Cornuti e traditori in 11 film de chevet

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Il cinema ha spesso rappresentato il tradimento: dall’adulterio, alle corna “all’italiana”. Ancora più drammatiche sono le storie di tradimento degli amici, del proprio paese, della famiglia della propria vita stessa. Guardatevi e riguardatevi questi 11 meravigliosi film (dal dramma alla commedia, dal film di mafia a quello di spionaggio, dal biopic alla fantascienza) i cui protagonisti sono costretti a diventare devoti di San Martino.

Chevet in francese significa più o meno comodino. Le livre de chevet si tiene sul comodino per per sfogliarlo, rileggerlo, accarezzarlo. Come i libri, i film de chevet si amano, si guardano, si sfogliano, si accarezzano, si portano sempre con sé. Recuperate i vecchi film perché parlano di voi, oggi.

In viaggio con 11 film de chevet
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11 film presidenziali

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Le belle tradizioni della provincia italiana: correre al bar a vantarsi con gli amici

“Signore e Signori”
di Pietro Germi, 1966.  Con Franco Fabrizi, Olga Villi, Virna Lisi, Beba Loncar, Gastone Moschin,Gigi Ballista, Alberto Lionello, Moira Orfei, Alberto Rabagliati, Antonio Acqua, Nora Ricci.

“Bianca come il latte, dura come il marmo… Non te la lasciare scappare”

Le più classiche delle corna (in tre capitoli) nella provincia veneta degli anni ’60: bancari (Gastone Moschin) che si innamorano della cassiera del bar (Virna Lisi), amici di famiglia (Alberto Lionello) che fanno circolare la voce di essere impotenti per distrarre il marito (Gigi Ballista) e segnare la tacca, mogli devote (alla chiesa) che organizzano la colletta per mettere a tacere l’avventura collettiva dei signori mariti con la minorenne (l’Alda figlia del Bepi, non la Ruby nipote dell’Hosni). Tutti che sparlano, tutti che tramano, tutti che tradiscono, ma sempre dietro lo schermo della rispettabilità, del timore di Dio, del sacro focolare. Una fotografia feroce e al tempo stesso affettuosissima della ricca provincia veneta, un capolavoro di grazia e divertimento del Billy Wilder italiano.

Da guardare in Patronato, dopo avere organizzato una bella pesca di beneficienza di paese (senza perdere d’occhio la bella moglie del farmacista)

ornella muti e michele placido romanzo popolare

Un operaio dovrebbe sapere che All Cops Are Bastards, specialmente se sua moglie è una giovane Ornella Muti

“Romanzo popolare”
Di Mario Monicelli, 1974. Con Ugo Tognazzi, Michele Placido, Ornella Muti.

– Ma prima cos’avevate fatto? – Prima quando? – Prima, dopo, lì, nel pied à terre della ferrovia.– Te lo dico se sarai generoso, comprensivo e degli anni Settanta.

Il Basletti, “Prima Super della Innocenti” (qualsiasi cosa significhi), non aveva messo in conto il tradimento; né la gelosia, né la disperazione. Giulio Basletti, dinamico metalmeccanico over 50, sindacalista, milanista, brillante e moderno, uno degli anni Settanta insomma, non aveva messo in conto nemmeno di innamorarsi così tanto e di soffrire per amore.
Poi un giorno, davanti alla fabbrica, gli piomba davanti questa Vincenzina tenuta a battesimo quindici anni prima a Montecagnano e sei mesi dopo sono marito e moglie:, segue felicità, segue casètta, segue fiulin. Perfetto, no?

romanzo popolare tognazzi ornella muti

Le corna sono come i vampiri: lo specchio non le riflette, ma ti succhiano la vita

No, perfetto un’ostia, direbbe il Basletti. Perché lui stesso (causa accomodamento scontro sportivo e solidarietà proletaria) si porta in casa il Giovanni, anzi l’Agente Pizzullo Giovanni (XII Celere), il quale presto insidia la Vincenzina, la quale cede alla passione (sulle note di “Sono una donna, non sono una santa”), viene scoperta e confessa (con dovizia di dettagli). Va bene, Basletti, stiamo calmi, ma siamo o non siamo negli anni Settanta? Com’è che invece uno come te “sano di mente, socialmente impegnato, insomma uno regolare, diventa un pagliaccio?”

