Pedalare! Storia del ciclismo in Italia

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Non era ancora tempo per il grande fratello. Fausto Coppi e Giulia Occhini, la sua scandalosa amante.

Intervista allo storico britannico John Foot, autore di libri che analizzano la storia italiana da insoliti punti di vista.

Secondo John Foot, storico dell’Italia moderna all’University College di Londra e editorialista di Internazionale, due film simbolizzano la rapida trasformazione del paese nel dopoguerra, “Ladri di bicicletta” (1948) e “Il sorpasso” (1962). Dalle due ruote alle auto sportive, dalla povertà alla ricchezza, dagli stracci ai vestiti di moda. In mezzo gli anni della ricostruzione, della grande immigrazione dal sud al nord, della fuga dalle campagne e l’inizio del boom economico.

Due anni prima Fausto Coppi era morto di malaria, una morte assurda che chiuse per sempre l’epoca d’oro del ciclismo italiano. Cinquant’anni in cui dal primo Giro d’Italia del 1910 lo sport delle due ruote regalò agli sportivi italiani un’impressionante collezione di nomi degni di Omero: Ganna, Bottecchia, Girardengo, Guerra, Binda, Bartali, Coppi, Magni. Pedalando su pesanti accrocchi di ferro e gomma su strade spesso non asfaltate, questi uomini aiutarono a forgiare una nazione che doveva essere inventata.

Fino agli anni sessanta il ciclismo fu di gran lunga lo sport più popolare in Italia. La gente affollava le strade per assistere al rapido passaggio dei loro eroi. Nei bar si discuteva dell’ultima tappa, con le notizie portate dalle pagine rosa della Gazzetta e dalla radio. I miti del ciclismo raccontavano agli italiani la loro povertà e la loro aspirazione ad una vita migliore. I campioni erano gente che veniva solo dalle classi basse, abituata alla fatica; nel fango e sotto la pioggia, non vivevano una vita dorata. Anche Coppi non era un privilegiato, condivideva la vita con i suoi gregari, in sella dall’alba al tramonto, pasti e notti insieme, solo uomini, senza spazio per mogli, ragazze e modelle.

Gino Bartali, ciclista, uomo di grande spessore, aiutò centinaia di ebrei durante la guerra.

Gli italiani si riconoscevano nella storia comune narrata dal ciclismo e si dividevano, come avevano fatto in passato, guelfi e ghibellini del XX secolo, in Bartaliani e Coppiani, riflesso inventato della grande divisione tra cattolici e comunisti. I leader politici dell’una e dell’altra parte capirono l’importanza del ciclismo e cercarono di utilizzarlo ai loro fini. Ecco allora nascere il mito del religioso Bartali e del comunista Coppi, etichette pronte e false per incasellare due persone complesse. Si sa che il devoto Bartali, medaglia d’oro al valor civile, non aveva esitato a partecipare alla resistenza aiutando centinaia di ebrei, mentre Coppi, di impostazione vagamente più laica e libertina, avrebbe fatto parlare di sé non solo per le vittorie ma anche per la scandalosa (per l’epoca) vicenda con Giulia Occhini.

Nel saggio di John Foot, che ha all’attivo altri due libri sulla storia italiana, “Fratture d’Italia” e “Calcio”, il mito di Coppi è l’elemento centrale. Con la sua faccia spigolosa e le gambe sottili, era tanto agile sulla bicicletta quanto goffo a terra. Si innamorò della donna sbagliata, rompendo pubblicamente il tabù patriarcale del non desiderare la donna d’altri. Non ebbe molta felicità ma in qualche modo aprì la porta ad una società più aperta. La sua morte giovane ricreò il mito eterno del giovane martire, la pietra di paragone ineguagliabile a cui tutti i successivi ciclisti verranno comparati, tanto più oggi in cui il ciclismo non produce più campioni carismatici. L’Undici ha intervistato lo storico via Skype.

Lei ha scritto due libri sullo sport italiano. E’ un buon metodo per parlare sull’Italia?

Non credo di essere interessato al calcio e al ciclismo come tali, bensì alla relazione dello sport con la storia e la cultura. Immagini per esempio il cricket in Gran Bretagna. Chi conosce il cricket non sa nulla di cultura e viceversa. Lo sport è interessante per quello che può rivelare sulla mentalità e sulla cultura italiana. Si potrebbe dire che i miei siano libri di storia con il calcio.

Una tappa entrata nella leggenda dello sport. La Cuneo-Pinerolo del 10 giugno 1949. Coppi vince con 12′ di vantaggio.

