IL RE (quando finisce un’età)

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Io certe volte ho speranza nel futuro e certe altre volte ho paura del futuro. Il futuro per me è stato sempre qualcosa a cui anelare o qualcosa da cui sfuggire.

Al liceo, quando avevo sedici anni e al futuro non ci pensavo proprio, c’era un ragazzo che era il re della scuola. Dico sul serio, proprio il re. Non era il più forte o il più grosso però aveva quella sorta di alone intorno a sé, che non so spiegare bene e che molti definiscono carisma. Neanche so perché questo ragazzo fosse re, se l’avesse ereditato o meno, so solo che era il re del liceo e di certo non lo mettevo in discussione.

Il re se ne andava per i corridoi della scuola senza che i bidelli o i professori e persino il preside gli dicessero niente. Anzi tutti lo salutavano e lo chiamavano per nome, qualcuno dei docenti lo ammoniva bonariamente, lo rimbrottava per qualche guaio combinato durante un’assemblea degli studenti, tuttavia nessuno lo trattava con la sufficienza con cui si tratta un adolescente con le spalle secche come ero io allora. A differenza mia il re aveva due spalle enormi e quadrate, un testone con capelli ricci ed ingellati buttati all’indietro ed una bocca rossa che mentre parlava si vedeva che le ragazze si innamoravano. La cosa che non riuscivo a capire era perché tutte le ragazze lo prendessero in considerazione. Voglio dire, non era un bello, uno che lo vedi e devi ammettere che è molto bello, ma sapeva attirare le attenzioni delle nostre coetanee. E non solo di loro. Tutti, dico, ma proprio tutti, sapevano chi era, come se lui rappresentasse un personaggio di un passato mitico in cui era da sempre protagonista. Quando arrivava in motorino nel cortile della scuola, dove ci fermavamo a fumare e a parlare, era, ai miei occhi, come se i compagni di liceo si fermassero. Lui arrivava, poggiava al muro il suo SH blu elettrico, senza cavalletto e col motore modificato, e cominciava ad esistere. E tutti, dico, ma proprio tutti, cambiavano atteggiamento. C’era chi ci scherzava, chi si faceva prendere in giro, chi gli diceva che dovevano parlare, come se lui fosse un padrino che risolvesse i problemi, qualche ragazza che lo baciava sulle guance, e chi aveva confidenza con lui l’aveva con il mondo. Così, nella scuola, chi si poteva considerare suo amico contava molto e in un’ipotetica scala di valori aveva raggiunto un gradino di popolarità in più. E se hai sedici anni lo sanno tutti che la popolarità al liceo è la cosa più importante del mondo, più importante del mondo stesso. Il Re era talmente popolare che c’era da sospettare che la gente a scuola conoscesse più lui, in modo diretto o di fama, che il preside che rappresentava l’Istituto nelle visite ufficiali. Il suo nome riecheggiava sempre, e non era concepibile che qualcuno non lo ricordasse. Io ero invidioso. Il mio nome è particolare – mi chiamo Albenzio gentile successione di un trisavolo nobile – eppure non lo ricordava mai nessuno e, a parte i miei compagni di classe costretti dalla ripetitività dell’appello giornaliero, i ragazzi e le ragazze delle altre sezioni a malapena mettevano a fuoco il mio viso. Invece il re era tre spanne sopra a me e non solo era il più famoso ma qualsiasi cosa dicesse generava dei gran dibattiti. Poteva dire opinioni di ogni genere e in ogni campo che se qualcuno osava non dico negare ma solo sollevare un dubbio ad una piccolissima parte del vaticinio veniva censurato dal seguente altolà: “Guarda che l’ha detto Sante, eh!”. Ero molto invidioso, ma uno all’età di sedici anni non solo non lo confessa al mondo ma non lo ammette neanche a se stesso di esserlo. E allora, forse per un meccanismo che andrebbe studiato da un giovane Jung oppure che necessiterebbe di un banale TSO, presi a comportarmi come lui, come Sante il Re. O almeno ci provai.

