Lance

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Quando un simulacro brucia è il tempo in cui gli uomini scelgono di seppellire il passato: composto di convincimenti, passioni, valori e convenienze materiali.

Ad Edenbridge, con le maschere di Guy Fawkes, Lance Armstrong è stato sotterrato da quei manifestanti che hanno deciso di macerare nell’oblio le proprie emozioni. Un’effige del texano, alta nove metri, è stata bruciata al sud dell’Inghilterra, demolita con il fuoco e la violenza, come i talebani che fecero crollare i Buddha di Bamiyan.

Perché Lance è, o lo diverrà per i posteri, il simulacro abbattuto, il simulacro intero del ciclismo che ha perso – se si ostinasse a non cambiare le forme con le quali si è rappresentato – la propria aura epica, quel bacino infinito di storie popolari, mito, passione dal basso che lo avevano caratterizzato per tutto il Novecento. Tradimento, dello sport, del ciclismo, delle leggi non scritte della giusta competizione. Tradimento dell’epos, della gloria stessa che è a meta di ogni atleta che con abnegazione si adopera per superare i propri limiti, l’avversario considerato inarrivabile e, specialmente, se stesso.

Perché lo sport, e chi l’ha praticato può testimoniarlo, è prima di tutto lealtà in codici che nessuno mette in discussione (sarebbe impensabile se Cristiano Ronaldo prendesse la palla con le mani e la lanciasse deliberatamente in porta, o che Kevin Garnett tentasse un’improbabile rovesciata per fare canestro) e sfida a quello che siamo.

L’uomo spesso si sente condannato alla misura della sua pochezza, ai limiti imposti dalla natura e dalla società, così lo sport è un mezzo per sublimare questa sfida e permettere, senza spargimenti di sangue, di perseguire l’ambito premio della dimostrazione. La dimostrazione a noi stessi di essere migliori di quello che ritenevamo e di quello che gli altri ritenevano a nostro riguardo.

Lance ha tradito questa possibilità che lo sport offre e lo ha fatto cinicamente, trasformandosi in un Corleone della sella, un ricco magnate di se stesso che applicava le regole ferree del business al gesto atletico, alla solidarietà, mutata in dominio, tra compagni, al gioco regale della sfida agonistica.

Perdere, in questo nuovo universo armstronghiano, era diventata un’opzione da escludere, in antitesi con ciò che lo sport spartisce: vincitori e perdenti. Perdere non è un abisso ma una prova a cui gli sportivi sono chiamati, una possibilità, anch’essa, che fa degli uomini degni uomini. Lance aveva truccato la faccia amara e così alta della competizione. Chi può dire che Ettore sia meno epico nella sconfitta di quanto lo sia Achille nella vittoria? Lance volle essere solo Achille, senza averne il rispetto per i nemici, e dimostrando di possedere solo un tallone: l’avidità dell’invincibilità.

Comandava Lance, lo faceva con i compagni, ai quali impediva di assumere sostanze dopanti se non si erano comportati da bravi soldatini, lo faceva con gli avversari ai quali soffocava opportunità di fughe verso la vittoria solo perché avevano osato discutere il sistema del suo Basso Impero (la vicenda dell’italiano Simeoni insegna), lo faceva con la sua vita che lo aveva messo davanti alla prova più terribile, donandogli un’altra chance che è stata invece beffeggiata, derisa, neanche presa in considerazione.

Eddy Merckx

Dopo la Cosa (quel tumore che lo rese monorchide), l’avvelenata che lo stava stendendo, Lance veniva filmato insieme ad un altro grande del ciclismo, forse “il più”, Eddy Merckx. Si allenavano insieme, il vecchio che spronava il giovane ad essere cannibale, a dare il massimo, a fottersene della disavventura del cancro, a spingere avanti senza curarsi della sfortuna che lo aveva colpito. Sembrava una favola, un uomo gettato nel fondo dell’abisso pronto a risalire, supportato da ali di folla che credevano nel sogno di uno che aveva mandato al diavolo il destino guidandolo in diversa rotta.

Mulinava pedalate scadenzate col tempo, Lance, decine e decine al minuto, una macchina perfetta che andava in salita come uno slittino scivola sul ghiaccio, pareva che la fatica fosse la benzina con cui alimentare la forza, l’ascesa, la gloria. Il dolore dell’acido lattico, i polpacci tirati, i nervi che scoppiano, l’ansia di finire, l’inaspettata condanna che questo dannato sport sussume, la catarsi dell’arrivo. Lance, però, voleva solo la fama senza il resto, riducendo al minimo, anzi a niente, la possibilità della sconfitta.

Tyson Tygart è il valente e cocciuto cacciatore che, per conto dell’Usada, l’agenzia del doping statunitense, ha raccolto con perizia e tenacia le decine e decine di testimonianze che hanno inchiodato il Lance eroe. Ha ascoltato gli ex compagni di squadra, alcuni dei qual già squalificati per doping e immolati sull’altare del texano vincente. Su tutti l’ex amico Floyd Landis che vinse il Tour dopo il ritiro del suo boss, quasi fosse una concessione che un oligarca del Politburo fa al successore designato. Sono il Sole: indico io chi può brillare della mia luce riflessa.