Pedalare! è un libro umano e appassionato quanto rigoroso dal punto di vista storico. Il capitolo su Coppi è particolarmente toccante. E’ d’accordo?

Il capitolo su Coppi è stato il più difficile ed è quello che mi ha richiesto più tempo per scriverlo anche perché si tratta della parte centrale del libro. Si tratta di una storia straordinaria, su una persona su cui è stato scritto di tutto. Ma sono molto orgoglioso di quello che ho fatto, anche perché ci ho messo sei mesi per scriverlo, senza contare la ricerca. E’ stata una montagna da scalare e una volta scavalcata, il resto è stato facile. Vorrei dire che l’importanza di Coppi risiede nel fatto che il suo mito continua a crescere, in quanto tutti i ciclisti e i giornalisti oggi fanno riferimento a lui.

Uno dei temi principali di Pedalare! è la costruzione dell’identità nazionale. In che modo lo sport contribuisce a questo?

Sono venti-trent’anni che gli storici discutono sul tema. Le identità nazionali sono composte intorno a simboli ed emozioni. Ciò che è necessario è un centro emotivo, una sorta di cuore pulsante, intorno al quale l’identità nazionale può formarsi. In Italia ciò conduce a molte contraddizioni. Da un lato ci sono i simboli nazionali, come gli azzurri, che tendono ad unire gli italiani, dall’altro ci sono le identità locali che invece li dividono, come i club calcistici di Roma e Lazio, Milan ed Inter. Lo stesso accadeva nel ciclismo. Tutti seguivano il ciclismo e allo stesso tempo i tifosi si dividevano, chi amava Coppi e chi Bartali. Ciò che intendo spiegare nei miei libri è il potere emotivo e ritualistico di sport come il calcio. Lo sport ha una natura ripetitiva, possiede riti e simboli. Pensi alla maglia rosa, al ciclo dei quattro anni della coppa del mondo, i colori, gli emblemi. E’ chiaro che emozioni di tale potenza sono facilmente sfruttate dalla politica. Mussolini era particolarmente abile. Anche la chiesa ha usato lo sport per acquistare sostegno, specialmente dopo la seconda guerra mondiale.

Fiorenzo Magni, il terzo incomodo. “Devo ringraziare Coppi e Bartali, due campioni che mi hanno insegnato a perdere”,

Pedalare! parla anche del potere del passato, di uno sport in grado di cambiare il corso della storia. In che occasioni il ciclismo ha cambiato la storia italiana?

Non sono sicuro che il ciclismo l’abbia fatto. Quello che è cambiato realmente è stata la percezione degli eventi. Per esempio, gli eventi del luglio 1948, l’attentato a Togliatti e la vittoria di Bartali al Tour de France, furono due eventi separati che pure furono descritti e compresi come se fossero collegati. Un altro esempio è la tragedia di Superga, uno dei momenti in cui l’Italia si fermò. Si tratta di momenti che realmente definiscono un’epoca. Posso pensare anche alla morte di Coppi, alla vittoria ai mondiali del 1982, ai gol di Paolo Rossi. Furono eventi che non cambiarono la storia ma il modo con cui la storia fu raccontata. In conclusione, non credo che nessun gesto sportivo abbia avuto un’influenza tale da cambiare il corso della storia con l’eccezione, forse, dell’arrivo del Giro a Trieste nel 1946, quando la sorte della città era ancora incerta. Inoltre, la narrazione della storia non è il prodotto di un individuo. E’ qualcosa che scaturisce dal concorso tra elite e popolo. Con questo non voglio dire che i miti siano semplicemente costruiti. Per esempio il disastro di Superga è qualcosa che viene condiviso da tutti i tifosi del Torino, un mito di dolore e quindi estremamente potente.
Da un altro punto di vista, gli organizzatori del Giro d’Italia sono convinti di stare facendo la storia. Hanno una forte coscienza della storia. Per questo portano il Giro dove sono avvenuti nel passato grandi eventi, sulle montagne della prima guerra mondiale. Si tratta di un elemento specifico del ciclismo, diversamente dal calcio che è privo di memoria all’infuori della sua storia.

Cosa vuole dire quando scrive che il ciclismo dell’epoca d’oro era una sorta di religione civica?

Non lo era solo il ciclismo ma anche il calcio. Lo sport è dove si forma l’identità delle persone. Pensi a Pantani, al Grande Torino, a Coppi, ai riti, all’abbigliamento, ai colori e alle canzoni. Ci sono miti di eroi e banditi, di martiri e di morte. Si è tifosi per tutta la vita. Un tifoso di Coppi lo sarà per il resto della vita. Certo, in paragone con la religione, non esiste l’aldilà, ma comunque si tratta di una storia profonda che riesce a trascinare 60 milioni di persone, creando per le persone ordinarie la più forte delle identità.

