Friperies parigini e vintage shop, fenomenologia di una storia à rebours

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Immaginatevi di salire nella soffitta della nonna, abituate gli occhi al buio filtrato da raggi di luce e prendete familiarità con l’odore che pervade la stanza. Immaginatevi di scorgere un enorme baule, nascosto tra bambole stanche e tende impolverate, immerso nella penombra di vecchi ricordi e pagine ingiallite. Lo si trascina piano piano verso il cono di luce, si soffia via la polvere che ne ottura la chiusura, si solleva il massiccio coperchio. Se ne osserva pieni di curiosità il contenuto, senza alcuna aspettativa su quello che si può trovare all’interno. Non sai mai cosa puoi trovarci.

E’ la stessa sensazione che provi quando entri nei negozi vintage a Parigi. Ed è un’esperienza da fare, non si accettano no. I vintage-shop, più generalmente chiamati Friperies, sono ovunque, tantissimi, in ogni angolo della città, e in prevalenza nel Marais, il quartiere ebraico e decisamente il più fashion della città. Scorgi una porticina, un vetro appannato, butti un occhio dentro, e ti trovi di fronte a una delle scene più strane che ci si aspetta dalla Ville Lumière. Orde di parigine, sì proprio loro, le parigine, quella razza dal cromosoma modificato con gambe kilometriche e chiome fluenti, belle come la città in cui vivono, strafottenti come solo i veri parigini sanno essere, loro, che si tuffano nelle camicie a quadretti, si affacciano da giubbini paninaro-style, o sbucano da borse dal sapore fifties.

I Fripes sono vere cataste in cui immergersi, perdere le mani e iniziare a scavare nel più profondo delle ceste dei foulard. Una scarpa a mezzo tacco, una pelliccia cosi morbida da dimostrare la metà degli anni che probabilmente ha, una All Star proveniente direttamente dagli spogliatoi di qualche atleta degli anni Ottanta, una t-shirt stripes bianca e blu, impossibile resisterle, o un vestito animalier che nemmeno la Cher degli anni d’oro poteva indossare. Ogni pezzo, unico nella sua eccezionalità e originalità, ogni singolo pezzo é da accaparrarsi e da tenerselo stretto sotto braccio, nemmeno fosse una Chanel 2.55 edizione limitata. Ma é questo il bello dell’esperienza Fripes, attraversare quella parete che ti proietta direttamente in un tempio delle mode, un miscuglio di epoche passate e differenti, odore stantio e naftalina, polvere e amido. Non ne puoi uscire a mani vuote, o per lo meno, pulite.

La passione per il vintage ha ormai pervaso le anime di molti, favorendo il diffondersi di boutique nascoste nei quartieri dalla creatività più underground, fiere dedicate, mostre, market, ritrovi tra appassionati del genere e innumerevoli blog dedicati all’argomento. Basta digitare la parola “vintage” e la pagina di Google propone risultati da far girare la testa: una sola facciata di agenda per appuntarsi i nomi più bizzarri non basterebbe. E allora via alla scoperta di queste piccole realtà, di città o di provincia, in cui potersi perdere per qualche ora, passeggiare tra le vie del tempo che fu, far affiorare ricordi della nostra infanzia, fotografie in bianco e nero dei nostri nonni o dei nostri genitori, sensazioni e vibrazioni che ci catapultano in epoche passate alla sola vista dei capi esposti.

Da cosa nasce questa irrefrenabile passione per il passato? L’attaccamento ai ricordi probabilmente ci riporta all’immagine più pura che abbiamo di noi, della nostra vita, delle nostre esperienze, della nostra infanzia. Il ritorno di anni passati, o di epoche mai vissute, ci purifica dal malessere e dall’apatia della routine quotidiana, ritagliando per noi uno spazio catartico in cui poterci immergere completamente. Quei pezzi sono capaci di rappresentare valori e generazioni passate,  ci ricordano momenti storici ormai idealizzati nelle nostre credenze e diventano simboli di grande eleganza, classe e fascino.

 

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