento mi pare stiano ampiamente dimostrando la perdita di fiducia verso il suo operato.

Nell’Italia di oggi, metter su famiglia può essere un’impresa eccezionale

Il nocciolo della questione, però, è un altro. A breve ci saranno le elezioni nazionali: siamo proprio sicuri che, se un vincitore “vero” uscirà fuori, questo abbia idee chiare e sappia con quali strumenti affrontare questa perdurante anomalia sistemica? Mi permetto di nutrire più di un dubbio se la più credibile ricetta fino ad ora presentata invoca ad una patrimoniale! Chiunque avrà le mani legate e potrà ben poco per come è strutturato il sistema oggi. E’ ora che venga messo tutto in discussione altrimenti l’alternativa è quella di finire in rovina. La Grecia è pronta a testimoniarlo. Si tergiversa, si compra del tempo, si rattoppano le falle e non si prendono decisioni, magari impopolari, ma che spezzano il filo conduttore con il passato. Il risultato: un Paese ormai in preda al delirio, al panico e alla fame. Già la curva demografica italiana dovrebbe farci riflettere su quali sono le prospettive oggi. I giovani, nella precarietà, non fanno più progetti a lungo termine. La casa e i figli sono ormai un’utopia per una grande fetta della popolazione. Ritratto di un Paese che si sta incamminando, e nemmeno molto lentamente, verso un’ingloriosa fine.

Quale è la cura miracolosa allora? Sono mesi che sto cercando di valutare tutti i possibili scenari e tra questi non me la sento di escludere un quadro drastico: uscire dalla moneta unica europea e tornare alla Lira, riconquistando piena sovranità monetaria! Già intravvedo lo sgomento per questa mia affermazione. Ma invito il lettore a valutare bene prima di trarre conclusioni affrettate. Potrei molto banalmente dirvi che ci sono diverse economie, integrate nell’unione europea, che hanno scelto di mantenere una propria valuta e una propria banca centrale e che se la cavano decisamente bene. Sto parlando della Polonia, della Gran Bretagna, della Svezia e della Norvegia. Giusto per elencare le principali. Un dato è quindi empirico: ci sono esempi che fino ad ora hanno funzionato. Paesi che attraggono capitali; dove anche livelli di tassazione elevati non scoraggiano l’imprenditorialità.

Carlo Azeglio Ciampi (Livorno, 9 dicembre 1920), già governatore della Banca d’Italia (1979-1993), presidente del Consiglio (1993-94) e presidente della Repubblica (1999-2006)

I maggiori rischi di una uscita dall’Euro, secondo il pensiero più comune, sono due: la paura di una super inflazione e la perdita di valore di tutti gli assets, con un incremento del debito pubblico e dei tassi di interesse. Per rispondere a questi timori faccio un salto indietro di 20 anni precisi e ricordo cosa successe nel 1992. L’Italia si trovò con un sistema industriale e finanziario sull’orlo del precipizio. A seguito dell’inserimento nello SME (Sistema Monetario Europeo), e quindi con tassi di cambio pressoché stabili tra le valute che vi appartenevano, la competitività dell’industria italiana crollò in un lasso temporale di pochissimi anni (meno di cinque, dal 1987 al 1992). A causa delle restrizioni sui movimenti di capitale, le imprese si trovarono sotto pressione. Le finanze pubbliche andarono in tilt, con deficit commerciali mostruosi e un indebitamento che passò, in meno di dieci anni, dal 64% al 105,2% del PIL. Il mercato (sempre lui, questo maledetto) si rese conto dei rischi connessi all’integrazione europea (in quei giorni anche la Danimarca vacillava sulla ratificazione del trattato di Maastricht) e prese di mira le monete più deboli: Lira, Peseta e Sterlina, proprio come ha preso di mira i titoli del debito pubblico dei paesi più deboli oggi. Ciampi, allora governatore di Banca d’Italia, cercò di difendere il tasso di cambio, nell’erronea convinzione che una valuta forte avrebbe obbligato l’amministrazione pubblica ad essere virtuosa e le aziende private a ricercare produzioni ad alto contenuto tecnologico ed elevato valore aggiunto.

