Lo scrittore in Tv

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“Vedi, vorrei farti questo esempio…” disse in tv lo scrittore, bello nella sua pulita camicia azzurra dalla stiratura perfetta che si intonava all’idea di cielo che davano i suoi occhi seppur castani.

“…In un mio romanzo, e bada bene, non il più importante, ma nemmeno il più insignificante, posto che esista un romanzo universalmente insignificante, non il più bello ma nemmeno il più brutto, non il più lungo, ma nemmeno il più corto, non il più conosciuto ma nemmeno il più anonimo, non il primo, ma nemmeno l’ultimo. Un mio romanzo punto (lo disse proprio, punto, disse la parola punto per mettere il punto). Ecco in questo romanzo ho messo una frase, una frase non mia. Chissà da dove veniva quella frase, perché sono certo che non era mia. Ma non sono affatto sicuro della provenienza: una canzone? Un film? Un racconto? Un altro romanzo? Una poesia? Chi l’aveva detta, scritta, cantata, interpretata prima di me? Francamente non lo so e soprattutto non è importante. E sottolineo, non è importante da dove veniva. Io l’avevo captata e messa lì, esattamente lì. Una volta messa su quella pagina sembrava essere nata da me, per stare esattamente dove l’avevo messa. E vuoi sapere una cosa? L’ho subito dimenticata, perché un romanzo è un tutto, un piccolo mondo o un grande mondo, o un semplice mondo a parte con un suo senso, non una catena di parole e di frasi. Dunque in sintesi: una frase non mia che sta a pennello in un mio romanzo. Una particella fra migliaia, bella, ma dimenticata…”.

Lo scrittore in tv, capace narratore, fece una pausa, un sospeso e riprese come se il suo discorso prevedesse un punto e capo.

“Dimentico la frase – non rileggo mai i miei libri una volta stampati – come non riguardo le foto di famiglia – escludo a priori, una volta che io abbia rappresentato una cosa, una persona, un dettaglio, di ritornarci sopra. Una volta metabolizzato il testo, lo lascio lì da solo…” Anche l’intervistatore ascoltava senza interrompere. In realtà non era un’intervista, era un monologo ma nulla stonava. Ogni tanto la mia attenzione cadeva sulle mani, eleganti, sicure nei gesti morbidi. Ogni tanto venivano inquadrate le scarpe, anche quelle non erano vecchie ma nemmeno nuove, non eleganti, ma nemmeno sportive, non banali, ma nemmeno anticonformiste. La perfezione non doveva essere noiosa e stucchevole?

“Qual è il punto? Mi dilungo ancora nell’antefatto, ma la cosa si fa interessante. Ecco che a distanza di anni organizziamo una giornata presso la scuola di scrittura di cui faccio parte. Dovrò proporre due interventi di lettura finalizzata ad individuare meccanismi di scrittura. È un lavoro bellissimo, amo questo approccio perché è un’esperienza da direttore d’orchestra del romanzo, della short story, (pronuncia inglese perfetta…) della prosa. Entusiasma e crea entusiasmo leggere alcuni stralci di Madame Bovary o di Hemingway, uno dei 49 racconti, cercando di carpirne i meccanismi di scrittura, la scelta degli aggettivi e sostantivi, la punteggiatura, la sintassi. Interessantissimo contribuire a regalare a chi ama leggere e a chi ama scrivere una prospettiva diversa da cui affrontare le cose, contestualizzare la scrittura nella biografia degli autori e inserire la scelta delle parole nel vocabolario del loro tempo, del loro luogo, del loro spazio. Quali altri autori avrebbero potuto mai dire “Madame Bovary c’est moi” Solo Flaubert. Ovviamente non Hemingway. Non fraintendete. Un’affermazione del genere poteva essere espressa solo in quel momento da chi aveva scritto in quel modo.”.

L’intervistatore aveva perso il proprio ruolo e ascoltava, come lo studio intero, che pendeva dalle sue labbra, come raccontasse qualcosa di fondamentale per la sopravvivenza di ciascuno dei presenti. Immaginavo salotti, cucine, camere da letto dove, comodamente affondate su poltrone o divani, sedute a tavola col piatto davanti, o adagiate sul letto, c’erano persone, certo più donne che uomini, che avevano perso il contatto con il resto del mondo, come ascoltando una musica, una canzone, una litania, la liturgia del perfetto narratore. A casa mia, sedevo ipnotizzata, dalla voce, dalla forma del discorso, dal tono e dal contenuto, sebbene ancora non avesse detto realmente nulla. Ma era un nulla così affascinante. Non si ascolta tutto allo stesso modo.

