Qualcosa di più dell’amore

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Il bambino, dopo averli ringraziati per la cena e la serata passata a giocare, salutò la coppia. I due, Rose e Albert, si tenevano la mano sull’uscio della loro casa e seguirono con attenzione tutti i suoi passi fino alla fermata dell’autobus che l’avrebbe riportato indietro alla casa dei genitori. Dopo che l’autobus si era fermato per prelevare il bambino, i due richiusero la porta e si guardarono solo per un attimo. Albert si versò un po’ da bere mentre Rose contemplava la bottiglia che lentamente veniva svuotata per riempire i due bicchieri.

Posato il bourbon sul tavolo, la donna ruppe il silenzio con molto garbo.

”Non l’avremo mai, vero?”

“Cosa?” – Albert fu colto alla sprovvista e si versò due gocce sulla camicia. Si alzò per cambiare maglia, mentre Rose rimase alquanto irritata dalla goffaggine del compagno, quindi si sistemò seduta a guardarlo dirigersi nell’altra stanza, fissando le sue gambe a stuzzicadenti.

Tornò indietro dopo pochi minuti, con uno strano paltò a quadri macchiato dalla liscivia.

“Che dicevi Rose?”

“Che non l’avremo mai.”

“Che cosa non avremo mai?”

“Che cosa?”

“Si, che cosa?”

“Quello. Quello che è successo oggi.”

“Se ti spieghi meglio…forse riuscirò a capirti.”

“Niente Albert, niente. Non avremo niente.” – si alzò di colpo e andò in bagno sbattendo la porta con decisione.

“E’ arrivata la luna” – continuò a sorseggiare il suo bourbon come se niente fosse stato. Era tutto il giorno che correva qui e lì e non aveva alcuna intenzione di discutere con la donna che amava tanto, ma che lo teneva in un eterno stato di agitazione.

Rose si riprese con una doccia e si rifece viva, scorgendo il compagno addormentato sulla poltrona con il bicchiere penzolante da una mano. Sembrava un ubriaco, un tenero ubriaco.

Gli diede un bacio sulla fronte e fece per andarsene quando fu trattenuta dalla mano dell’irlandese.

“Dove vai, bella poderosa!” – Finnerly aveva negli occhi come una tenebra sottile di lascivia.

“Dai Albert è tardi, voglio andare a dormire.”

“Ehi, è venerdì sera.”

“Quindi?”

“Voglio stare un po’ con te.”

“Noi viviamo insieme.”

Albert le abbracciò la parte bassa della pancia, provocando un leggero tremore nelle viscere di lei.

“Vieni qui, siediti vicino a me.”

Rose si divincolò con grazia e si sedette di fronte alla poltrona dove sedeva Albert.

“Cosa c’è Rose?

“Ti ho fatto una domanda prima che ti facessi trasportare nelle spire di Morfeo.”

“Mi ecciti quando fai le citazioni colte.”

“Rispondi.”

“Ma a cosa, Rose?” – Albert aveva iniziato ad intuire.

“Lo sai benissimo. E poi non fare l’idiota con me, sai che ti odio quando ci provi. Non lo sopporto!”

“L’altra volta che non l’ho fatto hai deciso te, mi hai svegliato apposta e abbiamo scopato.”

“Non ho voglia di litigare.” – fece Rose.

“Tu non hai voglia di litigare! Tu non hai voglia di litigare e cominci a farlo. Un comportamento senza alcuna contraddizione, complimenti!”

“Ti ho chiesto una cosa.”

“No Rose tu non chiedi, tu non sai chiedere, tu alludi e uno deve riuscire a scoprire a cosa, sei un dannato enigma!”

“Io sono un enigma? Tu sei una patina di ghiaccio e un maccartista che fa finta di essere un allenatore di basket, che insegna lo sport ai bambini e intanto spia i loro genitori.”

“Cosa stai dicendo? E non urlare!” – bevve di un sorso l’ultimo rimasuglio di bourbon – “E’ tutto il giorno che mi spacco la schiena, arrivo al venerdì sera e ho il sacrosanto diritto di stare con la mia donna prima che si muti in un’orca assassina.”

“Certo, perché io esisto solo per farti godere.”

“Certo…tu esisti solo per f-a-r-m-i g-o-d-e-r-e. Ma ti senti quando parli? Sei così attenta a stanare i difetti degli altri che i tuoi li tieni ben nascosti anche a te stessa.”

“Lasciami allora.”

