Mete turistiche ma non troppo: popoli del Sud, Etiopia

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L’Etiopia (Repubblica Federale Democratica d’Etiopia), seconda nazione africana come numero di abitanti e uno dei più antichi siti dell’esistenza umana noti agli scienziati, vale sicuramente più di un viaggio. Per iniziare, abbiamo scelto di visitare la valle del fiume Omo. Ed è stato come vivere in un documentario.

A sinistra donna HAMER con il bignere della prima moglie, a destra donna BANNA.

A sinistra donna HAMER con il bignere della prima moglie, a destra donna BANNA.

La meta del viaggio è la “Regione delle Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud”, regione del Sud Est dell’Etiopia attraversata dal fiume Omo e abitata da 45 diversi gruppi etnici. Ne abbiamo incontrati dieci… l’undicesimo ma primo incontro è avvenuto nella regione Oromia. Siamo nel territorio dei BORANA, così abbiamo deciso di andare a conoscerli. E abbiamo scatenato il caos, perché il capo villaggio non c’era e nessuno aveva l’autorità di darci il benvenuto e farci visitare il villaggio. Gli uomini erano al pascolo, li avevamo incontrati la mattina ai “pozzi cantanti”, mentre prendevano l’acqua da questi pozzi profondi fino a 10 metri, passando i secchi da una mano all’altra, cantando. Abbiamo sostato un buon quarto d’ora davanti al villaggio tra foto e sorrisi: bellissime le donne, zigomi alti e visi appuntiti, che si nascondevano dietro ai vecchi con i loro scialli bianchi e i loro bastoni nodosi. Alla fine, niente visita. L’incontro è comunque bastato per entrare nello spirito del viaggio: non siamo in un museo dove basta pagare il biglietto, siamo faranji, stranieri, ospiti a casa d’altri.

La stessa notte abbiamo piantato le tende davanti al compound del Re dei KONSO, che però non abbiamo conosciuto perché impegnato in riunioni al Parlamento ad Addis Abeba. Chissà come si veste il re dei Konso per le riunioni in parlamento… i suoi sudditi sono relativamente coperti, non è caldo in questa zona. Le donne portano magliette di cotone, pesanti gonne di tessuto grosso colorato arricciate in vita, e una sciarpa in testa – moglie del Re compresa. Come spesso accade, alle donne spettano i lavori nei campi, e anche il compito ingrato di fare legna. Camminano su per le colline con queste enormi fascine sulle spalle, proteggendosi la nuca con la maglietta e rimanendo quindi a seno scoperto. Attorno al villaggio abbiamo visto i tipici wagas, totem eretti sulle tombe dei defunti, che spesso mostrano sulla fronte dei simboli fallici che denotano l’alto lignaggio.

Uomini BANNA con bastone e poggiatesta

Uomini BANNA con bastone e poggiatesta

Scendiamo a sud, la temperatura si alza, visitiamo il nostro primo mercato, a Key Afer. Come sempre i mercati sono l’occasione per scambi di beni e di culture, e Key Afer non fa eccezione.  Mercato povero, come povere sono tutte queste popolazioni: frutta, verdura, cereali, recipienti ricavati dalle zucche in cui portano l’acqua. Ma anche collane e cinture, e non per i turisti: i BANNA amano le perline rosse e blu, con cui fanno fascette da mettere in testa, bracciali per polsi e caviglie, cinture. Gli uomini indossano delle minigonne tenute insieme da cinture/cartucciere, e sfoggiano delle bellissime gambe, mentre le donne, altrettanto belle, hanno delle gonne corte con il codino. Le donne TSAMAI invece indossano gonne di pelle di capra ornate da cipree, conchiglie che una volta fungevano da moneta. Gli uomini Tsamai, con vistosi pennacchi a decorare i capelli impastati di argilla, hanno sempre con sé un piccolo sgabello, che usano per sedersi quando necessario e anche come poggiatesta, per non rovinare l’acconciatura quando dormono. Entrambe le popolazioni vivono di allevamento e agricoltura. Parlando dialetti piuttosto simili, li abbiamo incontrati spesso insieme.

