Memorie di una ghost writer

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Scrivere lettere per autorità da autorità è la cosa più facile del mondo.  Si usano sempre le stesse perifrasi: “sono convinto”, “auspico”, “desidero rinnovare/ esprimere la mia più viva soddisfazione per”, “nell’attesa di averla quanto prima nostro ospite”. In inglese poi è ancora più semplice, le parole da usare si contano sulle dita di una mano. D’altra parte, basta dare un’occhiata ai comunicati stampa di Giorgio Napolitano: i verbi, le locuzioni e gli avverbi sono quelli e quelli sono, che siano apprezzamenti o strali. Tutto sommato, non era un lavoro particolarmente logorante. Divertente sì, però.

Ghost typewriter

Ghost typewriter

Durante il mio primo mandato da aspirante dipendente comunale (ho avuto il privilegio di servire ben 2 sindaci)  il capo, con il solito preavviso nullo, mi chiese di scrivere tre lettere, rispettivamente ai sindaci di Madrid, Londra e di New York, per invitarli ad una specie di quadrangolare delle città colpite dal terrorismo in occasione delle celebrazioni del 2 agosto a Bologna. Per carità, l’idea aveva anche un suo senso, lungi da me mancare di rispetto alla storia di Bologna, ma obiettivamente l’impresa era difficile, quasi impossibile.  E infatti non arrivarono neanche le cortesi risposte standard di diniego che  le nostre città gemelle si premuravano solitamente di inviare.

Fu un episodio abbastanza isolato. Continuarono richieste di testi per lettere a personaggi più o meno alla ribalta  – ricordo tra molti Youssou n’Dour, Charles Landry, Stefano Rodotà, Umberto Eco. Personalità di un certo calibro, vero, ma tutto sommato non fuori luogo per un contesto urbano, sociale e culturale quale quello bolognese.  L’esperienza epistolare più singolare del mandato fu senz’altro quando mi chiesero di scrivere una lettera di semi-scuse perché al sindaco di una sconosciuta città asiatica, in visita a Bologna (un ventenne grassissimo paracadutato su tale poltrona dal potente babbo ministro) era stato rubato al mercato della Montagnola il portafogli contenente 1500 dollari in contanti. Fosse stato per me avrei scritto solo “ben ti sta”, visto che la sera prima, durante la cena ufficiale in uno dei nostri migliori ristoranti, mi avevano spedito di corsa a cercare un take away indiano perchè il signore in questione non gradiva il menù bolognese. Mi piace pensare che siano state le mie “madonne” ad indirizzare la mano del ladruncolo.

(Inciso: a volte, la vita delle ultime ruote del carro è molto dura.)

Ma la svolta per la mia attività epistolare si palesò nel corso del secondo mandato in qualità di giovane scribacchina precaria (“hai la penna!” mi ripeteva sempre mio nonno, che per fortuna non ha mai avuto occasione di leggere le “mie” lettere). In quegli ultimi mesti 8 mesi di passione,  in una ipotetica classifica dei destinatari più improbabili delle mie missive (a firma del sindaco) figurano:
-al terzo posto, Michelle Obama, invitata alle celebrazioni dei 50 anni di non so più quale asilo;
-al secondo posto, Amartya Sen (Amartya per gli amici, tra i quali l’allora sindaco), interpellato per una lectio magistralis da tenersi nel corso del primo (e per fortuna mai realizzato) Festival Internazionale del Sociale, Associazionismo e Volontariato (da scrivere così, con tutte le maiuscole);
-al primo posto, il Dalai Lama, invitato se ben ricordo per il conferimento della cittadinanza onoraria.

Non è uno scherzo, giuro (è tutto protocollato, volendo si può controllare). Ho dovuto veramente scrivere lettere indirizzate a queste persone. Come la cominci una lettera per il Dalai Lama? Dear Dalai? Alla fine optai per un “Your Holiness”, immaginando che nel cerimoniale che avevo trovato (scritto nel 1829), un Dalai Lama equivalesse più o meno ad un Papa. E l’indirizzo? Mrs Michelle Obama, the White House, Washington DC – US?

Capirete che la faccenda suonava alquanto ridicola, soprattutto perchè il modus operandi a cui dovevo sottostare seguiva sempre la stessa routine: definizione dell’evento – accertamento della mancanza totale di qualsiasi idea di contenuto per la costruzione di un programma dignitoso (e di uno straccio di budget) – ricerca disperata del nome altisonante da invitare per attirare sponsor – fallimento della ricerca – drastico ridimensionamento o cancellazione dell’evento.

Hai voglia a cercare di spiegare che, per queste cose, di solito ci si muove attraverso canali diplomatici o politici, non attraverso le Poste Italiane. Non vi era verso di sottrarmi al destino, e allora, in una sorta di trance, di estraneazione dalla realtà, scrivevo, e inviavo alla segreteria del sindaco.  Le lettere venivano restituite debitamente firmate, senza un commento e io, piccola scrivana fantasma, provvedevo solerte a imbustare e spedire.
Nonostante tutto, ammetto che una parte di me ha sempre sperato di ricevere (per carità il sindaco, mica io)  risposta.

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Meanie

    Gigi, cacchio, sai che è una grande idea? ad averci pensato prima adesso non vivrei col tarlo della ghostwriter mai letta…
    Valium, sui big che si incontrano, invece, non so proprio risponderti. probabilmente ci saranno anche dei ghost-speakers…

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  2. Ugo Tini (Gigi)

    Fantastico. Hai mai provato a scrivere cose tipo: “Dear Michelle, you are a bitch” o “Dear Dalai Lama your dresses have stupid colors” …
    così, per vedere di nascosto l’effetto che fa, magari rispondevano

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  3. Valium

    un’altro mito infranto: le missive scambiate tra “big” sono in realtà scambi tra ghost writers. che delusione… ma questi big che si ritrovano tra loro e probabilmente non hanno tutta questa gran conversazione cosa si diranno mai senza potere ricorrere ai loro aiutanti redattori? c’è un mestiere anche in questo caso?

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