Annales – la fine del mondo americano

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Como una candelilla que se levava y se adelantaba.

Con queste parole Colombo vide le Indie, con queste parole adocchiò l’impossibile, con queste parole donò il futuro; ma comminò indirettamente la condanna capitale a milioni di persone. Fu la fine del mondo.


Questa rubrica si ispira ai metodi di una corrente della storiografia che identifica le cause del divenire storico negli ampi movimenti economici, politici e sociali che trascendono i singoli uomini e/o che coinvolgono diverse generazioni.
Ogni contributo della rubrica riassume e “iconizza”, in antitesi con i dettami della scuola delle Annales, in un singolo fatto o personaggio l’accadimento descritto.Se volete contribuire, mandate il pezzo alla redazione.

Tre caravelle solcarono la palude immensa delle acque che dividevano il regno di Castiglia dal sogno cinese ed asiatico vergato a penna da Marco Polo. Un pazzo di Genova, spagnolo?, magari portoghese, o forse polacco attraccò alle terre vergini delle Americhe.
Un approdo che segnò l’inizio della nostra età moderna e la fine delle età di molti altri mondi.
Cristoforo Colombo scoprì l’America, composita e vivente di civiltà irochesi, maya, azteche, inca, le quali, a loro volta, furono obbligate a scoprire l’uomo europeo e tecnico, il virgulto dell’ingegno, il censore dei popoli altri, e alla fine dovettero cedere  alla prepotenza bianca, che tutto cancellò.

Qui ci si chiede quello che fu la scoperta/conquista (il nuovo Mondo, San Salvador, gli emigranti ecc.) per chi fu scoperto/conquistato.
Dal punto di vista estinto degli estinti l’al di là delle acque dipinse all’orizzonte uomini su case a vela galleggianti; poco dopo, e per molti anni ancora, videro altri uomini sbarcare vestiti di cenci razionali.
Non sappiamo cosa i nativi americani si aspettassero da queste genti, non sappiamo se ne avessero avuto paura o quali altri sentimenti, non sappiamo di Cassandre indigene intente ad evitare una Troia di proporzioni continentali.
Sappiamo però che fu la fine del mondo.

Come per i dinosauri o per gli Egizi, la fine del mondo va di pari passo con il mondo stesso. Mai al mondo fu negata la sua fine e la storia dell’uomo dimostra tale assunto. Ché sul mondo esistono strati di civiltà, sottosuoli popolati di uomini, donne, costumi ed usi.
L’America moderna e contemporanea, dunque,  è nata così, con la fine del mondo. I Cherokee e altre quattro tribù provarono a divenire civilizzate. Furono ammazzati durante il più grande genocidio della storia umana, mentre Cortes e Pizarro, a latitudine inferiore, con ferocia e noncuranza, similmente capaci di sterminare qualità umane con radici da sequoia.

Nomi risuonanti familiarità come Manhattan o Massachusset, o esoticità come Paipai o Pajute, sono solo alcuni degli appellativi con cui si distinguevano le centinaia e centinaia di tribù di nativi americani. Parlavano lingue come lo shoshonean o l’algonchino, e altre svariate assolutamente estranee ed eccentriche rispetto al ceppo indoeuropeo. Avevano trovato la via all’esistenza e costruito il loro mondo, probabilmente seguendo il tragitto glaciale dello stretto di Bering.

La tragedia di questa apocalisse insegna che la costruzione del così detto Nuovo Mondo ne decretò la fine di un altro. Le fonti storiche e le interpretazioni storiografiche sono molteplici a sancire il massacro e a non stabilire definitivamente la portata di tale deliberato e proattivo sterminio di popoli e culture, svolto spesso nel nome di quel Dio che si ritenne artefice e in fondo complice della volontà dei cercatori d’oro, di successo, di vita, che per decenni seviziarono le terre e i suoi abitanti.

Chiamati pellerossa o indiani, gli Yokut californiani o i Mohawk irochesi difesero strenuamente i propri territori dalle invasioni di quelli che erano niente più e niente meno che extraterresti o punizioni divine mandate lì da una qualche strana forma di sortilegio sciamanico. La resistenza fu piena di sangue e abisso umano, e le tribù dovettero, così come i popoli del Centro-America o del Sudamerica, sottostare alle tecniche dell’uomo più avvezze alla polvere pirica, l’elisir diluito di nera morte con cui i bianchi fomentavano i fucili e gli ammennicoli bellici.
Perirono in milioni, a causa di armi esplosive e virus inediti: si calcola che il vaiolo provocò la morte di qualche centinaia di migliaia di indiani privi dei necessari anticorpi contro antigeni sconosciuti in quel continente, proprio come fossero arrivati da un altro pianeta.

L’anabasi di inglesi, francesi, spagnoli, olandesi, portoghesi, che si spinsero dalle coste miracolose delle Americhe fino all’esplorazione dell’ignoto più profondo – nel MidWest fino al Far West, nelle foreste pluviali, nel Messico soleggiato e popolato di serpenti di tarantiniana memoria -, costituì il movimento umano peggiore di un anschluss o di un’avanzata barbarica. Milioni morirono per dare vita a quello che la storia euro-centripeta chiama scoperta dell’America e che invece può essere legittimamente denominata distruzione virulenta, eppure creatrice.

Il delirio della colonizzazione, che seguì la famosa (o famigerata) scoperta, fu un impasto cromatico di melanine diverse, in una prefigurazione in vita dell’Apocalisse di San Giovanni. Mentre gli indiani stramazzavano, altri popoli di pelle d’ebano venivano trasportati dal Congo, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria, vedendo la devastazione delle proprie terre e, ancora, la fine dei loro mondi, per poi essere catapultati, dopo viaggi di sale e scorbuto, in piantagioni, cantieri e fattorie, e forzati al gioco testardo e ottuso dei coloni dalla lingua d’Albione.
Un New World al prezzo di due Apocalissi.

Nell’incipit di Novecento Baricco scrive:
Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui, l’America.

Alle spalle del Sogno americano, descritto da queste parole estetizzanti e tendenzialmente ammiccanti una storia oleografica, c’era l’incubo del più grande eccidio di massa. Appunto: la fine di un mondo.
E per i popoli delle civiltà native ed i negri d’Africa, la Fine del Mondo.

 

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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