La pagina della Cover Writer: 1Q84 di Murakami Haruki

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Quest’estate leggevo una recensione di Irene Bignardi su un romanzo scritto da una giovane ebrea sull’Olocausto. Un romanzo, spiegava, ma che ci arrivava dentro con dettagli accurati e ci sembrava più vero dei libri di storia, dei diari lasciati dai morti e dai sopravvissuti. Diceva che ci sono autori che inventano mondi pieni di immaginazione, che rielaborano storie che solo loro possono conoscere, che vivono dentro di loro. Poi ci sono autori, ed era il caso della giovane recensita, che ci raccontano una storia come se fosse oggettiva, come se fosse un saggio. Io in genere preferisco leggere scritti non storiografici, non così documentati storicamente. Mi immergo più volentieri in storie e descrizioni che tendano a stravolgere il passato, presente o il futuro e che cerchino di farlo attraverso i mondi interiori dell’autore e dei personaggi, mondi luminosi o tremendi, ma che diversamente non conoscerei. Alla fine questi autori mi dicono di me molto di più che un ottimo narratore che inserisce le vicende di cui ci parla in uno specifico contesto storico ben documentato. Anche la scrittura ha la sua parte. Alla fine i romanzi storici sembrano scritti tutti dalla stessa persona. Salvo rare eccezioni di autori e autrici che ci parlano di se stessi nel flusso degli eventi, alla fine preferisco linguaggi inusuali, mondi contorti o visoni intimiste, vicende personali atemporali anche di fronte a momenti storici eclatanti. Ma questi sono gusti.

Mi sono avvicinata a 1Q84 senza sapere niente né del romanzo né dell’autore, se non che esisteva, che era giapponese, e che da molti era venerato come un Dio della letteratura in terra. Il metodo di affrontare certe letture impreparata per me è eccezionale. È sempre meglio leggere direttamente le opere che leggere chi ne parla.

Murakami Haruki MIT 2005.

Murakami Haruki a MIT 2005.

Così ho capito che Murakami Haruki – la tradizione giapponese vuole che si indichi prima il cognome poi il nome – è uno scrittore geniale e perfetto, di una perfezione come solo un giapponese può realizzare. L’11 ottobre sapremo se vincerà il Nobel per la letteratura. Non mi intendo di giudizi e giurati da Nobel. Certo “1Q84″ è qualcosa di inarrivabile: “È un romanzo che contiene universi” dice la quarta di copertina dell’edizione italiana a cura di Einaudi. Ma se volessi utilizzare la dicotomia di cui sopra potrei aggiungere che, gli universi, i mondi di cui ci parla ci raccontano una storia come se fosse oggettiva, realtà vera, con un linguaggio speciale che non indulge mai nella tragedia pur raccontandoci dettagliate vicende individuali e collettive tremende, dolorose, incredibili. Ci parla di un’infinità di percorsi, di avvenimenti che si intrecciano, di mondi interiori ed esteriori che sembrano sempre avvicinarsi, senza raggiungersi o capaci solo di entrare in collisione distruggendosi, con un linguaggio e dei termini scelti per essere chiari, lineari, come se fossero appena stati intuiti da una mente pura e semplice; con frasi brevi, periodi non contorti. Ma tutto profondo e avvolto in un’aura di rispetto e riservatezza. Può un autore scrivere dei suoi personaggi in maniera così rispettosa?

Nei libri 1 e 2 che compongono l’edizione italiana succedono una miriade di cose fantasiose, anche scabrose e contro natura, ma mai ti coglie nulla di più che tristezza e malinconia per i personaggi che sembrano affrontare soli ogni cosa, e dove la solitudine è spesso il frutto delle scelte di genitori che non ci sono o non ci sono stati o che si vorrebbe non ci fossero più. Come se il fulcro di ogni sorta di bruttura collettiva, la creazione di mondi paralleli concreti o fasulli dipendesse da come siamo stati trattati da piccoli e dal fatto che non riusciamo più a liberarcene. Ma non è un approccio psicologico o psicanalitico. Sembra più un idea quantistica di possibilità che si aprono e chiudono mediante scelte, caso e silenzi più o meno consapevoli.