Tradimento e passione, nord e sud, classe operaia ed emancipazione femminile nella Milano di quarant’anni fa, raccontati in un gergo indimenticabile in cui il pathos da fotoromanzo si fonde con le immagini e i toni delle cronache sportive, sul contrappunto delle voci fuoricampo, che ricordano e ricostruiscono il romanzo popolare del Basletti. Nota bene: ai dialoghi (sceneggiatura di Age, Scarpelli e Monicelli) collaborarono Beppe Viola ed Enzo Jannacci, autore delle musiche (“Vincenzina e la fabbrica”).

Da guardare in tuta blu.

robert de niro e james woods in c'era una volta in america

Sì, ma poi come fai a guardarti allo specchio?

C’era una volta in America (Once Upon a Time in America)
di Sergio Leone, 1984, con Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Treat Williams, William Forsythe, Joe Pesci, Danny Aiello, Tuesday Weld

Ho rubato la tua vita e l’ho vissuta al tuo posto. T’ho preso tutto. Ho preso i tuoi soldi, la tua donna. Ti ho lasciato solo 35 anni di rimorso per la mia morte: rimorso sprecato… Cosa aspetti a sparare?

Non si tradiscono gli amici. Perché tutto passa, tutto si trova e tutto si perde – anche gli amori immensi e terribili – ma non ci si può permettere di tradire e perdere un amico (non dovrebbe proprio venirti in mente, come sostenere i progetti politici di Montezemolo, guardare Tale e quale su Rai1, stirare le mutande). Con gli amici si cambia e si sbaglia: ci si accetta e perdona anche quando non ci si capisce, e si condividono le ore, le birre, i difetti, le debolezze e le sconfitte. Noodles (Robert De Niro) tradisce i suoi amici per salvarli, ma tutto va storto e lui si ritrova davanti tre cadaveri e la fine della sua vita: fine della sua infanzia e giovinezza nel Lower East Side degli emigrati ebrei e italiani, costruita tra delinquenza e galera, dal piccolo contrabbando alla malavita organizzata che prospera col Proibizionismo, nel cuore un amore impossibile per Deborah (Elizabeth McGovern) e l’affetto per i suoi compagni di avventure Max (James Woods), Cockeye e Patsy. Non gli resta che sparire e per 35 anni trascinarsi nel rimorso, andando a letto presto. Il passato, però, non ha perdonato Noodles, e torna a cercarlo per rivelargli una insopportabile verità. (Poi è anche l’ultimo film e capolavoro di Sergio Leone, realizzato dopo un decennio di scrittura della sceneggiatura, c’è tutta una storia sul montaggio, i flash back e le interpretazioni allegoriche, il sorriso oppiaceo di Noodles e la teoria secondo cui il racconto è un’allucinazione, un film su cui si sono spesi miliardi di parole: inutilmente, perché guardarlo senza tradirlo vale molto di più.)

Da vedere di pomeriggio, perché poi si deve andare a letto presto

the-falcon-and-the-snowman

Se tradisci la tua famiglia, il tuo ambiente sociale e il tuo paese poi c’è poco da ridere

“Il gioco del falco”  (“The Falcon and the Snowman“)
di John Schlesinger, 1985.  Con Timoty Hutton, Sean Penn, Pat Hingle

“Io voglio che Chris sia processato e giudicato colpevole. Lo voglio per lui, per la sua famiglia e per il suo Paese”