Capitano e gregario. Coppi col fedelissimo Carrea.

Lei cita Dino Buzzati che ha scritto che il Giro “è un baluardo di romanticismo assediato dalle squallide forze del progresso.” Ma allo stesso tempo la relazione di totale subordinazione tra Coppi e i suoi gregari, pensiamo a Carrea che vestì per un giorno la maglia gialla vergognandosi pubblicamente di averla tolto al suo capitano, rifletteva la relazione tra servi e padroni nell’Italia rurale, qualcosa che nessuno certo rimpiange. Nel suo libro, lei ha detto che un’Italia antica, rurale e semplice è sparita per sempre. Ha appeso la bicicletta al chiodo. Ma che cosa l’ha rimpiazzata?

Credo che il mio libro sia soffuso di nostalgia per l’epoca d’oro del ciclismo. In Italia la bicicletta godette di cinquanta anni straordinari, dal primo Giro nel 1910 alla morte di Coppi nel 1960. Coppi morì esattamente all’inizio del boom economico, quando l’Italia cambiò irrimediabilmente. In quegli anni il ciclismo era uno sport di massa, mentre l’Italia era ancora un paese povero e rurale. Tutti i campioni della bicicletta venivano dagli strati più bassi della società, nessuno dalla classe media. Sono d’accordo con lei che l’Italia era molto tradizionalista. Per esempio, le donne erano assenti nel ciclismo. I ciclisti vivevano insieme. Si davano massaggi l’uno all’altro. Era quasi una relazione omoerotica. Avrei dovuto approfondire di più il tema del rapporto mascolinità/femminilità ma lo farò in un altro libro. Bartali nacque in un villaggio come molti altri italiani. Quando Coppi morì, a chi importava più il ciclismo? L’Italia era diversa. Posso farmi una macchina, posso comprarmi una Vespa, posso vedere lo sport in televisione. Negli anni ’60 il ciclismo cambiò per sempre. Pensi a Merckx, che non veniva da un ambiente di povertà, bensì dalla classe media. Il primo ciclista moderno.

Felice Gimondi ed Eddy Merckx, i rivali degli anni ’70.

E anche il primo ad essere buttato fuori dal Giro per doping nel 1969.

Già. Moderno anche in questo aspetto.

Lei ha sfatato un gran numero di miti del ciclismo. La costruzione del mito di Enrico Toti da parte del fascismo, l’arrivo del Giro a Trieste nel 1946, l’attentato a Togliatti, la beatificazione di Pantani dopo la sua morte. Perché ha dedicato così tante pagine a questi episodi?

Enrico Toti è la storia perfetta, una grande storia da raccontare, sia per gli storici che per gli sportivi. Mi è piaciuta particolarmente e per questo gli ho dedicato molto spazio per raccontarla. Nel libro mi sono occupato di sfatare i miti non perché voglia dimostrare la loro falsità quanto per spiegare quanto essi siano essenziali per la storia. Per esempio, il mito di Enrico Toti era strettamente legato al fascismo e dopo il 1945 sparì completamente. Dopo la guerra furono creati nuovi miti. Bartali era vicino alla chiesa e fu strumentale all’obiettivo della chiesa cattolica di consolidare la credenza che i cattolici non erano interessati alla rivoluzione.

Il mito di Coppi. Lei afferma che non è possibile comprendere la storia italiana negli anni ’40 e ’50 senza parlare seriamente di Coppi e del ciclismo. Un’affermazione straordinaria, non crede?

Be’, forse ho un po’ esagerato, una sorta di reazione verso le persone non interessate allo sport. Alcuni pensano che scrivere un libro di storia del calcio non sia serio ma credo davvero che sia un atteggiamento sbagliato. Le do un esempio. Nel Giro del 1949, quando Coppi stravinse con 12′ di vantaggio nella storica 17ma tappa Cuneo-Pinerolo dopo aver pedalato per 250km e superato cinque passi di montagna, gli italiani capirono che la guerra era finalmente alle spalle. Si trattò di un momento importante per la mentalità delle persone. Lo sport, specialmente quanto ci troviamo di fronte a una rivalità come quella tra Bartali e Coppi, è importante quanto la letteratura, forse di più, vista la sua popolarità.

Perché il mito di Coppi è durato così tanto? Cosa ci dice sull’Italia e gli italiani contemporanei?

