Annales – proditio Benedicti

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Il Concilio Vaticano II compie cinquanta anni nell’anno di grazia 2012. Mezzo secolo che ha comportato per il mondo e nel mondo l’avvento del primato della tecnica sull’uomo, la secolarizzazione della società italiana e la comunicazione più veloce dei contenuti da comunicare.


Questa rubrica si ispira ai metodi di una corrente della storiografia che identifica le cause del divenire storico negli ampi movimenti economici, politici e sociali che trascendono i singoli uomini e/o che coinvolgono diverse generazioni.
Ogni contributo della rubrica riassume e “iconizza”, in antitesi con i dettami della scuola delle Annales, in un singolo fatto o personaggio l’accadimento descritto.Se volete contribuire, mandate il pezzo alla redazione.

Ad indire il Concilio nel 1959 fu uno dei Papi che sono assurti di più, nella cultura popolare (pop), ad icona di pace. Il Discorso alla luna che Giovanni XXIII fece nel 1962, improvvisandolo e con la consapevolezza di morire (aveva un tumore che lo avrebbe portato via nel ’63), rimane tuttora uno dei manifesti simbolici che fanno dei primi anni sessanta il momento nel quale il mondo poteva cambiare, veramente.
Papa Roncalli e JFK erano i sacerdoti di questo cambiamento, i feticci sui quali si racchiudevano le istanze di un mondo che fosse diverso dall’economia di mercato alienante del capitalismo, che ha vinto, o dal modello egualitario del leninismo, che ha perso trascinando via con sé corpi e menti.

Dipanatosi in tre anni, dal 1962 al 1965, il Vaticano II vide cambiare il suo officiante per intercorsa morte. Dopo che il Papa Buono, il Roncalli, venne a mancare, il Vaticano II non fermò le sue procedure e fu proseguito dal nuovo Pontefice, Paolo VI. Si svolse in quattro sessioni, cadenzando il lavoro attraverso l’istituzione di commissioni che si adoperavano per la nuova definizione di liturgia, per la moderna Chiesa nel mondo, per il rapporto con l’universo dei laici, e licenziò, così, a Concilio terminato, quattro Costituzioni, tre Dichiarazioni e nove Decreti.
Giovanni XXIII aprì ufficialmente il Concilio con il discorso tenuto all’interno della Basilica di San Pietro, conosciuto come Gaudet Mater Ecclesia. Qui egli ammoniva i passatisti della Chiesa, coloro che consideravano la modernità come una minaccia invece di valutarne gli stimoli per una comprensione del mondo. La Chiesa prima di allora era, al di là di ogni eccezione, la dogmatica Chiesa post Concilio Vaticano I e con le radici ben piantate nel controriformistico Concilio di Trento del XVI secolo. Con il Dei Verbum, una delle Costituzioni promulgate durante il Concilio II, si liberò finalmente il Testo Sacro dalle sacche protette della dottrina; vi era finalmente la possibilità di essere letto da tutti. Non più necessariamente scritta in latino, la Bibbia non fu fruibile solo per i dotti e i sacerdoti, ma aperta alle traduzioni idiomatiche di tutto il mondo. Di stesso impatto fu il Lumen Gentium che consentì una più corretta distribuzione della responsabilità, includendo in essa l’apporto fondamentale del mondo laico e recependo, a circa quattro secoli di distanza, i dettami di Martin Lutero. A rafforzare il Lumen Gentium fu l’Apostolicam Actuositatem che sancì l’eventualità di un apostolato in terra dei laici e non unicamente dei sacerdoti. Fu con queste nuove elaborazioni culturali che si legittimarono ancora di più le associazioni di laici cattolici che prendevano piede nel dopoguerra. Con la Costituzione Sacrosanctum Concilium, la Chiesa si strutturò in una nuova sintassi liturgica sdoganando la Messa in volgare, cioè nelle lingue nazionali, e un’apertura verso il rispetto dei fedeli, non più mere comparse scenografiche. Il rapporto subordinante tra l’officiante e l’altare, fino ad allora restrittivo ed escludente, venne eliso e i credenti praticanti divennero parte integrante della funzione religiosa: prima del Sacrosanctum Concilium il prete celebrava la Messa dando le spalle ai fedeli e in latino, generando una cesura tra messaggio, verità rivelata e umili peccatori. Un’altra incisiva (almeno nelle intenzioni) apertura fu la costituzione del Gaudium et Spes con il quale si ponevano le basi per il rapporto tra la Chiesa e il Mondo, a significare una relazione di attenzione e collaborazione per il raggiungimento della pace, dei diritti quali l’uguaglianza e l’inizio di un dialogo con la scienza. Temi che, purtroppo, furono, almeno negli anni successivi al Concilio, per lo più accantonati. Forse il risultato più importante fu raggiunto con l’approdo all’ecumenismo, un’attitudine virtuosa atta ad abbracciare tutte le fedi del mondo, riconoscendone la legittimità, e non imponendo con la forza l’adesione a quella cattolica.