Tradire il proprio Paese e la propria famiglia e il proprio ambiente sociale in un colpo solo: Chris (Timothy Hutton), figlio carino di un agente dell’FBI, con una ragazza carina (Lori Singer) e una vita carina viene a conoscenza di qualche altarino dei servizi segreti, resta schifato e decide di mettersi a vendere documenti confidenziali ai soviet. Ma ha l’ottima idea di coinvolgere un suo amico di infanzia, spacciatore, tossico e casinista (Sean Penn), che a un certo bel punto inizia a mandare in vacca le cose. Detta così sembra una boiata, ma la storia è tratta da un episodio reale. Il film è ben fatto, una classica spy-story robusta con risvolti sociali, ma non si sa come, non si sa perché, alla fine non decolla mai. La collaborazione tra Pat Metheny e David Bowie fa sì che il film sia ricordato più per la main track che per la trama. Sean Penn lancia qui il suo stile di recitazione sopra le righe, che perderà (grazie al cielo) solo con la maturità. Timothy Hutton completa la sua ascesa di mito hollywoodiano di metà anni ’80, per imboccare una inarrestabile a china discendente.

Da guardare esercitandosi a suonare This is (not) Amerika al violoncello

I Love You to Death

Quando tradisci poi arrivano gli spietati vendicatori che rimettono le cose a posto

“Ti amerò fino ad ammazzarti” (I Love You to Death)
di Lawrence Kasdan, 1990, con Kevin Kline, Tracey Ullman, Joan Plowright, William Hurt, River Phoenix, Keanu Reeves

Signore mio, questa femmina mi ama fino alla morte! Mi ama così tanto che preferisce uccidermi piuttosto che vedermi con un’altra donna!

Certi tradimenti si lavano solo col sangue. Rosalie (Tracey Ullman) ha vissuto completamente devota e dedita a suo marito, l’esuberante pizzaiolo Joey Boca (Kevin Kline), di origine italiana, ça va sans dire, come lui medesimo spesso sottolinea con orgoglio; con lui ha lavorato, fatto e tirato su due figli, e tutto il suo mondo le crolla addosso in un attimo quando lo vede amoreggiare con una sgallettata e scopre che lui è un adultero sistematico.

I Love You to Death soup

Spoiler: ha riempito il sugo di sedativi, sta cornuta

Il divorzio non le basta, Joey deve morire. Fosse un dramma, lei congegnerebbe una fredda e diabolica vendetta, ci sarebbero intensi primi piani, forse una lenta morte, magari un crescendo di violini e un’amara risata finale in prossimità del cadavere. Invece è una commedia e i complici di Rosalie formano un’armata surreale di cialtroni: Nadia (Joan Plowright), la stravagante madre jugoslava di Rosalie, il giovane Devo (River Phoenix), spirituale innamorato respinto di Rosalie, e i cugini tossici Harlan e Marlon James (William Hurt e Keanu Reeves), due a cui non si affiderebbe una disinfestazione, figuriamoci un omicidio. E soprattutto, non bisogna sottovalutare Joey, la sua energia fisica e la sua personalissima idea dell’Amore.

Da guardare ingozzandosi di spaghetti pomodoro, sedativi e basilico.

sharon stone e joe pesci in casino

La regola della ELLE non giustifica tutto ciò

“Casinò” (Casino)
di Martin Scorsese, 1995. Con Robert De Niro, Sharon Stone, Joe Pesci, James Woods

“Quando ami una persona, devi fidarti di lei. Non c’è altro modo. Devi darle la chiave di tutto quello che è tuo. Altrimenti a che serve? “