Sante aveva un anno più di me, frequentava un’altra sezione e la sua classe era nello stesso corridoio dove si trovava la mia. Era già stato bocciato una volta, forse due, ma per quello strano privilegio di cui godono i monarchi riuscì a perdere appena un anno e a diplomarsi, così, quando ottenni anche io la maturità. Aveva usato il meccanismo in voga dei figli viziati: due anni in uno. A sedici anni, però, non me ne fregava niente delle pari opportunità e della meritocrazia e presto dovetti arrendermi al fatto che lo studio non è che venisse valutato come un elemento di popolarità. Volevo essere popolare e non lo ammettevo neanche a me stesso, volevo che la gente parlasse di me anche quando non c’ero e che quando arrivassi con il mio Geo, a cui avrei modificato il motore e tolto il cavalletto, le persone si fermassero per un attimo, mi sorridessero e mi dicessero una battuta come facevano con Sante il Re. Io non ero così, ero proprio diverso da Sante il Re, piuttosto ero uno da “non ditemi quello che non posso fare” e cominciai a perseguire un obbiettivo che per me fu, allora, la vita stessa. Ben presto, qualsiasi discorso stessi intavolando nel cortile della scuola, quando arrivava Sante il Re mi fermavo trascurando l’interlocutore di turno. Lo osservavo nei modi di atteggiarsi, cercavo di orecchiarne le parole rivolte ad un altro fico della scuola, non al suo livello ma degno di stare dentro la sua cerchia, e studiai il leggero arrochirsi della voce quando urlava o bestemmiava davanti al portico del nostro liceo. Ne analizzai, come un entomologo studia gli insetti, il leggero arcuare delle spalle quando camminava, l’allargarsi delle ginocchia alla pistolera, il modo di tenere la sigaretta in bocca e l’accennato petto in fuori dell’incedere e rinculare fieri, e poi cominciai a pettinarmi come lui, sprecando anche mezz’ora davanti allo specchio per controllare che i capelli fossero non troppo corti, pieni di gelatina e pietrificati sulla testa. E anche se mi stavano male, perché avevo l’attaccatura a punta e i capelli lisci, non me ne importava: io volevo essere come il Re. Per l’altezza non potevo farci niente, era un po’ più alto di me e sarei sempre rimasto inchiodato al mio metro e ottanta. Lui, il Re, sarà stato un metro e ottantaquattro, aveva due gambe che erano tre delle mie sebbene quello che mi frustrava l’anima erano le spalle, troppo più larghe e più robuste. Allora, dal momento che per l’altezza non potevo farci niente o al massimo prendermela con Dio o con il me stesso che aveva abbandonato il basket troppo presto, mi buttai in palestra. Dovevo crescere ad ogni costo, fortificare le mie spallette da cantanti “grunge” degli anni novanta. Iniziai un duro lavoro: pesi, pesi e pesi. Deltoidi sforzati al massimo, lunghe ripetute all’ercolina, sudate sovrumane per salire sempre di più col bilanciere dei pettorali ed esercizi per irrobustire le spalle, tantissimi esercizi per irrobustire le spalle. Mentre mi infliggevo quel massacro studiavo anche il modo di vestirsi del Re. La tenuta ufficiale era composta da pantaloni della tuta Adidas, blu con le strisce bianche, e un giubbotto di pelle scura aderente al torace con una sciarpa azzurra quadrettata di rosso e intabarrata intorno al collo taurino. In alternativa jeans strettissimi, un maglione con il colletto della maglietta in vista e due occhialoni da sole, o ancora, come ultima opzione, nelle prime giornate di caldo primaverile, una maglietta ben attillata al corpo palestrato e una felpa annodata come una cinta tra lo stomaco e la pancia.

Dopo qualche mese che avevo preso le contromisure per assomigliargli tentai, nelle nuove vesti, i primi approcci con gli altri che, però, mi guardavano come un marziano e uno dei miei migliori amici, che mi aveva conosciuto per un tipo non estroverso, cominciò a trattarmi in modo diverso, forse colpito dai nuovi atteggiamenti. Ormai, ad imitazione del re, urlavo invece di parlare, condivo le frasi con fantasiose bestemmie, proprio come faceva lui, e cercavo di attirare l’attenzione con ampi gesti del corpo che ingrossavo, con evidente sforzo dei tendini, per risultare più minaccioso. Dopo un po’ il mio amico non rideva più alle mie battute, non rideva proprio più e io non capivo perché.

