I culi di Cali

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Cali è la terza città colombiana con una popolazione di circa 2.5 milioni di abitanti. E’ sita ad un’altitudine di 757 m s.l.m. e ad una latitudine di circa 3° a nord dell’equatore. Per questo il clima è per tutto l’anno l’equivalente di un luglio italiano senza eccessi di umidità.

Albero a Cali
[foto di Gian Pietro Miscione]

La seconda cosa che più colpisce di Cali è la vegetazione. Per un italiano del nord, abituato a dover proteggere il gelsomino e gli oleandri durante l’inverno, è una meraviglia poter ammirare una vegetazione urbana così rigogliosa ed “invadente”. Nelle aiuole delle strade crescono alberi di mango, i giardini pubblici in mezzo agli edifici sono popolati di alberi giganteschi che sembra di stare in una selva africana e nei viali dell’università, di fronte alla facoltà di chimica, si incontrano alberi di banano come se nulla fosse. La natura non è un semplice ornamento urbano, bensì un’autentica “presenza”.

Tuttavia la prima cosa che salta agli occhi durante una anche breve permanenza a Cali sono le donne. Anzi, le forme delle donne di Cali. La maggior parte delle donne “caleñe” si veste assai elegantemente, con tacchi, vestiti attillati e generose scollature. Voi direte: beh, evidentemente sono belle e formose e se lo possono permettere. E invece le cose non stanno così, questo è il punto.

Le donne che si vestono e si presentano come descritto sopra non sono particolarmente attraenti, né, nella maggior parte dei casi, rispettano i canoni di bellezza a cui siamo abituati, tipo “Belen Rodriguez”. Tutt’altro. I loro fondoschiena sono grandi, grossi, “esagerati”; i loro lineamenti assolutamente normali, le dimensioni delle loro cosce sarebbero giudicate disdicevoli o addirittura imbarazzanti secondo i criteri estetici che vanno per la maggiore in Italia.

Eppure tutte queste donne, belle e brutte, mostrano con orgoglio, libertà ed allegria le loro forme. Vestono pantaloni stretti che lasciano trionfalmente vedere sederi tutt’altro che “da copertina” o camminano truccate e ben vestite anche se i loro visi e i loro corpi si allontanano decisamente da quelli che calcano le passerelle di una sfilata di moda.

Ammettiamo pure che nel DNA delle donne “caleñe” siano presenti geni delle antenate nere (che si suppone siano particolarmente formose) che giunsero come schiave dall’Africa per coltivare le numerose piantagioni di canna da zucchero che ancora costituiscono la principale ricchezza della regione. Tuttavia, dubito fortemente che la percentuale di donne le cui forme si discostano dal “modello Belen Rodriguez” sia molto differente da quella che si può rilevare in una qualsiasi città italiana. Eppure, in Italia, spesso le donne si ingegnano in ogni modo per nascondere le proprie forme “non perfette”: larghi vestiti, pantaloni abbondanti, maglioncini legati in vita per coprire il “lato B”.

Alberi di “platanos” (banane) nei viali dell’Università di Cali
[foto: Gian Pietro Miscione]

Se una donna di Cali scelta a caso, passeggiasse per la strada principale di una città italiana scelta a caso, è probabile che verrebbe squadrata dalla testa ai piedi, come fosse una mezza squaldrina o come una che offende il senso estetico nazionale. E invece sta solo mostrando amore e libertà verso il proprio corpo.

Qual è il messaggio che le donne di Cali mandano a chi le vede passare? Il messaggio è: “Mi piace il mio corpo, mi sento in armonia con le mie forme, e per questo non le nascondo, ma anzi le mostro con totale libertà, perché è bello che le cose belle illuminino il mondo”. Anche il Vangelo ce lo insegna: “Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio (un secchio, NdA) o sotto il letto? O non piuttosto per metterla sul lucerniere?”

La nostra esperienza quotidiana in qualsiasi campo ci dice che, assai spesso, il giudizio che diamo delle cose e delle persone è fortemente influenzato dall’atteggiamento con cui le cose e le persone si presentano a noi. Come possiamo pensare che le persone con cui interagiamo apprezzino noi stessi o le cose che facciamo, se siamo noi i primi a non dargli valore? Se siamo noi i primi a nascondere (e quindi a sottovalutare) il nostro corpo, ma in generale ciò che ci riguarda e ci appartiene, sarà assai probabile che anche gli altri saranno inclini a sminuire tutto ciò.

Stupendo albero caleño
[foto di Gian Pietro Miscione]

Di fronte alla libera e gioiosa “esibizione” delle donne “caleñe”, quelle forme che in altri contesti sarebbero giudicate sgradevoli (perché nascoste), diventano invece estremamente sexy, belle ed attraenti. Anche e soprattutto perché mostrate con soddisfazione e senza falsi pudori.

Ciò che quindi “i fondoschiena” di Cali ci insegnano è che bisogna imparare ad amare ciò che siamo e ciò che facciamo, anche e soprattutto quando crediamo che non sia in linea con i canoni del mondo che ci circonda. Non solo i nostri corpi, ma anche qualsiasi stupidaggine che sia frutto della nostra passione e del nostro cuore. Se piace a noi, e se sapremo dargli valore, sicuramente piacerà e sarà apprezzato da tanti altri.

Come disse una volta Einstein: “Ognuno di noi è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà l’intera vita a credersi stupido”

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Elena

    Bel messaggio. Comunque io vivo a Miami e ho molti amici Venezuelani e Colombiani. Il cannone di bellezza loro e’ molto Differente da quello Europeo. Molte ragazze si rifanno il seno e molte anche mettono protesi al fondo schiena. Quelle che hanno sederi che noi considereremo normali e carini, loro considerano senza forma e quindi per pressione della societa’ spendono per avere the chiappe piu’ formose riempiendole con silicone. Arrivano a costruire culi che da noi si considerebbero grossi e brutti. Molte si fanno debiti grossi pur di avere le forme che rispondono ai loro criteri estetici mettendono in difficolta’ le famiglie. In verita’ la situazione e’ abbastanza triste. Dobbiamo tutti cercare di amare un po’ di piu’ quello che Dio ci ha dato e vivere sereni e felici.

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