E’ il mito perfetto. E’ la storia di un ragazzo povero che raggiunge il successo. Gli italiani amano questa storia perché ricorda quanto sia cambiata l’Italia nel XX secolo. Era giovane quando morì. Diventò un martire. Inoltre abbiamo il sesso, la dama bianca. Era incredibilmente fragile. Tanti giornalisti e scrittori, Mura, Vergani, Buzzati, gli hanno dedicato le loro migliori pagine, creando un dio. I ciclisti di oggi sono completamente diversi. Non ci sono fughe, c’è il doping e troppo denaro in circolazione. Continuiamo a guardare indietro a tempi più eccitanti. Oggi gli sportivi sono fisicamente e tecnicamente perfetti ed hanno aiutanti per ogni cosa. Quando i ciclisti di un tempo foravano, dovevano sistemare la ruota da soli.

In che modo la politica usa lo sport oggi? Ci sono miti che vengono ancora creati? Può identificare miti in formazione, penso ad atleti come Del Piero o Federica Pellegrini?

Sport e politica sono strettamente collegati. Basta vedere Berlusconi. Tutta la sua carriera è legata allo sport e alla televisione. Ha creato un mito su se stesso. Ma allo stesso tempo si tratta di qualcosa di molto pericoloso da usare. Il Milan ha tifosi di destra e di sinistra, che amano il Milan se vince. E così il Milan è condannato a vincere. Ma se comincia a perdere, le cose cambiano drammaticamente. I miti individuali vanno e vengono. Mi chiedo se qualcuno ricorderà Federica Pellegrini fra qualche anno. No, non riesco ad immaginare nuovi miti.

L’ultimo campione carimastico. Il pirata Marco Pantani.

Altri scandali nel calcio. Cosa ne pensa?

Tre cose. Primo, è probabilmente lo scandalo più grande nell’intera storia del calcio italiano, più di Calciopoli. Secondo, non coinvolge solo il calcio bensì tutti gli sport. Terzo, Calciopoli ha lasciato un pessimo lascito sull’accettazione della giustizia sortiva. I tifosi della Juventus non hanno mai accettato il verdetto. Vuol dire che 11 milioni di persone, un quinto degli italiani, non accettano la giustizia. Ai tifosi non interessa la verità. Parlano invece di complotti, amano la dietrologia, e questo rende impossibile il lavoro del giornalista e dello storico. Anche se io recito la parte dello storico imparziale, i tifosi mi affibbiano un’etichetta. E’ impossibile fare un’analisi imparziale. C’è troppa propaganda che fomenta le divisioni. Credo che tutti dovrebbero sentirsi responsabili per questa triste situazione. Ho scritto un libro su queste divisioni, “Fratture d’Italia”. Gli italiani hanno memorie separate, anche nello sport. E’ come avere due religioni in lotta, una specie di jihad. Come è possibile che due clan siano d’accordo su qualcosa? Noi crediamo in questa serie di fatti e voi in quest’altra serie. E’ terribilmente noioso. Credo che questa sia la ragione per cui i giornalisti italiani non parlano più di calciopoli. E questo è pericoloso perché vuol dire che praticano l’autocensura.

La cosa peggiore è quando i leader scendono nel fanatismo. Penso al presidente della Juventus Andrea Agnelli che reclama il 30° scudetto.

Sono d’accordo. I dirigenti della Juventus giocano col fuoco. Hanno provato a comportarsi come una squadra normale ma non ha funzionato. E’ del tutto irresponsabile ed è molto pericoloso sul lungo periodo perché insegna a non accettare le regole.

Il libro “Pedalare! La grande avventura del ciclismo in Italia” è edito da Rizzoli, 416 pagine, 22 euro.

 

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Max Keefe

    Giueppe, grazie per la segnalazione. A volte gli studiosi stranieri sono capaci di fornire un’interpretazione della nostra storia più profonda e chiara di quelle propinate dai nostri.

    Rispondi
  2. giuseppe

    Giusto per precisare e fornire un’ulteriore informazione. Foot ha curato sull’Italia anche un altro libeo sulla gestione dei disastri dall’Unità d’Italia, cogliendo un enorme gap culturale dato che fondamentalmente nessuno parlava di disastri fin dopo L’Aquila http://www.amazon.com/Disastro-Disasters-Italy-Since-1860/dp/0312239602

    Comunque sono anch’io convinto che non si possa capire la storia d’Italia (anche) senza capire cosa sia stato il ciclismo (e anche il calcio, certamente) per contadini aggrappati alla prima radiolina che i loro miti non li avevano manco mai visti in tv.

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