Tygart ha dimostrato la correità e la corresponsabilità morali (per i processi si dovrà aspettare) di uomini celebrati dal circo mediatico. Come Bruynell, direttore sportivo delle squadre di Lance, o la figura del discusso dottor Ferrari, il medico coinvolto in svariate vicende legate ad atleti dopati. Niente è stato facile per Tygart, costretto a far trionfare la giustizia contro una Storia già scritta. Perché chi come Lance bara, non lo fa solo contro lo sport e gli appassionati, ma lo fa contro la Storia, del ciclismo e di un pezzo del secolo scorso. Ad essere messo in discussione non è semplicemente un reprobo ma il ciclismo e lo sport intero. Per una volta la sacralità dell’almanacco che tutto fissa a memoria imperitura è stata violata dalla minuziosa ricerca di Tygart e dalla fede cieca ed imbrogliona di Lance. Rimarrà a memoria di questo periodo un percorso storico monco, dove si leggerà che dal 1999 al 2006 nessuno ha vinto il Tour de France, la Grand Boucle, la più grande corsa ciclistica internazionale. E la decisione di non assegnare niente a nessuno rende la vicenda ancora più grave: il maltolto non è stato privato ad alcuno, poiché tutti sono coinvolti.

L’Uci, l’unione ciclistica internazionale, come un cane col suo padrone, ha solo dovuto ratificare, pena la calunnia perpetua della sua stessa esistenza, quanto altri hanno compiuto al suo posto. Tygart ha smascherato non solo la falla del sistema ma il Sistema, scoprendo che il controllore, l’Uci, riceveva soldi dal controllato, Lance Armstrong: in forma di donazione, per la versione ufficiale di chi si forza ingenuo, con le sembianze di un obolo alla malvagia intesa, per chi osserva retroattivamente questa vicenda di miseria e rabbia.

In un’intervista del 2009 a Gian Antonio Stella, Francesco Moser sosteneva che: “…certo, piacerebbe anche a me, se si potesse correre tranquilli. Ma siccome pretendono che tu sia al mille per cento ogni giorno per tutto l’anno…È logico che uno chieda aiuto a chi ne sa più di lui. Il problema, in un mondo che ti tiene sempre sotto pressione, è recuperare. Da che mondo è mondo la medicina sportiva cerca di trovare prodotti che aiutino a recuperare. Vitamine, zuccheri”.

A domanda più specifica (C’è molto doping nel ciclismo d’oggi?) egli

Francesco Moser

Francesco Moser

rispondeva: “certamente meno di una volta. Insomma, c’è sempre stato, mica per altro hanno introdotto i controlli. Ne abusavano tutti. E poi, che cosa vuol dire “drogato”? Ci sono medicine che ti danno all’ospedale, perché fanno bene. Eppure nessuno si sogna di dire che questi malati, se prendono il cortisone, per esempio, sono drogati, no? Prenda una corsa a tappe: se ti fermi un giorno non è che puoi recuperare. Chiudi e torni a casa. Se invece si potesse prendere qualcosa per superare quel momento di crisi…voglio solo far notare che si fa presto a parlare, ma che la realtà è più complessa. Gira e rigira, tu sai che ci sono dei prodotti che non puoi prendere perché sono nella lista. Chiuso. L’importante è non restare positivi. Purché le analisi siano davvero infallibili…invece non lo sono no!».

Parlando, poi, di Francesco Conconi (il medico che fu processato per doping nel 2003: il tribunale lo assolse per il periodo successivo al 1995 e lo giudicò colpevole per gli anni precedenti, dovendo però dichiarare la prescrizione dei reati), il grande campione Moser ammette: “io sono riconoscente a Conconi e sono suo amico. Ma non è l’unico artefice di tutto. È merito di una équipe di varie persone. Quando la Enervit (il team di Moser, ndr.) mi propose di tentare di battere il record dell’ora sapevamo che era una cosa difficile, e ci dicemmo: qui bisogna fare le cose per bene. Così si costituì una squadra di esperti in diversi settori. Poi la collaborazione è continuata. Tutto qui». Tutto qui? Ebbene tutto qui.

John Fahey, presidente della Wada, l’agenzia mondiale dell’antidoping, ha dichiarato che “nell’era di Lance Armstrong si dopavano tutti e i dirigenti devono prendersi la loro responsabilità”. Stregoni, azzecca-formule del doping, negromanti della bio-scienza motoria, come gli spagnoli Luis “El Gato” De Moral, medico che collaborava con Lance e, successivamente, con la tennista Sara Errani, oppure il gran colpevole Eufemiano Fuentes coinvolto nella scandalosa Operacion Puerto, che abbracciò la quasi totalità dei campioni che avevano fatto incetta di Tour e Giri e Vuelte (Urlich, Ivan Basso ecc.) e poi, ancora, il corriere del doping, colui che attraversava la frontiera per fornire la mirra miracolosa, Pepe Marti, valenciano. Casi che mutarono la Spagna sportiva in un vero e proprio centro mondiale del doping (la residenza di Lance è stata per diversi periodi andalusa, Granada).