Tutta la storia si dipana alternando capitoli con protagonista Aomame, una killer in tailleur e tacchi a spillo e Tengo, un ghost writer confuso e solitario, che sembra dar vita a storie che vivono di vita propria.

Inutile dire che questo romanzo mi ha affascinando per la lontananza dal mio modo di scrivere e vedere le cose; da questa idea che tutto, quando si scrive e tutto quando si legge, debba e possa essere solo un “Io, io, io …”; del dictat tutto latino che solo la passione brucia, che solo la ricerca di frasi lunghe e contorte possa spiegare il lavoro lungo e contorto che è mettere nero su bianco le storie lunghe e contorte. Penso che i Giapponesi, la loro cultura, siano quanto di più “altro” da noi possa esistere, e penso che siamo più simili ad arabi, africani, indiani che a queste persone che preferisco una parola in meno, un aggettivo in meno, un orpello in meno, tanta enfasi in meno, ma che ti toccano il cuore. E ti lasciano con un senso di solitudine e vuoto leggero.

1Q84 limited edition

1Q84 Japan limited edition

Murakami è maestro più dei maestri in questo. Il prossimo 16 ottobre esce in Italia il libro terzo (ottobre-dicembre) di 1Q84. In Giappone i primi due libri (che nell’edizione italiana per Einaudi sono la parte uno e due di un unico volume, con traduzione dal giapponese di Giorgio Amitrano) hanno venduto, solo nel 2009 anno di uscita, 2 milioni e 400 mila copie. Il terzo libro lì è uscito nel 2010. La casa editrice giapponese non ha mai fatto promozione prima delle uscite per non rivelare i dettagli della storia. Per la mia cover ho scelto frasi più legate ai  pensieri dei protagonisti che non a dettagli del racconto. È un libro che va letto senza sapere nulla della storia.

1Q84, di Murakami Haruki, Libro 1 e 2 Aprile-Settembre, edizione Einaudi, Torino 2011.

Tengo e Aomame bambini

Tengo e Aomame bambini – io non li immagino così

Aomame - Forse la frase più importante che la storia insegni agli uomini è “A quel tempo nessuno sapeva ciò che sarebbe accaduto”.

… – Di realtà ce n’è sempre una sola, – ripeté lentamente l’autista, come se sottolineasse una frase importante di un libro.

- Naturalmente, – disse Aomame. Era vero. Un oggetto non poteva che essere in un solo tempo e in un solo luogo. La realtà era infinitamente fredda e solitaria.

Tengo - Komatsu fece un sorriso che sembrava essere stato tirato fuori dal fondo di un cassetto che si apre di rado.

… – Lo stile o lo si possiede come dono naturale, o ci si lavora facendo sforzi sovrumani fino ad affinarlo. Non ci sono altre possibilità…

- Tu, se non altro, ti sforzi, – disse Komatsu scegliendo le parole. – Per quanto possa vedere non pecchi di negligenza, ti dedichi alla scrittura con estrema umiltà. E questo perché? Perché ami scrivere. E questo è un elemento a cui attribuisco importanza. L’amore per la scrittura, per chi ambisce a diventare uno scrittore, è la qualità più importante che esista. 

- Ma da solo non basta.

- Naturalmente. Da solo non basta. Deve esserci anche qualcosa di speciale. O almeno qualcosa che non si riesce a decifrare fino in fondo. Quello che apprezzo di più, soprattutto per quel che riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli completamente.

… Nel suo modo di vedere c’era una parte consistente di pregiudizio, ma secondo lui, anche il pregiudizio era un elemento importante di verità.

Aomame - Le sensazioni che non diventavano parole. Le promesse dimenticate. Le speranze non realizzate. Le aspirazioni andate smarrite. Una raffica di vento le sollevò i capelli, quella successiva glieli sbatté sulle guance. Il dolore le fece venire le lacrime agli occhi, la folata che seguì le asciugò. “Quando è successo?”  Si domandò Aomame. Ma il tempo nella sua memoria si attorcigliava, trasformandosi in un filo aggrovigliato. Si era perduto il baricentro e tutto appariva confuso.