Continuai nella matta voglia, ormai la mia vita era fatta di poche ma essenziali cose, la prima, ovviamente, era di risultare come Sante il Re. La seconda era il mezzo per ottenere la prima: gli allenamenti. Non che la palestra fosse stata così benefica. Mi ero rinforzato ma le spalle erano di gran lunga più piccole di quelle di Sante il Re e la voce che tentavo di ingrossare tradiva ogni tanto degli squittii più consoni ad uno che, fino ad un anno prima, era stato un rachitico capellone in camicia di flanella amante di Kurt Cobain. Presi a studiare di meno, ad essere più sprezzante nei confronti dei professori e ad urlare nei corridoi frasi che sentivo pronunciate a gran voce da Sante e dalla sua cerchia.

C’era un professore della scuola che aveva in consegna parecchie classi tra cui quella mia e quella di Sante il Re. Con questo professore che insegnava italiano io, negli anni precedenti, avevo studiato e avevo costruito un rapporto fatto di consigli reciproci sui libri da leggere. Mi considerava, quel professore. Era ebreo e mi consigliò autori che mi piacquero da subito e che non confessavo ai miei amici di leggere per paura di far conoscere una passione che fosse diversa da quella per le ragazze.

Mi diede forza il professor Milano, mi spronò per almeno tre anni di liceo e mi insegnò a credere in me stesso. Fu grazie a lui che mi interessai a Isaac Singer e Bernard Malamud e fu sempre grazie a lui che riuscii a fidanzarmi con una ragazzetta che mi veniva dietro e che io, non considerandomi all’altezza del sesso, rifiutavo. Fu un rapporto significativo, fino al quarto anno ovviamente, fino a quando, cioè, decisi che volevo assomigliare a Sante. Quella voglia di essere come il Re, poi, non era chiara nella mia testa, era come un riflesso condizionato. Non è che io mi dicessi nel segreto della mia stanza: “Voglio essere come Sante, voglio essere come il Re”, io lo facevo e basta.

Un giorno, fuori dalla scuola, vidi il professor Milano parlare animosamente e ridere con Sante il Re durante la ricreazione. Con il petto in fuori e le gambe allargate, ché volevo che il Re si accorgesse di me, mi trascinai vicino ad una colonna del portico della scuola e accendendomi una sigaretta tentai di origliare quanto si dicevano. Erano a soli due metri e potei ascoltare bene. Il professor Milano mi risultò diverso da come lo avevo sempre conosciuto, non si perdeva in tante parole dosate come faceva con me quando discutevamo di autori, musica rock e oscuri film degli anni trenta. Niente di questo. Con Sante, Milano parlava delle ragazze che il Re faceva innamorare, gli raccomandava che alla prossima assemblea di Istituto avrebbe dovuto smetterla di staccare gli estintori per imbrattare la sala delle riunioni e che, soprattutto, non doveva più marinare la scuola. I due si congedarono e il professore diede una pacca sulla spalla di Sante, il quale lo salutò con un’espressione che il vecchio Albenzio mai avrebbe potuto pronunciare: ”Ciao giudeo”. Milano se ne andò scuotendo la testa e Sante il Re si accese un’altra sigaretta e gridò di nuovo, seguendo con gli occhi la sagoma del professore: “Ehi giudeo ci vediamo domani, hai la prima ora fai il bravo stasera!”. Io ne rimasi esterrefatto e poi iniziai lentamente a considerarmi un fallito poiché ero ancora molto lontano dalla sicurezza di Sante il Re. Milano si girò e accigliato gli disse: “Sante, così marchi male!”. Era un rimprovero eppure glielo aveva lanciato con quell’aria di confidenza vera che con me non aveva mai avuto. Presi ad invidiare il Re ancora di più e un soffuso senso di impotenza iniziò a martellarmi il cervello. Quando arriverà il mio momento, mi chiedevo, quando i professori si relazioneranno con me così come fanno con Sante, cioè con quell’atteggiamento un po’ paterno un po’ buontempone con cui lo trattavano e che a me avevano sempre negato. E poi lui riusciva a farlo ridere il professor Milano, io, a malapena, gli avevo strappato un sorriso in tre anni di liceo. Ne fui ancora più invidioso e una furia di arrivare si impadronì della mia persona.
Dopo la scuola andai di gran lena alla palestra e mi allenai così intensamente che la sera mia madre dovette massaggiarmi i muscoli, tale era stata la nevrosi e la rabbia con cui avevo alzato i pesi e ridotto a brandelli le mie povere braccia magre. In più un’altra cosa che mi mandava in bestia fu di sapere che le conoscenze di Sante il Re erano di quelle che contavano in città. Non frequentava compagni di classe di buona famiglia come me ma Sante il Re si vedeva in giro con tutto un mondo di piccoli delinquenti che se li incrociavi nella mia città era meglio abbassare lo sguardo per non essere umiliato da un loro cipiglio o, peggio ancora, malmenato dopo essere stato derubato di qualche decina di migliaia di lire. Su Sante giravano storie e leggende malavitose che ne accrescevano il mito e nutrivano la mia invidia. Presto, tra la palestra e la voglia di emulazione, il mio corpo di adolescente somatizzò la frustrazione in una nidiata di fastidiose pustole.