Casinò è uno dei capolavori monstre di Martin Scorsese in cui il regista italo americano racconta l’ascesa della mafia nel controllo dei Casinò di Las Vegas. Quando c’è di mezzo la mafia si fa sempre un gran parlare di amici, di famiglia, di affari comuni, di valori condivisi. In sostanza però ognuno pensa solo ai propri interessi personali. I mafiosi, si sa, sono persone molto permalose e con una coda di paglia facilmente infiammabile, va da sé che si viva sempre nel terrore che qualcuno ti freghi. E si vive malissimo perché un amico, una moglie o un socio fidato prima o poi ti tradisce e allora sia tu che lui siete spacciati. Così Asso (Robert De Niro) dopo aver fatto la sua gavetta nella mala inizia a gestire con successo un Casinò a Las Vegas per conto della mafia. E’ così bravo a fare il suo mestiere da credere che sia possibile riscattare il proprio passato e la propria immagine mettendo su un lavoro onesto e una famiglia felice con la bellissima Ginger (Sharon Stone). Ma moglie e biondona super sexy non possono essere la stessa persona, così come lavoro onesto e ricchezza non convivono a Las Vegas. Così in un crescendo di tradimenti che uccidono non solo metaforicamente si finisce in una tragedia shakespeariana in cui tutti (o quasi) fanno una brutta fine. Quello che resta è la cosca con i suoi riti e le sue regole che portano in eterno il germe mortale del tradimento.

 Da vedere solo in compagnia di persone fidatissime, cioè da soli (e comunque assicuratevi che nessuno abbia scavato delle fosse nei dintorni.

la lettera scarlatta demi moore gary oldman

I capelloni sono dei peccatori, di che vi stupite?

“La lettera scarlatta” (The Scarlet Letter)
di Roland Joffé, 1995, con Demi Moore, Gary Oldman, Robert Duvall, Joan Plowright

Chi può decidere cosa sia il peccato nel disegno di Dio?

Il tradimento per antonomasia, l’adulterio con la A maiuscola: in senso stretto, perché la lettera scarlatta è proprio una maiuscola A (per Adultery) che la fedifraga Hester Prynne (una florida Demi Moore) deve sfoggiare sugli abiti dopo che la nascita di sua figlia Pearl ha svelato inequivocabilmente il tradimento da lei perpetrato ai danni di un marito assente da anni. Una colpa incommensurabile nella comunità puritana del Massachusetts del Seicento in cui Hester vive, aggravata dal suo incaponirsi a non volere svelare (tanto meno al ricomparso marito, Robert Duvall spietato e sinistro) chi è il padre di Pearl, chi è colui che con lei ha peccaminosamente generato: davanti all’autorità di Dio e della Comunità, che Hester confessi con chi si è macchiata di adulterio! Lei tace, il peccatore – che, per la cronaca, è il reverendo Arthur Dimmesdale (Gary Oldman) – si crogiola e contorce, e tace anch’egli. La vicenda scivola in fretta dalla rovina alla catastrofe.

Otto precedenti versioni cinematografiche – tra cui cinque prima dell’avvento del sonoro e persino una del 1973 firmata Wim Wenders– evidentemente non bastavano a rendere merito all’omonimo romanzo di Nathaniel Hawthorne in cui tradimento e adulterio sono assunti a simbolo di ciò contro cui fanatismo e intolleranza hanno facile gioco. Ci si è messo anche Roland Joffé (regista di Urla del Silenzio e Mission), e francamente non se ne sentiva il bisogno. (E non si capisce davvero come possa sembrare plausibile maturare una torbida passione per quel capelluto Gary Oldman: dai, su, non scherzate, che l’adulterio seicentesco in terra puritana era una roba seria.)

Da guardare seduti a cavalcioni della gogna insieme a tutta la famiglia Romney.

matrix

Indossi davvero quella tutina in latex o è il mio cervello che mi tradisce?

“Matrix” (The Matrix)
di Lana Wachowski, Andy Wachowski, USA 1999. Con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Gloria Foster

“La realtà è una cosa del passato”

“Non ci credo finché non lo vedo”, “Non ci credo se non ci metto il naso”, “Puoi toccarlo con mano” … “Occhio non vede cuore non duole”. Ci aspettiamo tradimenti da tutte le parti, ma è ancora vero che crediamo a quello che possiamo percepire direttamente coi nostri sensi. Cosa succede se viene cancellata anche questa certezza? E’ quello che succede in Matrix, pietra miliare della fantascienza della fine del secolo scorso. Gli uomini vivono attaccati a delle macchine che gli fanno percepire la vita che in realtà non vivono: stanno immersi in delle vasche e quello che vedono, sentono, toccano è in realtà frutto di uno stimolo elettronico che arriva al cervello. In pratica il loro cervello crede a delle balle, a cose mai esistite. Il prezzo della verità è una vita tanto dura che persino il ricordo di una fiorentina al sangue probabilmente mai assaggiata nella vita reale può portare a tradire gli amici. Filosofia più o meno spiccia ed effetti speciali straordinari convivono in questo colossal spettacolare che si presta a diversi livelli di lettura perché siamo davvero sicuri di non essere dei cervelli immersi in una vasca da bagno?

