Q’ero: ultimo popolo Inca

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Lontano dagli sguardi incuriositi dei turisti, lontano dai consueti trail che portano a Machu Picchu, le montagne che circondano gli ultimi villaggi andini abbarbicati a 4.300 m sono come delle fortezze poco pratiche ed, altrettanto, poco pubblicizzate tra le riviste di viaggio affollate di monotonia. Il popolo che ci abita ha uno strano nome, Q’ero, gli ultimi discendenti degli Inca… sono andato a trovarli.

foto di Nicolò Davide Balzani

Dopo 4 ore di “colectivo” (bus privati e sovraffollati) direzione sud est da Cusco, al confine tra le montagne e la selva del parco del Manu, arrivo alle pendici della cordigliera andina peruviana. Qui, nella cittadina di Pocartambo dove passo la notte, proseguo il mio viaggio in una specie di taxi, che si inerpica su una strada sterrata per altre due ore, verso il valico di Pampacasa, direzione i villaggi Q’ero di Challma e Ccochamocco. Lungo la strada, poco verosimile chiamarla tale, moto con 3 o più passeggeri senza casco, sfrecciano su e giù per la valle ad una velocità impressionate per qualsiasi europeo non avvezzo alle due ruote.

Durante il tragitto mi tutelo con qualche mantra, mi pare di essere come la pericolante interprete del film “The Dragonfly” (film di Kevin Costner del 2002) precipitata da un burrone direttamente sul fiume sottostante. L’unica variabile è che qui il fiume non c’è… ma non mi metto a pensare alle conseguenze e riesco a rilassarmi, un falco gironzola intorno e mi accompagna per quasi tutto il tragitto.

Arrivati al valico, la strada si interrompe e si è costretti a continuare a piedi, dai 4.700 m sfiorando i 5.000 m si atterra al primo villaggio Q’ero a 4.300 m. Il fiato manca di accompagnarmi, ma le gambe per fortuna reggono. In un bagno di sudore ammiro le montagne e il panorama, privo di vegetazione, ma ricco di contrasti multicolore. La mia guida mi precede a passo spedito, finché il luccichio di una lamiera riflette l’immagine dei raggi del sole ed un esercito di bambini mi viene incontro, bambini di diverse età ma tutti con un denominatore comune… sempre e solo sorridenti. Sono gli alunni della scuola primaria di Challma, vengono da ogni villaggio limitrofo e sono capaci di camminare anche due ore al giorno nelle condizioni più estreme, solo per imparare a parlare spagnolo e fare i conti.

foto di Nicolò Davide Balzani

Qui l’educazione scolastica è molto importante e nonostante tutti mi parlino Quechua, che non è un marchio di abbigliamento ma la lingua dei nativi peruviani, non mi tiro indietro nel tentativo di comunicare con loro. I piccoli hanno tutti le guance rosse e consumate dal sole, il viso è sporco così come i vestiti, il tasso di mortalità infantile a queste latitudini è del 47% (!) ma loro non perdono mai l’allegria, mai neppure per un istante in tutti i cinque giorni da me passati tra quelle valli.

I Q’ero sono un popolo ospitale e nella miseria delle loro case, dove vivono ammassati con tutta la famiglia in una decina di metri quadri, mi accolgono facendomi trovare sempre un piatto di calde e fumanti patate. Le case, dal tetto di paglia e dai muri di fango, non hanno elettricità, sono fredde come igloo, il fuoco di sterco si accende solo per cucinare e la vita si riscalda muovendosi all’aperto. Il loro unico alimento, con il quale ci fanno colazione, pranzo e cena, sono le patate: a queste altitudini cos’altro potrebbero coltivare? Questa povera dieta priva il popolo delle giuste vitamine e sali minerali necessari per un’alimentazione bilanciata. Faccio il possibile per condividere con tutti i bambini che trovo il cibo che ho portato con me: verdure, pane, latte e uova. La notte sotto il sacco a pelo e con tre coperte che mi avvolgono, inutilmente, ho i piedi ugualmente congelati.