Le donne HAMER sono proprio belle. Portano i capelli in sottili treccine tagliate a caschetto e impastate con terra rossa e grasso, un miscuglio che cola sui fili di collane di perline che hanno al collo e tinge tutto di rosso. Alcune indossano il “bignere”, un collare di metallo con una grossa protuberanza, molto ingombrante e anche pesante, che indica le “prime mogli”. La poligamia in questa zona non è un problema. Le abbiamo incontrate spesso sulla via del mercato, noi in auto e loro sempre a piedi, in piccoli gruppi. Abbiamo anche fatto un picnic insieme: incuriositi da questi faranji che si fermano a banchettare sui bordi della strada, sotto il sole, si sono avvicinati e seduti accanto a noi. Qualche foto di gruppo ha suggellato l’amicizia. Orribili, dal nostro punto di vista, sono le grosse cicatrici che molte donne portano sulla schiena: sono il risultato della partecipazione al “salto del toro”, rito di passaggio all’età adulta per i giovani uomini Hamer (a cui però non abbiamo assistito). Durante la cerimonia, le donne chiedono di essere frustate, pare per dimostrare la loro dedizione al giovane. Questo sigilla un patto di protezione, per cui il giovane le aiuterà se e quando necessario. Mah.

Il villaggio di Turmi ha un vivacissimo mercato, ed è una buona base per incontrare gli Hamer e per un’escursione dai KARO. La tribù Karo che abbiamo visitato vive in un posto meraviglioso, sulla sponda rialzata dell’Omo, dove il fiume curva e si lascia ammirare in tutta la sua bellezza. Sono molto socievoli e curiosi, le ragazze sono particolarmente attratte dai reggiseni, quindi per loro è naturale infilare una mano nelle nostre t-shirt per cercare la spallina. Sono belle, sfoggiano orecchini fatti con qualunque cosa (andavano molto di moda i cinturini di orologio, di metallo) e un bel chiodo in mezzo al mento.  Terminati i convenevoli, montiamo le tende con vista Omo. Appena scende la notte si sentono i versi delle scimmie e di chissà quali animali nel folto della foresta, e i Karo ci invitano da loro. Siamo l’intrattenimento serale e ci chiedono di cantare qualcosa: dopo due strofe di “Alba Chiara” rischiamo di addormentare il villaggio, per fortuna qualcuno intona “Azzurro” e riprendiamo un po’ di credibilità. E da qui ci trascinano a ballare come pazzi sotto la luna e sotto gli sguardi delle povere caprette stanche.

Abbiamo fatto visita agli AARI, tranquilla popolazione stanziale, in un villaggio vicino a Jinka. Jinka è la città di riferimento per molte di queste popolazioni, ha un mercato piuttosto affollato e ben fornito, un paio di “lodge”, persino una pista di atterraggio per piccoli aerei (un lungo prato verde, in pratica). Clou della visita agli Aari, la preparazione dell’injera, la famosa “piadina spugnosa” tipica del corno d’Africa.  E dire che assistere alla preparazione fa veramente voglia ma, memore di esperienze precedenti, questa volta ho educatamente rifiutato. Comunque le salsine che si mangiano con l’injera sono ottime anche sul pane, anzi meglio!

Donna MURSI

Donna MURSI

Da Jinka si imbocca la pista che scende al Mago Park, guadiamo il fiume Mago (affluente dell’Omo) ed entriamo in un’area protetta dove vivono i MURSI. Al villaggio Mursi veniamo assaliti, con modi anche bruschi, da una folla che urla “two birr, two birr!”, lo “slogan commerciale” che vuol dire: “due birr [moneta locale, qualche centesimo di euro], una foto”. Ormai abbiamo imparato la lezione, niente è per niente, ma “Sarà eticamente corretto?”, ci siamo chiesti all’inizio del viaggio. La guida ci dice che va bene, ma raccomanda di negoziare solo con gli adulti. Comunque qui non funziona, il caos fa passar la voglia di foto e di socializzazione, e dire che aspettavo questo momento dall’atterraggio ad Addis Abeba! Poi, come per miracolo, dopo mezz’ora torna la pace. Non siamo più interessanti, tutti tornano alle loro occupazioni e noi montiamo le tende nell’unico spiazzo di erba bassa, tra il fango e le cacche di mucca, non proprio il massimo. E come se non bastasse, inizia a piovere! Ci rifugiamo sotto la tettoia del provvidenziale dispensario di zona, ed inizia lo spettacolo: le donne raccolgono l’acqua piovana che scende dalle grondaie, fanno il bucato e anche la doccia ai bimbi. Un ragazzo Mursi che parla inglese viene a sedersi con noi, il ghiaccio è rotto: siamo invitati al villaggio la sera stessa. E qui abbiamo vissuto un’esperienza indimenticabile: nel buio totale di una notte senza luna ci siamo trovati con questi uomini alti, slanciati, a cantare e saltare come grilli. Siamo tornati in tenda felici! E dire che i Mursi vengono considerati un popolo imprevedibile: il mix di alcool (una bevanda di loro produzione) e armi (siamo tra Sudan e Somalia…) ha avuto conseguenze spiacevoli in passato. Ora il possesso d’armi da fuoco è ufficialmente vietato e noi ci concentriamo sulle persone. Sono belli i Mursi, alti e atletici, nel mio metro e sessantatre di pallore non faccio una gran figura. La peculiarità delle donne Mursi è il piattello labiale, un piattello di terracotta che viene inserito nel labbro inferiore a mo’ di decorazione. Gli uomini, eleganti nel loro peplo monospalla, praticano la scarificazione e usano sempre lunghi bastoni. Popolo di allevatori, vivono in basse capanne che sembrano covoni di paglia, accanto ai recinti del bestiame.