Di fatto però, in questo modo, ottenne come unico risultato quello di svuotare totalmente le riserve dello Stato (parliamo di circa sessantamila miliardi di lire), sottostimando l’attacco speculativo, e alla fine dovette arrendersi: il 13 settembre 1992 l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato annunciò in televisione la svalutazione della Lira. Non solo: fu, pochi giorni dopo, varata una maximanovra da 93mila miliardi di Lire, pari al 5,8% del PIL, la più imponente correzione dei conti mai realizzata, di cui 47mila miliardi di tagli, 43mila miliardi di nuove entrate e 7mila di dismissioni. Cosa è successo dopo? In quasi tre anni la Lira arrivò a perdere fino al 50% del valore rispetto al Marco tedesco, valuta di riferimento, salvo poi apprezzarsi tra il 1995 ed il 1998. L’inflazione media, in termini assoluti, si mantenne pressoché costante rispetto al periodo pre-svalutazione, all’incirca attorno al 4,5% annuo nei successivi tre anni.

Il differenziale di inflazione calcolato sulla Germania, scese addirittura ad una media dell’1,6% anziché 2,7% dei tre anni precedenti. Quando la Lira cominciò a rivalutarsi alla fine del 1995, il differenziale scese fino all’1,2%. Come fu possibile tutto ciò? Semplicissimo: ci fu un calo delle importazioni (ovviamente più care) sostituite da prodotti nazionali più a buon mercato! L’Italia, avendo un tessuto industriale vario, non avrebbe certo i problemi di approvvigionamento cui potrebbe andare incontro la Grecia, in una eventuale sua uscita dall’Euro. L’unico dubbio riguarderebbe il settore dell’energia. Noi importiamo quasi tutta l’energia che consumiamo: dall’elettricità al gas. Ipotizzando anche una svalutazione post-abbandono dell’Euro del 30%, cosa a mio parere fin troppo esagerata nel contesto attuale, il prezzo della componente energia aumenterebbe sì…ma di quanto? Prendiamo ad esempio la benzina. Considerando che le accise rappresentano la componente quantitativa di gran lunga maggiore nella formazione del prezzo (circa il 63%), possiamo facilmente calcolare che il costo alla pompa avrebbe una maggiorazione poco sopra il 10%. Un impatto marginale e non devastante sui conti dell’industria.

Saldo della bilancia commerciale: 1970-1998 (prezzi correnti)

Ma veniamo al PIL (Prodotto Interno Lordo). Possiamo provare a ragionare sempre dando un’occhiata alla storia recente. Dopo il 1992 registriamo, in ordine, un calo dello 0,9% e poi un rialzo del 2,2% e del 2,9%. Meglio della Germania e dell’area Euro (anche se di poco). Questo, e ci tengo a sottolinearlo, nonostante la maximanovra citata poco prima e l’ulteriore manovra aggiuntiva da 30mila miliardi, con la patrimoniale del 6 per mille sui depositi bancari e postali e l’imposta straordinaria del 3 per mille sugli immobili sulla base della rendita catastale rivalutata. Cose che avrebbero messo in ginocchio qualsiasi Paese, con PIL sottoterra. Eppure la bilancia dei pagamenti registrò cifre all’attivo che mai si erano viste fino a quel periodo. Gli ordinativi dall’estero per le industrie italiane crescevano a ritmi forsennati. Furono gli ultimi anni del miracolo industriale italiano. Gli investimenti delle imprese ripresero freneticamente e l’occupazione tornò a salire. Quindi l’impatto della svalutazione della Lira fu estremamente positivo per l’economia Italiana.

Saldo primario: 1980-2008

Altro punto da considerare: il debito pubblico. Ci fu l’epocale incremento del debito che ci si sarebbe potuto aspettare? La realtà dice piuttosto il contrario! Proprio a causa di questi massicci surplus nel saldo primario, la curva del debito, in proporzione al PIL, arrestò la sua corsa nel giro di un anno, e iniziò a ripiegare su sé stessa, favorendo un deciso miglioramento negli anni a seguire.

Chi oggi crede che le due situazioni siano diverse compie un grosso errore. Infatti l’incidenza del peso dell’”import-export” è decisamente maggiore e, in economie così integrate, gli effetti dovrebbero essere conseguentemente più rilevanti. Cosa ci insegna la Grecia, con le dovute differenze? Citando l’economista Antonio Martino, semplicemente che il risanamento di uno squilibrio finanziario internazionale può essere realizzato, senza variare la parità del cambio, unicamente dalla diminuzione generale dei prezzi e dei redditi interni. Per ritrovare competitività e rilanciare un sistema in crisi, c’è bisogno che questo diventi più appetibile in termini di convenienza. Ma quanto può essere lungo questo processo? Ipotesi assolutamente realistiche parlano di un arco temporale almeno ventennale. Quindi la domanda da porci realmente è: preclusa la possibilità di svalutare, la gente è pronta a rinunziare permanentemente al tenore di vita cui è stata abituata fino ad ora? Perché, come è ovvio, sarebbe più facile lasciar fluttuare una variabile sola, il tasso di cambio, anziché tenere fermo il cambio, facendo diminuire tutti gli altri prezzi e i redditi.