“Rose, non voglio continuare questa conversazione.”

“Gesù, ti ho domandato una semplice cosa.”

“Cosa? Per Dio!!” – Albert si alzò di scattò e si girò di spalle come un bambino offeso – “Fammi una cazzo di domanda compiuta e io ti risponderò.” – accomodandosi nuovamente con la gola stracciata perché non era abituato ad urlare.

“Ti ho chiesto” – gli occhi erano lucidi e tremanti – “Se l’avremo mai, quella complicità, quella tenerezza, quello splendore con un bambino tutto nostro. E’ tanto difficile da capire, Cristo Santo!!”

“Ne abbiamo già parlato.” – sentenziò freddamente Albert, riassettandosi il paltò e piegandone le maniche.

“Non è vero. Noi abbiamo parlato di sposarci ma ogni volta che accenno all’argomento “bambini” tu mi prendi per scema”

Albert fece finta di non aver ascoltato la seconda parte della frase.

“Credo che ci potremmo sposare tra un po’ quando mi sarò definitivamente stabilito in un luogo fisso, adesso è tutto così indefinito, non so mai dove mi spediranno. Aspettiamo un anno, farò il capo allenatore al college e poi vediamo.”

“Albert, non vuoi parlarne eh?”

“Te l’ho già detto! Ti ho chiesto un anno, un solo anno di tempo della tua vita. Che vuoi che sia!”

“Adesso ho capito. Tu non vuoi parlarne perché ti imbarazza, ti imbarazza a tal punto che fai finta di essere un idiota. Io non verrò con te in Indiana.”

“Non capisco di cosa parli. Adesso hai deciso che non vieni in Indiana. E quando l’hai deciso? Un minuto fa, mezzo minuto fa, un secondo fa?”

“Tu lo capisci molto bene perché non vengo e sai benissimo di cosa non vuoi parlare.” – Rose era al limite.

“Rose, perché non ti calmi? Ho solo passato una giornata faticosa e non ho più voglia di stare ad ascoltare persone che ne sanno più di me” – Albert si alzò e le urlò all’orecchio – ”e che mi insegnano come vivere!”

Scappò nella camera da letto e si gettò a peso morto sulle lenzuola. Era arrivato il momento della verità. Quell’anfratto oscuro che racchiudeva il pudore e la vergogna si era svelato in tutta la sua forza.

“Non mi tratti così!” – Rose entrò come una furia in camera da letto e agguantò una valigia marrone che giaceva vicino alla tenda -

Il senatore J.McCarthy in una foto degli anni cinquanta.

“Adesso me ne vado! Così sarai contento di parlare con la tua poltrona preferita e con i tuoi padroni che ti dicono chi devi spiare e dove devi trasferirti. Non posso dividerti con il dipartimento delle attività antiamericane. Scegli me o il resto dei tuoi segreti che nascondi al mondo.”

“Non possiamo farlo capito? Non possiamo farlo, per Dio!”

“Perché? Devi spiegarmi per quale motivo si deve rimanere sempre uguali a se stessi, per quale ragione non si può cambiare. Almeno provare a farlo!”

“Perché questa è la mia vita e sono chiamato ad agire così, capito?”

“Lascia tutto, lo so che ti chiedo tanto, ma lascia tutto. Abbiamo la possibilità di avere una vita migliore, non me ne frega niente dei soldi e del potere, io voglio solo stare con te, Albert. Voglio tornare a casa e vederti seduto che bevi il tuo bourbon, voglio poter piangere con te, voglio poter ridere, voglio tutte quelle cose che mi hai fatto ricordare che esistono. Io ho scoperto di nuovo cosa significa essere sereni con te e non voglio abbandonarlo di nuovo, non ce la faccio a tornare nell’angoscia.” – Rose piangeva, in ginocchio, al lato del letto, aveva inondato di lacrime la mano di Albert, che sembrava morto – “Ho combattuto come un leone per stare con te, ho rinunciato a mia madre, ai miei fratelli, l’ho fatto in nome di quello che ci è capitato. Te lo chiedo per favore, lasciamo tutto, Albert. Ci faremo forza a vicenda!”

“Rose, ti prego.” – l’irlandese mutò lo sguardo in qualcosa di grave – “Credo che oggi abbiamo litigato abbastanza, non ho più la forza, ci dormiamo su e poi domani ne riparliamo.”