Dopo il Concilio le reazioni furono molteplici e sviluppatesi negli anni.
Ci furono gli intransigenti come Lefebvre che non accettarono le nuove forme della liturgia, come l’abolizione della professorale messa in latino, e che diede vita allo scisma dei lefebvriani, ci fu l’inclusione dei preti da strada, quelli che lavoravano nelle fabbriche per aderire alle istanze del popolo, ci fu l’accettazione compiuta della teologia della liberazione che vide in Sudamerica il nascere di preti marxisti che sposavano la rivoluzione come riscatto dei popoli. Complessi e non risolti, i tre anni di riflessione conciliare. Basti pensare che il Concilio ha dato l’avvio a due interpretazioni di indirizzo differente: l’ermeneutica della continuità e l’ermeneutica della discontinuità, dove la prima vede il Concilio come proseguimento della tradizione storica della Chiesa, mentre la seconda pone l’accento sul carattere di rinnovamento, come se il Vaticano II fosse stato un punto di svolta, un vero Big Bang dal quale la Chiesa ha mosso i primi passi nella modernità.

Senza indugiare nella vastissima elaborazione storica, filosofica, teologica, il post-Concilio significò un momento della Storia che si sintonizzava perfettamente con gli anni sessanta. Il rumore della modernità non venne più ignorato, le sacrestie polverose furono ripulite dai latinismi stantii, il riconoscimento di movimenti carismatici come CL e Opus Dei segnarono l’entrata della Chiesa nella vita attiva italiana: politica, sociale ed economica.

50 anni, non pochi neanche per i tempi della chiesa di Pietro, hanno però prodotto solo macerie di quella complessa struttura di cambiamenti e afflati riformisti che avevano animato il secondo Concilio.
Come non ci stancheremo di ripetere, la nuova, sotterranea e carsica (ma non per questo meno efficace) controriforma viene simboleggiata dall’operare del pastore tedesco, intelligente animatore e suggeritore in quei tre anni conciliari carichi di speranza.
Durante la sua scalata al potere vaticano, Benedetto XVI rinnegò tutte le sue posizioni di modernità (anche i papi tradiscono), facendo lettera morta delle moltissime e bellissime pagine scritte (anche da lui) nei documenti finali, completando quindi l’opera del pastore polacco che, durante le sue missioni pubblicitarie all’estero, soprattutto in Sudamerica (Cile, San Salvador), non perse occasione per sconfortare chi aveva creduto che la Chiesa e la Fede dopo il Concilio Vaticano II potessero diventare davvero portatrici di pace e strumenti di giustizia.

Le conseguenze di queste novità, invece, hanno condotto ad un’invasività di movimenti come, per quanto riguardo lo Stivale, CL e Opus Dei che non di rado hanno insozzato i valori della cristianità subordinati spesso al lucro e alle trame del potere non trasparente. Ma queste sono quisquilie se si prendono di petto le vere amputazioni a cui il movimento del Concilio è andato incontro.
L’ottusità nei confronti delle malattie infettive, su tutte l’AIDS, la chiusura dogmatica verso gli omosessuali, le utopiche speranze nella procreazione selvaggia, il rapporto promiscuo con il Potere, di tutte le razze e a tutte le latitudini, l’incapacità (col Concilio II fu la capacità) di mettersi in gioco, di valutarsi, di porre in essere le idiosincrasie, come il dilagare di episodi dannati quali la pedofilia, insegnano che la Chiesa ha di fatto sconfessato la sua grande prova di critica interna che fu testimoniata con il Vaticano II.
Non è solo un piccolo particolare se il grande teologo Ratzinger ha, dopo circa quaranta anni, rimesso la scomunica nei confronti degli intransigenti vescovi lefebvriani. La fine di un dissidio minimo che pone l’accento sulla massima scollatura che la Chiesa rivive con la società civile e la stragrande maggioranza dei fedeli e che le premesse del Concilio II miravano ad estirpare.

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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