Poi chiuse gli occhi e, come faceva ogni volta, recitò una preghiera. Le parole in sé non avevano per lei alcun significato. Il significato della preghiera non contava niente. La cosa importante era recitarla.

Tengo - Tengo tirò un sospiro. Appena cercava di pensare qualcosa, la realtà sembrava avvicinarsi per un attimo, poi subito sfuggiva.

- Cosa mi piace della matematica? – Beh, quando sono davanti ai numeri, riesco a provare una sensazione di grande calma. Come se tutte le cose si sistemassero nell’ordine giusto. … La matematica è come lo scorrere dell’acqua. … le teorie sono numerose … ma la logica è semplice. Come l’acqua che scorre dall’alto verso il basso seguendo il percorso più breve, anche la matematica non ha che un unico flusso. Se lo si osserva a lungo, con attenzione, quel percorso emerge da solo. Basta che ti limiti a guardarlo senza fare nulla. Se ti concentri e guardi con attenzione, tutto si chiarisce da sé. In questo grande mondo non c’è nessuno che mi tratti con gentilezza a parte la matematica. … La vita vera è diversa dalla matematica. Nella vita le cose non scorrono scegliendo il percorso più breve. La matematica per me è, come dire, troppo naturale. Assomiglia a un bellissimo paesaggio. Qualcosa che semplicemente sta lì …

- Quando scrivo, usando le parole, sostituisco il paesaggio che mi circonda con qualcosa che per me è molto naturale. Cioè lo ricompongo. Solo così riesco ad accertare che questa persona chiamata io esiste davvero nel mondo. é un lavoro molto diverso da quello che faccio quando sono nel mondo della matematica.

… Non era un’emozione simile all’innamoramento o al desiderio sessuale. Era come se qualcosa si fosse insinuato attraverso una piccola fessura e tentasse di riempire un vuoto che c’era dentro di lui. Ecco cosa provava. Non si trattava di un vuoto provocato da Fukaeri. Esisteva dentro di lui da tempo incalcolabile. Lei vi aveva proiettato una luce speciale, illuminandolo.

- Tu lo sai caro Tengo qual è la più grossa differenza fra talento e intuito? – è che per quanto uno possa essere dotato di talento, non è affatto sicuro che avrà da mangiare a sufficienza, mentre uno che possiede intuito non avrà mai problemi a pagarsi il pranzo.

Aomame - - Tutto è bene ciò che finisce bene.

- Se da qualche parte esiste davvero una fine! Rispose Aomame.

Tamaru abbozzò con le labbra un movimento, una specie di piccola contrazione che poteva far pensare ad un sorriso.

- Da qualche parte esiste una fine, solo che non si trova un cartello con scritto “Ecco, questa è la fine”. Come sul gradino più alto di una scala non si trova scritto “Attenzione, questo è l’ultimo gradino. Non fate un altro passo oltre a questo.”

… “O sono io che sto uscendo fuori di testa, o è il mondo che sta impazzendo. O l’una o l’altra. Ma non so quale delle due ipotesi sia quella giusta. Il barattolo e il coperchio sono di misure diverse. Potrebbe essere colpa del barattolo, oppure del coperchio. Ad ogni modo, che le due misure non coincidono è un dato di fatto che non si può modificare”.

dal film Norvegian Wood, tratto dall'omonimo romanzo di Murakami

Dal film Norvegian Wood, tratto dall’omonimo romanzo di Murakami

Tengo - … Che lei non sembri qualcosa di particolare non è affatto un cattivo segno. Vuole dire che non è ancora incasellato in nessun ruolo.

Man mano che i dubbi crescevano, Tengo cominciò a porre, coscientemente, una distanza tra sé e il mondo della matematica. Nello stesso momento la foresta  dei romanzi iniziò ad affascinare il suo cuore con forza sempre maggiore. Naturalmente anche la lettura dei romanzi era una via di fuga. Dopo aver chiuso un libro era costretto a tornare nel mondo della realtà. Ma un giorno Tengo si accorse che quando tornava dal mondo dei romanzi a quello reale, non provava lo stesso senso di amara delusione di quando rientrava dal mondo della matematica. Perché? Nella foresta dei romanzi, per quanto il nesso tra le cose potesse sembrare evidente, non succedeva mai di ricevere una risposta chiara. … Il ruolo del romanzo … era quello di mutare un problema dandogli una forma diversa. E grazie alla natura e alla direzione di quel cambiamento veniva suggerita, in chiave romanzesca, una soluzione alternativa. Tengo tornava al mondo della realtà portando con sé quel suggerimento. Era come una formula magica incomprensibile scritta su un pezzo di carta. A volte mancava di coerenza e non poteva trovare subito un utilizzo pratico. Ma aveva in sé una possibilità.  Era una possibilità che gli scaldava il cuore dall’interno.