“No Albert. Non capisci che adesso è adesso. Se non decidiamo ora, se non lo facciamo ora non lo faremo più e quel che è peggio è che diventeremo come una di quelle coppie che vanno avanti senza neanche più parlare del loro piccolo segreto, non toccheremo più l’argomento, faremo finta di essere felici e diventeremo due ipocriti che stanno insieme. Avremo una vita sana, ricca, senza alcun problema e con un piccolo, dannatissimo mistero che entrambi conosciamo e che ci imponiamo di ignorare, fino al punto che ce lo dimenticheremo. Io non voglio essere parte di una coppia del genere. Noi non possiamo avere figli, perché? Perché non possiamo rinunciare a questa stupida imposizione?

“Non è una stupida imposizione come la chiami te. E’ la mia vita, per dio!, è il mio lavoro, è quello per cui mi pagano.”

“Io non so chi sei, Albert Finnerly. Io non so più chi sei.”

“Rose sei stanca, mettiti a dormire.”

“No, no, Finnerly” – alla donna stonava la voce, si alzò in piedi – “Tu stasera rinunci a me, e questa è una tua scelta.”

“Abbiamo passato una giornata splendida e tu la vuoi rovinare. Cosa volevi dimostrare con quel ragazzo? Di quanto saresti brava a fare la madre, di quanto hai cuore, di cosa sei capace per aiutare il prossimo? Io le so tutte queste cose” – Albert era furioso e commosso ad un tempo – “Io so chi sei Rose, lo so, per Dio, so di quanto sei stupenda!” – L’uomo era disperato, voleva dimostrare a tutti i costi il suo amore verso la donna che gli aveva riempito la vita dalle fondamenta fino all’apice estremo.

“E allora se lo sai perché mi lasci andare via?”

“E’ il mio lavoro, Rose: non posso avere un figlio. Non l’ho deciso io, ma ho deciso io di accettare questo lavoro.”

“Sarebbe stato meglio se mi avessi detto che non volevi un figlio da me perché sono negra, perché ti farebbe schifo accarezzare o abbracciare un bastardo mezzo bianco e mezzo nero avuto da una puttana come me. Se penso che non puoi avere un figlio perché quegli spioni ti hanno detto che un bravo agente deve avere pochi affetti…io non ci dormo la notte!”

L’irlandese fu colpito al cuore, si alzò con uno scatto dal letto e le tirò uno schiaffo senza pensarci su.

“Non devi dire più così Rose, non devi dirlo più!”

La donna non lo guardò e si girò sommessa senza dire più una parola, prese la valigia e iniziò a piegare i vestiti che le servivano per andarsene il più presto possibile da quella casa, mentre Albert ricadde a peso morto, facendo molleggiare il materasso. La guardava in quei gesti che avrebbero potuto essere definitivi, non era nuova a quelle scenate ma ogni volta i presentimenti di svolta finale lo atterrivano. Il motivo era sempre lo stesso, e quel tarlo ficcante stava per diventare qualcosa che Rose temeva più di tutto. Un vaso di Pandora, da tappare per bene, era l’unica questione che esulava dalla loro intimità di coppia felice. Albert più volte aveva pensato al fatto che loro due, a causa del suo lavoro, non potevano avere figli, e all’inizio era sconsolato a vedere una donna in salute come Rose, portata per fare la madre, costretta a rinunciare ad una necessità così importante. Dopo pochi mesi che convivevano, l’uomo derubricò la faccenda in un angolo della mente, spesso si negava il problema, altre volte mentiva a se stesso, e alla fine era arrivato alla conclusione che anche nelle coppie più felici ci sono dei compromessi da rispettare, qualcosa di intangibile che ferisce ma che non deve essere d’intralcio. Si amavano, quello importava. Anche nei grandi amori, pensava, ci possono essere delle sbavature, si può galleggiare sopra una discussione mai affrontata, un cuore nascosto che sta a metà tra i due protagonisti, qualcosa che entrambi vedono ma che non possono vedere insieme. Ogni coppia ha qualcosa di enorme nel mezzo che non può condividere, perché rischierebbe di smontare la grande ipocrisia sulla quale è costruito l’amore stesso. Pensava così, e si era messo il cuore in pace. Con il tempo Rose se ne sarebbe fatta una ragione e avrebbe vissuto una vita agiata con l’uomo bianco che le aveva donato ricchezza e benessere.