Per trovare i DASSANECH siamo scesi ancora più a sud, a Omorate, verso le sponde nord del lago Turkana in cui sfocia l’Omo, cioè verso il confine con il Kenya. È una zona “calda”, in cui le tribù sono in perenne conflitto per via di furti di bestiame, ci hanno controllato i passaporti, l’atmosfera da documentario ha preso una tinta diversa. Abbiamo lasciato le auto sulla sponda ovest dell’Omo e abbiamo attraversato il fiume nelle tipiche canoe ricavate dal tronco di un albero. Scomodo ma rapido. Tradizionalmente pastori, i Dassanech vivevano tra Kenya, Sudan e Etiopia: nel corso dell’ultimo mezzo secolo hanno perso molti dei loro territori e si sono concentrati nella zona dell’Omo, dove si dedicano anche all’agricoltura (sorgo e mais principalmente). Come i Karo, anche qui le donne sfoggiano un buco tra il labbro inferiore e la punta del mento in cui mettono fiori, bacchetti di legno, piume di uccelli. Qualche donna sfoggiava anche una mise piuttosto ricercata, di pelle di scimmia. Ho letto che le donne sono circoncise, ma questo la nostra guida Amar non ce l’ha raccontato. Per la prima volta in questo viaggio ho avuto la sensazione di miseria: le lamiere come pareti delle capanne mi hanno ricordato tristi bidonvilles, anche se la guida ci ha assicurato che la lamiera è “una cosa da ricchi”.

Giovane ragazza ERBORE

Giovane ragazza ERBORE

Il viaggio sta finendo. Sulla via del ritorno ad Addis Abeba ci fermiamo dagli ERBORE, quanta polvere! Le donne sono molto eleganti, gonne lunghe e un telo nero sulla testa che le rende ancora più misteriose.  Continuiamo il cammino e imbocchiamo una pista di montagna fino al villaggio di Chencha, siamo a 2700 metri e dalla t-shirt si passa alla maglia di lana. Qui vivono i DORZE, abili tessitori di cotone, nelle loro alte capanne a “naso d’elefante”: fatte di bambù e foglie di ensete, il finto banano, sono continuamente minacciate dalle termiti, che le mangiano dal basso. Come tutte le altre popolazioni, i Dorze dividono la capanna con gli animali, che fanno anche da riscaldamento (tipo bue e asinello, per intenderci). Le donne lavorano le foglie di ensete, ne fanno una poltiglia bianca che poi avvolgono in altre foglie e mettono a fermentare sotto terra. Con questo impasto preparano il pane (l’injera), che ci offrono con una salsa piccantissima e con il miele. Il tutto annaffiato da un bicchierino di berla, acquavite locale iper-alcoolica. Sono talmente ospitali che non si può rifiutare!

Cos’altro ci può stupire dopo tutto ciò? Per chiudere in bellezza, andiamo al National Museum di Addis a trovare Lucy. Lucy era un Australopithecus afarensis vissuto 3,2 milioni di anni fa, ominide nostro lontano parente, il cui scheletro è stato ritrovato proprio qui in Etiopia. Un paese ricco di sorprese. Un viaggio indimenticabile.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Carmen Gueye

    Il salto del toro per noi sarebbe un rituale sadomaso, ma lì si guarda tutto con piglio antropologico e si accantona ogni schema…

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    • Amleto B.

      Sì, è sempre una questione di prospettive: autenticità o arretratezza? Candore o ignoranza? Il mito del buon selvaggio…

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