L’italiano Riccò che custodiva sacche di sangue nel frigorifero per auto-trasfusioni selvagge, marchiato a fuoco con la targa dell’ossessionato, e che, invece, si scopre, attraverso l’inchiesta Usada, essere la pratica utilizzata anche dalla macchina perfetta messa su dall’imprenditore texano.

E poi, Bjarne Riis, che ammise, a distanza di anni, di essersi dopato nel 1996 per vincere il Tour come, d’altra parte, il caso di Pedro Delgado conferma la regola: a distanza di cinque giorni dalla sua vittoria della Grand Boucle (1986) un controllo evidenziò l’assunzione del Probenicid, un diuretico coprente capace di nascondere l’uso di steroidi anabolizzanti.

La costellazione dei casi di doping è sterminata e purtroppo non completa se si considera che le pratiche dopanti paiono andare più veloci delle tecniche atte a smascherarle. Niente è permesso alludere, tutto è lasciato al sospetto in questo mondo.

La responsabilità dei media è parimenti grave. Corse raccontate in versi pseudo-bucolici, santini costruiti ad hoc per obnubilare l’inferno, tecnicismi (telecronache intere a discutere di maltodestrine, carboidrati idrosolubili, paste in bianco per il sacrificio dell’atleta) per nascondere la pesantezza dell’ambiente, omertoso e colluso.

Impressionante l’episodio di una telecronaca del Tour quando in diretta Davide Cassani sulla Rai, servizio pubblico, sconfessò Rasmussen che aveva

Davide Cassani e Auro Bulbarelli, telecronisti Rai negli anni in cui gareggiava Lance Armstrong.

mentito sul luogo di allenamento per evitare due controlli dell’UCI. Nel 2007 Rasmussen volava sui Pirenei, indossando la splendente maglia gialla, si seppe che nel giugno dello stesso anno, un mese prima dell’inizio del Tour, era volato in Messico per allenarsi. Aveva fornito questo alibi di ferro col sombrero per giustificare la sua impossibilità a sostenere quei due controlli che l’UCI aveva intenzione di fare. Fu Davide Cassani, ex ciclista, a decretare la fine della sua carriera. In modo del tutto casuale ed ingenuo Cassani dichiarò in diretta di aver visto Rasmussen allenarsi, a giugno, sulle Dolomiti dove l’ex corridore romagnolo era lì per un’iniziativa per conto della De Agostini e della Gazzetta dello Sport. Alle domande di conferma che Auro Bulbarelli gli avanzava, Davide Cassani rispondeva come un bambino che scopre di avere detto una verità inconfessabile, troppo grande per essere detta. Cassani venne intervistato dalle TV danesi, si aprì un’inchiesta della Rabobank, la squadra di Rasmussen, e infine il danese venne trovato non negativo alla Dynepo, una sorta di derivato dell’Epo.

Quello che stupisce è che Cassani non andò diritto al bersaglio, non denunciò sicuro l’imbroglio architettato dall’atleta nordeuropeo ma quasi si rammaricò di aver sostenuto una tesi che sfoltiva la coltre di omertà che infesta e infestava il mondo a due ruote. “Non avevo certo intenzione di incastrare qualcuno”, una frase che sembra più quella di un guappo che di un professionista che svolge il proprio lavoro e che ha il dovere, in quanto giornalista (poco importa che sia iscritto all’Albo o meno) ed ex ciclista, di domandare, dubitare, avviare inchieste e cercare la verità.

La complicità della stampa che racconta omettendo, quasi che il mondo sia un libro Harmony e non un gigantesco intreccio di malavita (che produce utili anche con il doping), scienziati al contrario e macchine umane disposte al patto faustiano, non tanto per ricchezza ma quasi per meccanismo riflesso. Fin da bambini viene loro insegnato: “le cose stanno così”, “lo fanno tutti”, “nella vita non si deve essere rigidi ma qualche compromesso è sano”.

Racconta Tom Danielson, un ex gregario di Lance, che quando firmò il suo primo contratto con la Fassa Bortolo, nel momento in cui disse di non avere un medico personale fu deriso. Eccolo, il puro e duro che crede di cambiare il mondo, instradato, poco dopo, sulla via compiacente della medicina dopante. Divenne forte e abile, degno di essere un angelo malato del diavolo texano (fu ingaggiato dalla US Postal dopo l’esperienza con la Fassa, facendo intendere che il quadro dopante era identico).

Ma Armstrong, il traditore, non è l’unico diavolo di questo inferno. L’inferno, invece, è così immutabile che quasi non ha necessità di diavoli. E allora Lance ispira la pena degli onesti, degli illusi che si commuovono a vedere questo sport quanto bello tanto maledetto. Mortificato, come solo l’amore sconfitto per una cosa tanto unica, il ciclismo piange la morte di quei giovani come Marco Pantani che, proprio perché gli avevano detto che era sempre stata così, hanno pagato con la vita, vittime di un’anima troppo sensibile per sopportare l’angoscia dell’ipocrisia.

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