Altro aspetto da evidenziare, è l’evidente perdita di democrazia in un sistema europeo come quello di oggi. A fronte di dure rivendicazioni che metteranno il cappio al collo alle già deboli economie (mi riferisco al trattato del Fiscal Compact, ormai approvato e parte della nostra Costituzione), non si è dato modo al cittadino di esprimere un giudizio: su determinate questioni il referendum non è nemmeno consentito. In Italia, anomalia ancor più rara, queste decisioni sono state prese da un governo che non è nemmeno legittimato dal popolo attraverso il voto. Forse non è per nulla chiaro quanti sacrifici ci attendono nei prossimi anni (vincolo del pareggio di bilancio, riduzione del debito pubblico sotto la soglia del 60% del PIL in venti anni…e contestualmente il versamento della quota di spettanza al fondo ESM (fondo salva-stati, NdR), che per l’Italia vale 125 miliardi di Euro a pieno regime!). Sacrifici richiesti per obiettivi fuori portata. Mete irraggiungibili che non si potranno mai conciliare con le politiche di austerity imposte dall’Europa.

Ecco, è su questo punto che mi aspetto una reazione fervida della gente. Il 2013 deve essere l’anno della presa di coscienza del cittadino; l’anno in cui la gente dovrà tornare con entusiasmo ad occuparsi del proprio futuro, manifestando con fermezza la propria ideologia. Forse è arrivato il momento che la stessa Costituzione venga riscritta, cercando di adattarla ad un contesto che, nel frattempo, si è evoluto ed è decisamente diverso rispetto a quello degli anni ’40. Ritorno ad una vera democrazia e piena sovranità al popolo: questo è ciò che auspico per l’anno nuovo ed è l’augurio più grande che possa fare!

Leggi la risposta a questo articolo, di Matzeyes

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5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Luigi Ferrara

    Finalmente una voce seria e competente fuori dal coro…

    L’Italia è più ricca della Germania in termini pro capite, con circa 9.000 miliardi di euro di ricchezza privata…

    C’è un giornale, in Europa, che canta fuori dal coro nell’accogliere la notizia di un ritorno di Silvio Berlusconi nel ruolo di candidato premier. La linea diffusa è quella, ad esempio, dell’Economist, che riprendendo il ritornello del musical “Mamma mia” titola “Mamma mia, here we go again” (“mamma mia ci siamo di nuovo”) con sotto la faccia sorridente di Silvio Berlusconi. Chi esce dal coro è un altro giornale inglese, The telegraph. Lo fa sostendendo, come da tempo fa Berlusconi, che il vero problema dell’Italia e della sua economia sia l’euro.

    “La valuta sbagliata” – “L’Italia ha solo un grave problema economico. Ha la valuta sbagliata” scrive Ambrose Evans Pritchard sul quotidiano conservatore (i conservatori britannici vedono la moneta unica europea come la peste bubbonica e infatti ci girano al largo). “L’Italia è più ricca della Germania in termini pro capite, con circa 9.000 miliardi di euro di ricchezza privata. Il suo debito pubblico e privato combinato è al 265% del Pil, inferiore a quello di Francia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone.Il paese si piazza in cima alla graduatoria dell’indice del Fondo Monetario Internazionale per “sostenibilità del debito a lungo termine” tra i principali paesi industrializzati, proprio perché ha riformato da tempo il sistema pensionistico sotto Silvio Berlusconi”.