La scuola ormai non mi interessava più, la marinavo ogni volta che ne avevo l’opportunità, scegliendo quei giorni dove ero sicuro che i miei genitori non sarebbero stati in giro per la città, di libri, poi, avevo smesso di leggerne e qualche volta cercavo di darmi arie con i miei amici raccontando di mie supposte e bugiarde avventure al limite della legalità, o ben oltre essa, con cui tentavo di costruirmi una nomea di ragazzo senza paura. Un giorno, poi, ascoltai una storia raccontata da un ragazzo che aveva visto protagonista Sante il Re. Pare che Sante, dopo che la ragazza di un suo amico era stata offesa da un gruppo di zingari, avesse preso, di suo pugno, l’iniziativa di andare in solitaria a difendere l’onore dell’amico e della fidanzata. Si diceva che ne avesse torchiati ben tre, incurante delle possibili ritorsioni che noi tutti in città temevamo. Ma Sante, pensai, era il Re e certamente non si preoccupava della vendetta degli zingari. Questi, si diceva sempre dalle parti della scuola, erano tutti suoi amici e dunque poteva permettersi di trattarli come meglio riteneva. Decisi che avrei dovuto dimostrare al mondo di essere capace di difendere i miei compagni. Lo faceva Sante, dovevo farlo anch’io.

L’occasione mi si presentò  qualche settimana dopo. Un mio amico era stato tamponato da un altro ragazzo della scuola che gli aveva procurato un lievissimo danno allo stop del motorino. Chiesi a Cecio chi gli avesse fatto lo sgarro e lui mi disse che non era niente ma che un po’ se l’era presa perché l’altro ragazzo se ne era andato via senza voler verificare l’entità del danno. Era stato un certo Alessandro, detto Sicilia. Io promisi a Cecio, senza che me lo avesse chiesto, di fare in modo che Sicilia si scusasse e mi recai sotto casa sua. Mi misi a imprecare, arrochendo quanto più potevo la voce e dopo poco sbucò la testa nera di Sicilia che mi fece segno di non urlare. Gli comandai di scendere e di chiedere scusa a Cecio, che se ne stava rannicchiato dietro la mia schiena. Dopo un minuto Cecio mi chiese di andare, sterzai il motorino e sgasai via. La voglia di essere come Sante il Re ormai aveva preso completo possesso di me tanto che il mio primo pensiero all’uscita di casa era quello di vedere se la gente mi considerasse come lui. Provai ad ascoltare, ad orecchiare, a infilarmi in gruppi di conoscenti per sapere se qualcuno parlasse del mio gesto nei confronti di Sicilia. Niente. Solo due sere dopo, durante una festa, incontrai Sicilia, al quale non rivolsi né una parola né uno sguardo, e qualcuno mi riportò che andava dicendo in giro di non essere sceso a picchiarmi solo perché a casa era presente la nonna che stava poco bene. Non rimasi troppo alla festa, chiedendomi se qualcuno avrebbe mai potuto dire una cosa del genere di Sante e me ne andai a letto pensando, per una notte intera, alla distanza abissale che mi separava dal Re.