Aomame – “Se è vero, come ha detto la signora, che non siamo altro che semplici veicoli per i nostri geni, perché molti di noi devono condurre vite così contorte? Se vivessimo in modo semplice e senza pensieri superflui, dedicandoci soltanto alla sopravvivenza e alla riproduzione, lo scopo genetico della trasmissione del DNA non si realizzerebbe comunque? Condurre una vita complicata, tortuosa, a volte grottesca, che vantaggio apporta ai nostri geni?

Tengo – “Lo scrittore non è una persona che risolve i problemi, ma che li pone”. Era stato proprio Cechov a dirlo. Questa sua osservazione era famosa. Cechov aveva affrontato con quell’atteggiamento non solo le sue opere, ma tutta la sua stessa vita. Aveva posto dei problemi e non li aveva risolti. Pur sapendo di soffrire di tubercolosi (essendo un medico non poteva non saperlo), si era sforzato di ignorarlo, rifiutandosi di crederci fino ad un momento prima di morire. E se ne era andato ancora giovane, in seguito ad una violenta emotisi.

… Negli ultimi due milioni di anni il cervello umano ha quadruplicato le sue dimensioni. … Ciò che l’uomo ha ottenuto grazie a questo incredibile sviluppo dell’organo chiamato cervello sono i concetti di tempo, spazio  e possibilità …

Il futuro è un territorio che nessuno conosce. Non esiste una mappa. Quello che ci aspetta dietro l’angolo non potremmo conoscerlo se non girando l’angolo. Non so proprio immaginarlo.

Aomame - La memoria si trasmette dai genitori ai figli. Il mondo, Aomame, è lotta senza fine tra una memoria e un’altra memoria che gli si oppone.

1q84 book 2 Japan

1Q84 book 2 Japan

 

Libro secondo

Aomame  - Alzandosi lentamente Tamaru disse: – Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».

– Che significa?
Tamaru si mise in piedi di fronte a Aomame. Era più alto di lei solo pochi centimetri.
– Vuol dire che in un racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione venga fatta sparare. Cechov amava scrivere racconti privi di fronzoli.
Aomame si sistemò le maniche del vestito, e mise in spalla la borsa a tracolla.
– È questo che ti preoccupa. pensi che se la pistola appare in scena, sicuramente farà fuoco.
– Assumendo il punto di vista di Cechov, sì.
– Quindi potendo vorresti evitarti di procurarmi la pistola.
– È un’arma pericolosa e illegale. Inoltre, aggiungerei che Cechov è uno scrittore attendibile.
– Ma questo non è un romanzo. Stiamo parlando del mondo reale.
Tamaru socchiuse gli occhi e guardò fisso il volto di Aomame.
– Chi può dirlo?

Come era possibile che un mese fosse passato così in fretta, quando ogni giorno le era sembrato insopportabilmente lungo?

- La maggior parte delle persone non cerca verità che si possano dimostrare. La verità, in molti casi, come ha detto lei, comporta sofferenza. E quasi nessuno vuole soffrire. Quello di cui le persone hanno bisogno è una storia bella e piacevole, che renda la loro esistenza almeno un po’ significativa. È proprio per questo che nascono religioni.

- Qualcuno ha detto che non c’è niente come la vendetta che abbia costi così alti e vantaggi così scarsi.

- Winston Churchill. Ma, per quanto ricordi, pronunciò quella frase per giustificare il disavanzo di bilancio dell’Impero Britannico. In quella frase non si nascondeva alcun significato morale.