Da vedere immersi in una vasca da bagno

bob dylan diversi in i m not there

I’m not there, I’m gone

“I’m not there “
di Todd  Haynes, USA, 2007.  Con Christian Bale, Cate Blanchett, Marcus Carl Franklin, Richard Gere, Heath Ledger,Ben Whishaw, Charlotte Gainsbourg, David Cross, Bruce Greenwood, Julianne Moore, Michelle Williams, Peter Friedman

“Una parola per i suoi fan? Astronauta”

Si possono tradire i fan? Certo che sì. Dylan lo fa al Festival della musica folk di Newport, quando apre la session con una versione elettrica di Maggie’s farm. Il suo mitra è una chitarra che ti spara sulla faccia ciò che pensa della vita. Pensa che si è rotto i coglioni di one-man-show armonica e chitarra acustica ed è venuto il momento di una svolta rock.

Questo e altro ancora racconta Todd Haynes nel suo fenomenale I’m not there, un film “dedicato alla musica e alle molte vite di Bob Dylan”, vite così diverse che possono essere solo raccontate con tanti attori e tanti avatar a impersonare il menestrello di Duluth e le sue svolte artistiche (un bambino nero, un attore, un pastore avventista, un barbone, un cantante) impersonate da attori in stato di grazia (Christian Bale, Heath Ledger, Richard Gere, una strepitosa Cate Blanchett, proprio nel ruolo del Dylan traditore di Newport). Non cercate una trama, non ci può essere nel racconto di una vita; piuttosto, spalancate cuore e orecchie quando Ritchie Havens (sì, proprio quello che aprì Woodstock e finì a cantare con Pino Daniele) duetta con il Dylan bambino nero su Tombstone Blues. Warning: astenersi non dylaniani e perditempo.

Da guardare … in religioso silenzio

burn.after.reading

Vatti a fidare di quelli che hanno sempre dei sorrisi sorridenti

Burn after reading”
di Joel e Ethan Cohen, USA, 2008. Con George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Brad Pitt, Tilda Swinton

“Tu sei un mormone. Tutti hanno un problema con il bere confrontati a un mormone”

E alla fine, tutti spiano tutti, tutti tradiscono tutti. I Cohen costruiscono una commedia amara sulla frenesia della vita moderna di Washington, dove ci sono così più Agenzie per la sicurezza nazionale che taxi, costrette a combattere per accreditarsi di un qualche ruolo. Città del potere, ma anche città di upper e upper-mid class, bella gente da cocktail e da tradimenti coniugali, con relative cause da divorzio a ingrassare avvocati e annusapatte.

john malkovich in burn after reading

Essere John Malkovich non ti giustifica dal fare simili cazzate

Come spesso succede, Giorgclunei e Bredpitt lasciati liberi di divertirsi la intendono come “dai gigioneggiamo dall’inizio alla fine! Facciamo vedere al mondo sorpreso che non ci prendiamo sul serio, nonostante i due bonazzi che siamo” (Giorgclunei addirittura si dà al bricolage, costruendosi in cantina una Tantra sex-chair). Per fortuna, ci sono anche John Malcovich e Tilda Swinton che – tanto per cambiare – salvano il tutto. Alla fine ubriaca un po’, ma diverte.

Da guardare cercando sui cataloghi Leroy-Merlin e Brico le offerte migliori per profilati in metallo e sedili in pelle (e non dimenticate i pomelli in cuoio duro!)