Qualche tempo dopo provai anche io a chiamare giudeo il professor Milano il quale mi guardò forse rattristato. Non seppi spiegarmelo bene perché fu un reazione diversa da quella che aveva avuto con il Re. A me non aveva detto niente, mi aveva solo fissato per un momento per poi andarsene. Quanto a Sante, lui era sempre più popolare anche se io non osavo neanche per sbaglio avvicinarmi. Lo invidiavo, lo osservavo, lo ascoltavo, perché lui non parlava ma urlava, ma mai e poi mai avrei potuto immaginare di diventare suo amico. E quando vidi che uno dei miei migliori amici gli parlava con una certa confidenza provai un’insopportabile invidia e un senso di rivalsa. Come aveva fatto a conoscerlo? Di che cosa stavano parlando? Non chiesi niente perché mi rendevo conto che non sarebbe stata una domanda normale e poi nessuno, nel mio disegno perfetto, doveva sospettare che io osservassi Sante. Solo una volta, durante una quarta ora, mi capitò qualcosa che non avevo preventivato. Chiesi al professor Milano di poter uscire fuori dall’aula. Avevo preso a fumare, proprio per imitare Sante il Re, e desideravo assaporare una sigaretta per spezzare la noia di una lezione su Torquato Tasso. Il professor Milano, con il quale avevo smesso definitivamente di parlare di cinema, arte e politica, mi accordò il permesso, sibilandomi mentre uscivo dalla classe: “Però non buttare la cicca sul pavimento che poi se la prendono con me!”, stampandosi sul viso una smorfia di fastidio. Quella raccomandazione, che fece ridere un po’ tutti nella classe, rimbalzò su di me e fui cosciente che per la prima volta Milano mi aveva trattato come Sante il Re. Finalmente, dopo mesi di palestra, di attenzioni per ingrossare la voce, di sedute mentali per credere di avere la bocca rossa che faceva innamorare le ragazze, e di auto celebrazioni per far pensare di essere anche io una specie di padrino, quella raccomandazione, nella mia mente, mi fece entrare nell’alveo dei personaggi della scuola che andavano redarguiti perché pericolosi. In sostanza capii che quello che invidiavo a Sante il Re era che da tutti fosse temuto prima di essere ammirato, e fosse temuto perché considerato un ragazzo “pericolosamente matto”. Cosa che io non ero affatto, ma che adesso pensavo, godendone, che gli altri cominciassero a credere.

Comunque, in quella quarta ora del Tasso, andai al bagno. Fiero di me accesi la sigaretta e, appoggiandomi alla porta del cesso, lessi sul muro una scritta rossa a caratteri cubitali: LIFE O MALALIFE?. Senza che me ne accorgessi incrociai gli occhi familiari, piccoli e neri di lui. Era Sante il Re in persona. Ci guardammo per un breve istante, io avevo sempre pensato che lui neanche mi conoscesse e di certo lui non poteva sapere che da mesi, anzi ormai da quasi un anno scolastico, non avevo fatto altro che tentare di assomigliargli. Quando mi disse ciao con l’arrochimento e mi chiese di accendere, io quasi mi impappinai a porgergli l’accendino che a momenti finiva sul pavimento del cesso. “Stai attento che se ti cade diventa radioattivo” – disse Sante il Re. Mi sforzai di sorridere ben attento a non guardarlo negli occhi. Il Re si accese la sua sigaretta, mi diede indietro l’accendino e fumammo senza che nessuno dei due parlasse più. Magari lui voleva parlare, in fondo era stato lui a dirmi ciao, a chiedermi da accendere e a fare la battuta sulla radioattività, ma io rimasi lì, penzoloni, cercando, mentre fumavo, di assumere un atteggiamento sfuggente. E un pensiero rapido quanto insinuante mi trapassò la mente: che cosa penserebbe Sante il Re se sapesse che fino all’anno scorso parlavo con quel giudeo del professor Milano di Singer, E.G.Robinson e il centrosinistra di Prodi?

