Annales – Henry Ford

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Henry Ford fu un imprenditore di successo, un ideatore di futuro, un costruttore di macchine all’avanguardia ma, specialmente, un architetto di modelli socio produttivi.
L’ “invenzione” della catena di montaggio, o quantomeno la sua adozione su larga scala decretarono non solo il successo di questo geniale e rivoluzionario imprenditore, ma anche un radicale cambio dei modelli produttivi e industriali.


Questa rubrica si ispira ai metodi di una corrente della storiografia che identifica le cause del divenire storico negli ampi movimenti economici, politici e sociali che trascendono i singoli uomini e/o che coinvolgono diverse generazioni.
Ogni contributo della rubrica riassume e “iconizza”, in antitesi con i dettami della scuola delle Annales, in un singolo fatto o personaggio l’accadimento descritto.

Se volete contribuire, mandate il pezzo alla redazione.


In fabbrica, infatti, l’operaio venne trasformato da soggetto attivo nel processo di creazione dei prodotti a utensile specializzato, oggetto in simbiosi con il nastro trasportatore. Il prodotto finale veniva assemblato indipendentemente dalle inconsapevoli parti, meccaniche o umane.
L’ottimizzazione dei costi e tempi di produzione era tale che in pochi anni tutti i fabbricanti di prodotti destinati a milioni di consumatori si riorganizzassero implementando il modello fordiano.

La conseguenza pratica del nuovo ruolo assegnato ai milioni di proletari salariati fu il definitivo declino del settore primario di produzione e il trionfo del secondario. L’industria soppiantava l’agricoltura e la campagna veniva sempre più abbandonata per la città. In due secoli, la macchina a vapore, il boom del tessile e la catena di montaggio trasformarono i lavoratori da contadini a operai. Per alcuni, alienati, sempre più distanti dai cicli e dai ritmi della natura, e per questa semplice ragione destinati prima o poi a ricredersi a caro prezzo. Ma qui non consta.

Mentre il geniale James Watt ebbe poca fortuna negli affari, Henry monetizzò rapidamente le sue intuizioniAl timone della Ford Motor Company stravolse i contratti vigenti e propose il più vantaggioso a cui un lavoratore degli anni Dieci (del Novecento) potesse ambire. Inoltre, permise di partecipare agli utili della società coloro che avessero lavorato nella sua azienda per più di sei mesi.

Il concetto è semplice e disarmante, come tutte le idee di genio: un operaio ha alcuni centinaia di dollari in più e, in virtù di codesta plusvalenza, acquista quello che con le sue stesse mani forgia. Fu così che gli operai fordisti compravano la macchina che loro stessi producevano, favorendo la domanda interna, i consumi e l’indotto. E fu così che il fordismo era servito.

Vinse la sfida col futuro e divenne uno degli uomini più ricchi d’America brevettando e producendo il Model T, la prima automobile che sostituì industrialmente e commercialmente le carrozze e i cavalli. Una vettura pensata per tutti, per i cittadini, gli americani che andavano a lavorare e si guadagnavano il pane per tornare a casa felici di essere un minuscolo spicchio di una nazione che avrebbe dominato il mondo.

E questo minuscolo edonismo, questa felicità di non dovere aspettare le piogge o il sole per sapere quanto si sarebbe potuto mangiare nei mesi futuri, fu per tutto il XX secolo il sogno che gli USA vendettero a centinaia di milioni di persone sparse per il globo terraqueo.

La tecnologia aveva inesorabilmente cambiato per sempre il mondo e gli uomini, divenendone sempre più padrona. Nei tempi correnti, la rivoluzione fordiana è già obsoleta: il petrolio (la plastica) e il computer hanno ormai letteralmente trasferito il sogno del posto fisso in fabbrica in paesi remoti, ma la cesura storica, la separazione uomo/natura provocate dal nastro trasportatore si sono casomai allargate.

Nell’era della disoccupazione e degli stabilimenti chiusi e aperti, dell’espiantazione del lavoro e dei capitali che si muovono verso rotte extraoccidentali, la figura di Ford rappresenta un contraltare sicuramente dissonante per tutti quei manager che, al pari dell’amministratore delegato Fiat Marchionne, si autoproclamano figli del Grande Capitale. Eppure Il Grande Capitale da cui segue il capitalismo manifatturiero, vera matrice del capitalismo tout court, seppe tracciare un percorso di progettazione sociale, lavorativa, economica che, negli anni Dieci (del Duemila), sembra aver smarrito.

Non solo un mondo nuovo e auto sostenibile, per i lavoratori e per i padroni, ma una capacità di non fermarsi mai, con il lavoratore, l’essere umano, al centro.

Criticando doverosamente le sue convergenze accertate con il nazismo, Ford fu comunque un uomo “bigger than life”.
Egli mostrò al mondo il futuro, e il mondo lo copiò.

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

Cosa ne è stato scritto

  1. Paolo Agnoli

    Ford fu il più strenuo sostenitore del pacifismo dell’estrema destra americana che si oppose fino all’ultimo all’entrata in guerra degli Usa contro il nazifascismo. Tutto questo per il suo feroce antisemitismo e il cieco odio nei confronti degli ebrei. Scrisse un libro, The International Jew, che ne è una chiara dimostrazione. Hitler ne costudiva gelosamente una copia, alla quale spesso disse di ispirarsi (nel suo ufficio primeggiava anche un ritratto dell’industriale). Al processo di Norimberga il capo della gioventù hitleriana confessò: ‘The decisive anti-Semitic book I was reading and the book that influenced my comrades was … that book by Henry Ford, “The International Jew.” I read it and became anti-Semitic. The book made a great influence on myself and my friends…’. In occasione del suo 75º compleanno, nel 1938, Hitler insignì Ford della Gran Croce del Supremo Ordine dell’Aquila Tedesca, che è la più alta onorificenza che il regime nazista poteva conferire ad uno straniero, per l’impegno della Ford in Germania nel rifornire l’esercito nazista di mezzi blindati e nel donare tutti gli utili alla causa antisemita. Scusate, e senza polemica, ma nella biografia di questo ‘grande uomo’ credo onestamente sia doveroso sottolineare anche questo, con più di una sola parola.

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