 “Cosa voglio di più”
di Silvio Soldini, 2010, con Alba Rohrwacher, Pierfrancesco Favino, Teresa Saponangelo, Giuseppe Battiston

– Senti, ci siamo solo fatti delle gran belle scopate, e basta. – Che stronza che sei… io ti amo.

Due vite tranquille – certezze di sentimenti, precarietà lavorativa, impegno, affetti – sconvolte dal loro incrociarsi casuale: una passione inattesa, che germoglia e si radica nella tiepida noia quotidiana fatta di piccole sicurezze ormai scontate e invisibili, nel piccolo vuoto incolmabile a metà strada tra appagamento e infelicità, il vuoto in cui si annida insidiosa la domanda: cosa voglio più di quello che ho? Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino) si incontrano e diventano amanti: si vedono di nascosto, litigano, parlano e tacciono al cellulare, fanno sesso in un motel, si cercano e impauriti si respingono e si ritrovano, egoisti e violenti.

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I tradimenti che si fanno senza vestiti sono i più divertenti, ma non i più spensierati

Forse sognano un’altra chance di vita e di futuro, magari migliore, magari appena un po’ diversa; oppure fingono illudendosi e in verità cercano soltanto una scarica di adrenalina in pausa pranzo, qualche scopata romantica e un breve revival dell’ormai lontano sfarfallio nello stomaco? Soldini, delicato e preciso, ritrae il tradimento normale, che può sfiorare o investire qualsiasi coppia, il tradimento della porta accanto, senza tragedie da prima pagina, solo qualche (inevitabile) sussulto familiare: l’atteggiamento opposto e simmetrico dei “traditi” – la moglie di lui (Teresa Saponangelo) che sospetta, indaga, si incazza; il compagno di lei (Giuseppe Battiston) che si fida, non vede e non vuole vedere –, amici e parenti che criticano o tacciono, cercano di ricomporre o di capire. Un ritratto parecchio somigliante.

Da vedere in Motel, e poi non raccontarlo a nessuno

Bonus Track

“I ponti di Madison County” (“The Bridges of Madison County”)
di Clint Easwood, 1995. Con Clint Eastwood e Merryl Streep.

“E in quel momento tutto quello che fino ad allora sapevo essere vero riguardo me stessa sparì. Mi stavo comportando come un’altra donna ed ero me stessa molto di più di quanto ero mai stata prima

Nel mezzo del cammin di nostra vita (e anche un pochino oltre)  nella profonda provincia americana una madre di famiglia che da tempo non si sente neanche più donna incontra il fotografo vagabondo che una volta aveva velleità di artista ma ormai è rassegnato ad esser solo uno che piazza la sua macchina fotografica sul cavalletto. I bilanci di due vite che sono arrivate al punto in cui ogni racconto sembra potersi coniugare solamente al passato si incontrano e si attraggono. Nasce un amore coinvolgente ma maturo, consapevole della propria forza e della propria necessità e ma anche delle proprie conseguenze. Clint Eastwood e Merryl Streep ci strappano dalle nostre poltrone e dal nostro torpore per porci la questione più grande (dopo la fame, la sete e naturalmente la salute): è giusto tradire la propria famiglia, la propria storia, la propria vita in cambio dell’amore e della felicità? Tra le mille risposte possibili quel non artista di Clint sceglie forse quella più probabile. E ce la racconta senza troppe parole, ovviamente sotto la pioggia e supportato da due attori che dopo mille ruoli sembrano fatti apposta per dirci che di vivere non si finisce mai. Ma anche che ogni scelta porta dentro di sé una specie di tradimento.

Decide voi se siete stati abbastanza buoni o abbastanza cattivi per guardarvi il finale di I Ponti di Madison County.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. marinda

    “I vecchi sogni erano dei bei sogni. Non si sono avverati, ma comunque li ho avuti.” Robert Kincaid (Clint Eastwood)”I Ponti di Madison County”.
    L’addio sotto la pioggia mi fa sempre piangere, insieme al finale di Come eravamo.

    Rispondi

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