Arrivò giugno, la fine della scuola era vicina. Il mio quarto anno era andato male a livello di profitto scolastico e temevo di essere bocciato. Da prassi, nel giorno degli scrutini, tutti i ragazzi si recavano fuori dal liceo per carpire in anteprima gli esiti. Qualcuno si dava da fare, chiedeva, premoniva, emetteva sentenze inappellabili. Io cercavo di assumere un atteggiamento di noncuranza per i miei voti poiché non doveva fregarmene un granché, quelli come me e Sante se ne fregavano dei voti, della promozione, della bella pagella. E mentre cianciavo dell’ultima avventura inventata con persone che mi consideravano “pericolosamente matto” vidi qualcosa di inaspettato. Nella confusione di marmitte puzzolenti, professori recalcitranti alle anticipazioni, scene di lacrime e gioie, vidi, ben nascosti, in un angolino del portico, Sante discutere con il professor Milano. Parlavano ma né Milano rideva né Sante gongolava come al solito. Stavolta era Milano a sembrare più sicuro di sé e Sante, oltre a gesticolare, non aveva la stessa faccia. Piantai i ragazzi con cui millantavo storie ridicole e mi avventurai tra la folla per raggiungere i due. Ci passai molto vicino e mi fermai di spalle, a circa un metro, fingendo di allacciarmi una scarpa. Non capii molto bene, la folla e le marmitte non consentivano di farlo. Era Sante, Sante il Re in persona, che implorava a Milano di non bocciarlo. Non volevo crederci così rimasi per un po’ in ginocchio slacciandomi e riallacciandomi una scarpa. Stetti qualche minuto credo fino a quando le ginocchia non mi fecero male. Quando mi girai i due non c’erano già più e, pur non avendo appurato bene, ero sicuro di averlo sentito. Quasi scappai, ero confuso. Ma come, mi chiedevo, come è possibile che il Re si preoccupi di non essere bocciato? Non ci pensai tanto ma quasi, senza che ne avessi perfetta contezza, mi sembrò di aver sprecato un anno. Provai, il giorno prima dell’uscita dei quadri scolastici, la mia dose di terrore per una bocciatura, sudai freddo e non dormii tutta la notte. Alla fine ce la cavammo entrambi, sia io che Sante. Io presi due corsi di recupero, lui tre, ma passammo.

Il quinto e ultimo anno iniziò ben presto dopo un’estate trascorsa a studiare matematica con l’aiuto di un professore grasso e supponente amico di mio padre. Al ritorno a scuola senza che me ne accorgessi ero diverso, quell’anno avrei dovuto studiare. Non volevo più avere problemi e rischiare di essere bocciato, e non avrei voluto più soffrire una nottata come quella. Studiai più per paura che per voglia di apprendere. Mi impegnai soprattutto nelle materie di Milano che, però, non mi considerava più come un tempo. Studiavo, approfondivo, imparavo a memoria eppure il massimo voto che riuscivo ad ottenere era un sei, sei e mezzo. Tra me e Milano qualcosa non c’era più, lo sapevo, lo vedevo. Quanto a Sante non so. Sembrava passato un decennio ma non ero più quello che lo osservava, lo scrutava, lo invidiava, non mi interessava più, quell’anno l’unico mio scopo era rappresentato dal non avere più paura di essere bocciato.

Giugno arrivò presto, sostenni gli esami di maturità e mi congedai da scuola con un discreto 78 su cento. Di Sante non ebbi notizie, per tutto l’anno non ricordai quasi più di avere passato l’anno precedente con quell’ossessione di essere come lui. Non so dire come fu, se ebbi io un processo di maturazione oppure una semplice virata dei miei interessi ma i gesti, le parole urlate, quell’inventarsi storie al limite della legalità sparirono dalle mie velleità.

Andai all’università. Non vidi per un po’ né Sante né il professor Milano. Seppi che gli era morta la moglie ma non ebbi il coraggio di telefonargli. Invece mi arrivò voce che Sante ormai era diventato una specie di piccolo delinquente, un boss di quartiere, qualcuno di importante, come si dice dalle mie parti “uno che se la comanda”. Non mi interessava perché adesso vivevo in un’altra città, stavo studiando per diventare un buon medico e non avere problemi di soldi in futuro. Quando tornavo mi capitava di incontrarlo ogni tanto Sante il Re, ma non ricordavo di essere stato così affascinato da lui un tempo, non ricordavo che un anno intero della mia vita fu totalmente dedicato a cercare di essere come lui. Non ricordavo niente, la mia vita era diversa adesso, avevo diversi amici, non ricordavo un bel niente.

Una sera, fuori da un locale della mia città, ero andato con un paio di vecchi amici del liceo a prendermi una birra. Avevo ventisei anni adesso e stavo preparando la tesi in Medicina Legale. Lo vidi, vidi Sante entrare nel locale. Era sempre grosso e imponente ma non aveva più, a miei occhi, quell’alone che molti definiscono carisma. Aveva anche un accenno di chierica e la gelatina gli appiattiva i capelli proprio dove li aveva persi. Vidi che entrava con le gambe allargate dentro il locale ma non ci pensai più di tanto. Non provai niente.