Ma Rose non era come egli credeva, era troppo naturale, troppo simile ad un animale, e non poteva rinunciare ai suoi istinti. Rose era pura tensione e neanche per un posto alto nella scala sociale avrebbe rinunciato alla sua missione divina, che poi è quella segreta delle donne (urlava, dopo il gospel, il reverendo sgolante della Chiesa del Sacro Cuore sull’ottava strada): partorire un figlio, accudirlo, crescerlo, arricchirsi attraverso di lui.

Slegate le cinghie della valigia Rose infilò le ultime cose che aveva visto in fondo all’armadio, pur non sapendo dove sarebbe andata quella notte. Conosceva a memoria il canovaccio delle linee degli autobus newyorkesi ma, per una volta, le vedeva confuse, quasi fossero le linee di un destino che aveva contemplato sempre rette e che adesso si erano trasformate in un complicato budello cervellotico. Dove sarebbe andata se avesse lasciato quella razza di irlandese mangiapatate? Era confusa, cominciò a rallentare il ritmo della preparazione, scrutò in tralice Albert, che era di nuovo disteso sul letto e si massaggiava a scatti la parte bassa della fronte.

“Non andare ti prego.”

“Devo, Albert, devo farlo.”

“Non si deve fare niente che non si voglia a questo mondo, non si fanno le cose che non ci piacciono.”

Rose sorrise d’amarezza, la sua smorfia di derisione colpì al cuore Albert che non riusciva a spiegarsi che cosa di molto ridicolo avesse detto.

“Questa è la nostra differenza incolmabile.”

“Non fare il gioco delle differenze. Non fare la melodrammatica!”

“Si, certo, tu sei un ricco bianco che ha dovuto e potuto scegliere, sacrificando la possibilità di avere un bambino per il suo lavoro. Io sono una negra che non ha mai scelto in vita sua. E poco ci manca che quasi mai ho fatto qualcosa che realmente mi piacesse.”

“Venire a vivere con me è stata una scelta.”

“Appunto non capisci.”

“Che cosa non capisco?” – si alzò impettito sul letto.

“Che stai vanificando l’unica scelta, l’unica mia scelta! Che posso dire che è mia, che ho fatto nella mia vita!”

Il divario incolmabile delle convinzioni si era innalzato a muro impenetrabile. Orgoglio e senso di appartenenza ai propri

Una copertina della rivista “Life”: anno 1954.

convincimenti fecero il resto e sveltirono la preparazione della valigia, mentre Albert, impotente, guardava Rose. Quel giorno si era tramutato in un vero incubo. In un lampo maledì anche il piccolo frugoletto che avevano avuto come ospite e che lui stesso aveva raccattato dalla palestra in cui allenava. Lo aveva portato a cena e quella razza di diavolo, che Albert sospettava essere figlio di un comunista, era stata la causa indiretta dell’esplosione del conflitto invisibile. Era come trovarsi in un cratere di un vulcano silente che aveva covato al massimo le proprie attività sotterranee. La guardò per l’ultima volta in quella casa, non realizzando emotivamente che sarebbe stata l’ultima.

I fiati di Rose, le accensioni del suo carattere, il canto delle cantanti negre che esprimevano al netto la sua energia, sarebbero svanite; provò l’ultimo disperato tentativo di farla rimanere, simulando un mal di testa che confermava soltanto che quell’attimo significava la liberazione da una situazione in via di saturazione. Rose andò via sbattendo la porta dell’ingresso e Albert rimase disteso sul letto a contemplare una mosca che eseguiva il viaggio andata e ritorno da una tenda al lampadario di camera.

Seguirono i giorni in cui Albert pensò che prima o poi avrebbe aggiustato tutto, l’avrebbe avuta di nuovo con sé, e che l’avrebbe seguito in Indiana, ma quegli interminabili minuti di ogni giorno diventarono la vita senza Rose Haywood, per sempre. Si buttò a testa bassa nel lavoro, c’era un’estate con i “ragazzi della strada” da finire e il viaggio prossimo per il college dell’Indiana, dove avrebbe guidato la squadra della stagione 1951-1952 come capo allenatore e che gli avrebbe aperto la porta per il successo futuro.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. marinda

    Bellissimo racconto mi ha ricordato il film “j. edgar” di Eastwood su Hoover. Certo è vero che ci vuole qualcosa di più dell’amore. Ma rinunciare in nome di un’aspettativa ideale, non è forse qualcosa in meno? Comunque resta il fatto che per tante di noi, una vita senza figli non possa essere considerata nè amore nè vita. Figuriamoci in nome di una ragione di stato bieca come questa.

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