Le giornate passano e con la guida ci avviamo al villaggio più importante, Ccochamocco, sotto alla grande montagna Wamanlepa, l’Apu più sacro del Perù meridionale. Per i nativi ogni montagna è uno spirito (Apu) e come tale è rispettato e venerato. Dopo un paio d’ore di cammino anche qui ad accogliermi ci sono uno stuolo di bambini, tutti incuriositi dal mio viso da “gringo” e dai vestiti multistrato che mi avvolgono, come l’omino Michelin, dalla testa ai piedi.

I Q’ero non hanno scarpe ma solo sandali, gli uomini indossano pantaloni all’altezza delle ginocchia, mentre le donne gonne in lana, se nevica o c’è il sole nulla cambia nel loro indumenti, solo noi occidentali abbiamo gli armadi estivi ed invernali, alla faccia dell’essenzialità. A Ccochamocco c’è una scuola secondaria e, con i fondi che sono riuscito a racimolare, da poco ha un tetto come riparo. Il villaggio è composto da circa una sessantina di famiglie ed i comfort non sono sul livello degli hotel europei. Mentre cammino lungo le case vedo bambini che giocano rotolandosi per terra, ripassando dopo un paio di ore e gli stessi bambini stanno ancora giocando; quando mai mi era capitato di vedere una scena simile in Italia? Tra PlayStation e pc il contatto con la natura è praticamente scomparso. Giocare nella semplicità e con la semplicità delle cose è quello che fanno qui! Da pochi mesi è stato costruito un forno e, per il mio arrivo, hanno preparato un po’ di pane, impossibile da mangiare ma facile da donare a tutti quelli che incontro; per loro è come se fosse un bignè al cioccolato, se lo gustano fino all’ultima briciola con una calma e senza voracità. La voracità e la fretta è per quegli uomini che si fumano il tempo e credono che non sia mai abbastanza.

Tramonto a Ccochamocco
[foto: Nicolò Davide Balzani]

Intorno alla mia piccola abitazione, dove ho la fortuna di abitarci solo con la mia guida, si formano uno stuolo di curiosi che osservano e commentano ogni mio movimento. Tutti mi parlano, con naturalezza, in una lingua che non ha la più pallida attinenza con lo spagnolo, io rido e gioco con i bambini: li prendo in braccio, li faccio passare tra le gambe e, soprattutto, li faccio qualche fotografia. Pochi tra loro sanno cosa sia quella macchina “ferma immagini”, poi riprodotte su uno schermo, non si capacitano come si possano ritrovare riflessi li dentro. La tv, la radio, non sanno nemmeno cosa siano.

Le notti passate al freddo sono ancora più difficili da sopportare pensando che per i bambini Q’ero è consuetudine; molti hanno una tosse perenne e alcuni di loro sarà letale quest’inverno. L’ultima mia notte a Ccochamocco nevica, pochi centimetri di neve fresca che per tutti è normalità: stessi sandali, stessi vestiti e stessa zuppa di patate.

Lascio tutto quello che ho nello zaino, perfino il dentifricio e il deodorante ai miei vicini di casa, tre ragazzi orfani che vivono con la nonna. Ai vecchi regalo tutte le foglie di coca che avevo conservato, per loro sono l’unica sostanza ingeribile ricca di minerali.

Arrampicandomi verso la strada che mi porterà indietro vedo una bambina in cima ad una collina, insieme alla mamma e al fratellino, tutta bagnata ma sorridente, ha passato la notte a sorvegliare i lama in giro per le montagne… questa è la vita di una bambina Q’ero di 4 anni.

P.S: Qualunque anima voglia aiutare questo fantastico popolo, sotto qualsiasi forma, si metta in contatto con me attraverso il mio blog.

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