Per completare la tesi avevo deciso di ritrasferirmi nella mia città e cominciai ogni tanto a frequentare un locale dove mi rilassavo dopo i quotidiani sforzi e le tensioni solite di uno che sta alla fine dell’Università. Ritrovai un bel po’ di amici e qualche faccia conosciuta al liceo, anzi c’erano proprio tutti ed era piacevole quel tuffo nel passato. Avevo iniziato a fare un po’ di pratica nell’ospedale della mia città vivisezionando corpi, analizzando decessi e scorporando budella che un po’ mi impressionavano. Nel bel mezzo della tesi sentivo crescere il nervosismo così presi ad andare nel locale ogni sera. Le facce del liceo erano le stesse e quelli più scalmanati che all’epoca non mi davano molta confidenza mi trattavano da pari a pari, anzi ebbi l’impressione che ormai per loro fossi qualcuno da rispettare. C’erano anche molti della cerchia di Sante il Re, un po’ meno fichi dai tempi del liceo e più attenti a chiedermi chi ero e che cosa facevo.

La tesi ormai era pronta, il tirocinio che frequentavo all’ospedale procedeva a gonfie vele e il nervosismo sembrava scomparso. Quella sera di ottobre, dopo che ebbi la sicurezza che mi sarei laureato il giorno venti di novembre, andai felice al locale. Era mercoledì ma stranamente era affollato e rividi molte delle persone che avevano popolato la mia adolescenza. Sembrava proprio di stare dentro il liceo. Arrivò un ragazzo che non era un mio amico ma un conoscente fin dai tempi della scuola, una di quelle persone sempre presente nei ricordi ma mai decisiva per qualcosa della propria esistenza. Lo disse a gran voce e il locale si fermò qualche secondo: “Sante è morto” – urlò – “Sante è morto”. “Come è morto?” – fece qualcuno. “Si, è morto, oggi pomeriggio”. Non si seppe poi molto. Aveva aspettato che la madre se ne fosse andata col fratellino, aveva chiuso a chiave la porta di casa, serrando il chiavistello, si era rintanato in camera sua, aveva preso un fucile e se l’era puntato sotto il mento, poi aveva premuto il grilletto. La mattina seguente il medico che mi insegnava il mestiere fu incaricato di fare l’ispezione del corpo che era rimasto dentro la camera sigillata dai carabinieri. Non mi chiese di accompagnarlo mi disse solo che di suicidi ne aveva visti ma quel povero ragazzo, furono le poche parole del medico, aveva avuto la sfortuna di trapassarsi da mento a cervello e che questo era finito, non come la maggior parte delle volte, in mille piccolissimi brandelli ma unito sul cuscino. È un fatto strano, disse il mio mentore, il cervello è rimasto sano, sul letto, e la testa è bucata ma ben compatta, solo che ha un traforo che inizia dal mento e finisce dritto sulla chierica aperta. La faccia non c’è più, concluse il medico, e la bara nella camera ardente sarà coperta.

Poche sere dopo, nel locale, mi fermai a parlare con un gruppo di ragazzi del liceo. Nessuno era mio amico e tutti erano stati amici di Sante. Qualcuno disse che Sante aveva coperto da sempre la sua insicurezza con la violenza e la rabbia, qualcun altro sostenne che s’era ammazzato perché la ragazza l’aveva lasciato, un altro ancora disse che prima di morire aveva saldato tutti i “buffi”, un tipo che non conoscevo disse che era finito in un giro troppo grande. Io li ascoltavo impotente e non facevo caso che stavo parlando con la cerchia dei suoi amici che avevano fatto di Sante, il Re del liceo. Fui colto da un dispiacere per quel ragazzo ma non ricordai che era stato il faro per un anno della mia vita, non mi venne in mente che aveva cadenzato, più di qualsiasi altra cosa, la mia esistenza per un intero periodo ma, mentre avanzavano le loro ipotesi, ricordai quella scritta rossa LIFE O MALALIFE? e un dubbio più grande sommerse le tensioni nervose della mia laurea: ho speranza nel futuro o paura del futuro?

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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