    L’analista – The telegraph cita poi Andrew Roberts, analista di Royal Bank of Scotland, la prima banca britannica. Che afferma: l’Italia ha “un vivace settore delle esportazioni, e un avanzo primario. Se c’è un paese nell’Unione europea che potrebbe trarre beneficio dal lasciare l’euro e dal ripristino della competitività, è l’Italia”. E cita pure uno studio di Bank of America, secondo il quale il nostro paese avrebbe da guadagnare più degli altri membri dell’Ue da un’uscita e dal ripristino di un controllo sovrano sulle leve di politica economica. Che è quello che va sostenendo Berlusconi quando parla di inflazione e di possibilità di stampare moneta per ripagare il debito limitando così i tassi d’interesse che il nostro paese si trova a pagare agli investitori stranieri (lo ha detto anche ieri da Vespa)

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  2. matzeyes

    Ok il risveglio delle coscienze. Però secondo me questa analisi manca dell’elemento “controfattuale”. Cosa sarebbe successo fino ad oggi senza l’Euro? Io sono convinto che oltre alla disoccupazione che avremmo comunque, ci sarebbe un’inflazione al 10%. Temo che senza il paracadute dell’Euro l’Italia sarebbe già stata insolvente.
    Senza l’Euro vorrebbe dire dare carta bianca ai nostri italici politici, ci fidiamo?
    Se uscissimo dall’Euro ci troveremmo con i mutui alle stelle, siamo pronti? Non ci sarebbe chi tappa i buchi nelle nostre strade.
    Insomma, per me uscire dall’Euro è fantascienza. Che non vuol dire che starci dentro significhi essere supini e guardare solo allo spread.
    Non solo ci rimarrei dentro, ma vorrei il commissariamento totale dell’economia italiana…

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    • Luigi Ferrara

      Commissariamento?!?! Da parte di chi?!?! Di un’istituzione europea privata come è strutturata quella di oggi, che quindi non fa interessi pubblici? Di stati come la Germania che nascondono i numeri reali del debito pubblico (leggasi KFW)? Che elude il regolamento della BCE durante le emissioni del debito pubblico facendovi partecipare la Bundesbank? Che ha una marea di Landesbank fallite e DB con il più grande leverage d’Europa (ma che per magia sono considerate virtuose e da AAA)? No grazie! Seriamente! Commissariamento vuol dire, per chi non lo ha ancora capito, game over! Secondo te perchè la Spagna, che non ha veramente più ossigeno, è così restìa a chiederlo?

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  3. Roberto

    L’analisi dell’autore è interessante, se non altro per cercare di ragionare su cosa accadrebbe in caso di uscita dell’Italia dall’euro. In effetti abbiamo rinunciato alla leva del cambio, privandoci di uno strumento essenziale di politica economica. L’articolo si concentra però unicamente dal lato degli effetti positivi, ovvero la speranza che l’improvvisa svalutazione connessa al ritorno alla lira dia un fortissimo impulso alle esportazioni. Ma è solo questo il problema dell’Italia? L’euro forte? Oppure sono i ritardi strutturali accumulati in 20 anni, scuole fatiscenti, pressione fiscale concentrate sul lavoro e non su rendite, infrastrutture scadenti, monopoli, amministrazione pubblica da terzo mondo, magistratura inefficiente, bassa produttività, mercato del lavoro ingessato. Un ritorno alla lira metterebbe solo una pezza su tutti questi problemi, creando nuovamente l’illusione (come nel 1992) di un miracolo economico dal fiato corto, destinato a concludersi in pochi anni, come accadde anche negli anni novanta. Mi piacerebbe anche che l’autore ci parlasse se e in che modo potremmo superare lo sconquasso finanziario che sarebbe provocati dall’uscita dell’euro.

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    • Luigi Ferrara

      Roberto,
      sui 20 anni persi non posso che essere d’accordo con te, anzi forse sono 30! Di errori ne abbiamo fatti tantissimi e non era mia intenzione accusare “unicamente” il Governo Monti. Ovviamente non si può sbrogliare una matassa così grande in un anno. Certo è che le misure intraprese non solo non sembrano efficaci, quanto piuttosto dannose. C’è da lavorare tantissimo in questo paese; bisogna sovvertire questo sistema che ha falle ovunque. Se questo passo dovesse essere accompagnato anche da un’eventuale uscita dal sistema €, allora l’Italia potrebbe rilanciarsi alla grande. E’ chiaro, come giustamente affermi, che la sola uscita dalla moneta unica produrrebbe illusione e i risultati sul lungo periodo sarebbero aleatori. Lo sconquasso finanziario? Beh, le mie analisi parlano di tutt’altro, dati empirici alla mano. Non vedo questa fine del mondo che tanti sospettano. I benefici dovrebbero pareggiare e superare i costi. Parlo di lungo periodo ovviamente! E’ ovvia una cosa: chi si trovasse in una condizione di dover vendere alcuni asset, sul brevissimo, soffrirebbe di una minusvalenza proporzionale alla caduta di valore della moneta…prometto di scrivere un’integrazione che spieghi come affrontare questa fase.

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