2-moons-1q84

2-moons-1q84

Tengo - E si ricordi che questo mondo è vero. Il sangue che scorre è vero, e anche la morte lo è. E, inutile ricordarlo, la morte è eterna.

Mentre guardava assorto la luminosità della luna, in Tengo si risvegliò una specie di memoria ancestrale. Ebbe la consapevolezza che quel satellite era sempre stato un prezioso alleato del genere umano. La sua luce era un regalo caduto dal cielo. Prima del fuoco, degli attrezzi, del linguaggio, la luna rischiarava il buio del mondo e calmava la paura degli uomini. Tengo ebbe come l’impressione che ogni uomo avesse fortemente impresso nei propri geni un sentimento di gratitudine nei confronti della misericordia disinteressata della luna. Era come una calda memoria collettiva.

Aomame - Il Raduno era composto da una cinquantina di persone di ambo i sessi, relativamente giovani, più o meno divise in due gruppi. Uno aveva come obiettivo la rivoluzione, l’altro aspirava alla pace. I suoi genitori appartenevano al secondo gruppo. A una bambina di 10 anni, naturalmente, non era facile spiegare la teoria che stava alla base di una simile contrapposizione. Lei non capiva bene nemmeno la differenza fra rivoluzione e pace. Le sembrava fosse un modo di pensare appuntito, e che invece la pace avesse una forma arrotondata. I due modi di pensare, infatti, avevano forma e colore. E come la luna, diventarono pieni e calavano. Quella più o meno, era l’idea che si era fatta sulla differenza fra pace e rivoluzione.

Tengo - Svanito l’interesse per la matematica, e, dopo la laurea, non avendo più ragioni pratiche per continuare il judo, Tengo non sapeva più cosa fare né in quale direzione procedere. La vita sembrava avere perso il proprio centro. In realtà un vero centro non l’aveva mai avuto. Ma fino a quel momento gli altri avevano avuto aspettative e richieste nei suoi confronti. Per corrispondervi la sua vita era andata avanti a ritmi molti intensi. Ma una volta che tutte quelle aspettative e richieste erano venute meno, non rimaneva più nulla di significativo. Non riusciva più a convogliare le proprie energie su nulla.

 

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5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Francesca

    Mi stuzzica quella contrapposizione tra l’immagine della realtà resa attraverso il romanzo, che per sua natura può contemplare diversi scenari e soluzioni alternative, e quella strutturata, definita, apparentemente semplice fornita dalla matematica. é quella differenza che mi spinse all’epoca a iscrivermi alla facoltà di Ingegneria. Assolutamente da leggere! Grazie Marinda

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  2. anselmo

    @Livio: Norvegian wood (che quando lo lessi io portava ancora lo sciocco titolo di Tokyo Blues) è senza du bbio il più facile di Murakami, secondo me ti delude un po’.
    @elisabetta: l’avete mai vista quella meravigliosa maglietta che porta la reazione di tutte le religioni davanti alla considerazione “shit happens”? Con il cattolico che dice “If shit happens I deserve it!”, il Calvinista “Shit happens! Let’s work harder” (il Rastafarian chiude con un bellissimo “Let’s smoke this shit”), ecc…?
    Cosa c’entra, mi chiederai? Beh, è che secondo la maglietta la reazione dell’ebraismo è qualcosa tipo “O Javeh, tutta questa merda proprio a me doveva capitare?”
    Ecco, io ogni volta che ho letto Philip Roth non sono riuscito a levarmi di dosso la sensazione di una lamentazione continua in stile o Javeh, ecc…
    (per eventuali lettori che dovessero attaccarsi tacciandomi di fascismo, anti-giudaismo, ecc… ricordatevi che Ich bin a juden, come disse perlatro JFK in visita a Berlino)

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  3. elisabetta

    Uno dei più grandi scrittori viventi (con Philip Roth, naturalmente), non mi ha mai delusa.

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  4. Livio

    1Q84 e’ un capolavoro concordo con il tuo bellissimo articolo.
    Mi accingo a leggere Norvegian wood del quale non so assolutamente nulla come del precedente del resto.
    Di 1Q84 posso dire che mi ha fatto un effetto paragonabile a quello che mi fece tanti anni fa Cent’anni di Solitudine.

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