“ Tornando al giorno degli incontri fra autori e lettori-scrittori, devo dire che tutto si è sviluppato veramente bene, un’atmosfera di armonia, leggerezza ma profondità. La soddisfazione di un giorno, e dura appunto un giorno, e poi ognuno torna al suo mondo di lettura, di studio, di scrittura, di narrazione, di vite. Perché nella vita, nella normale giornata, non si fa molta attenzione a sostantivi e aggettivi. Eppure le parole lasciano il segno. Magari non la parola che pensavi, non la persona che immaginavi di aver colpito, non la traccia che credevi di aver lasciato. Ed ecco che alla scuola arrivano mail, messaggi, commenti. Potrei dire all’unisono positivi. Ce n’è uno per me. Potrei ripetere tutta litania di cui sopra. Non era il messaggio più profondo, ma nemmeno il più banale. Non il più lungo, ma nemmeno il più corto… Non dirò altro, non voglio ripetermi. E credimi, è solo uno dei tanti. Sono umile rispetto alla materia letteraria, ma non modesto. So di aver una forte (pausa), fortissima capacità di affabulazione, sono consapevole, da vero primo della classe che la narrazione è il mio mestiere. Non un artista, ma un artigiano della lettura, della scrittura, delle storie di letterati e letterarie. Questo messaggio mi colpisce. Contiene sì un pensiero di gratitudine per un giorno perfetto vissuto come un regalo. Ma contiene anche una parte della vita di questa persona che mi ringrazia in particolare per quella frase che non sapevo nemmeno più di aver utilizzato…”.

Anche il cameraman sembrava rapito dalle labbra dello scrittore, dai suoi denti non finti, dalla forma espressiva che prendeva la sua bocca, un insieme ipnotico come solo un sorriso naturale e consapevole può essere. Lo inquadrava immobile, come una videocamera di sicurezza che non abbandona mai il suo campo visivo. Se la telecamera fosse stata un occhio, non avrebbe battuto ciglio. E lo scrittore faceva pause meravigliose proprio per farmi prender fiato e darmi il tempo di zittire chi mi circondava. “Come potete pensare al cibo in un momento come questo?

“Vedi le parole non sono mie, tue, sue. – Riprese – Le parole sono di nessuno e di tutti, un po’ come un’asse di legno, una barra di metallo, un mattone traforato. Chi ne è capace ci costruisce mobili, che ne ha l’abilità salda il metallo e ci fa interi stabilimenti, chi possiede la maestria di mettere una pietra sopra l’altra ci costruisce abitazioni. Quindi un romanzo è come un’abitazione monofamiliare, una piattaforma estrattiva, un letto a castello in legno. Oltre ad averne una visione d’insieme, ognuno nota un dettaglio diverso e può farlo suo. Ci vogliono mattoni per costruire un muro, ma qualche mattone non fa un palazzo. Nessun muratore, nessun falegname, nessun saldatore si sentirebbe defraudato perché qualcuno utilizza un bullone, una cerniera per la porta, una doga che sostiene il materasso proprio come ha fatto lui, inserendoli in un contesto diverso o considerandoli fonte di ispirazione. E allo stesso modo reputerebbero assolutamente ingiustificata una gratitudine per una cosa del genere. Nessuno, immagino, ricorda a memoria ogni singola componente di un’opera manuale, il momento in cui l’ha messa proprio in quella posizione e proprio in quel modo e proprio per quello specifico motivo. Allo stesso modo, nessun autore ricorda tutti gli articoli, i sostantivi, non può pensare che se ha scritto una frase di 6 parole, una frase che suona bene, lì, così, in quella storia, in quel punto perché non è né troppo complicata né troppo semplice, perché funziona benissimo lì, ma ha un senso proprio, tale per cui potrebbe funzionare ovunque, e che non sa nemmeno da dove venga, nessun autore, dicevo, può arrogarsi il diritto e nemmeno il dovere di scoprire dove poi se ne vada quella medesima frase. Nessuno può vantarne la paternità e prendersene il merito. Ecco in questo caso specifico, questa mail mi ha fatto pensare che stavo ricevendo un ringraziamento per qualcosa che non era mio. E, se permetti …”

Lo scrittore in TV, con tutta la sua magnifica eloquenza e capacità narrativa, aspettava comunque l’assenso del presentatore. L’assenso tardava, perché l’intervistatore era rapito come uno qualsiasi, come il vicino di banco che mai ha preso più di un 6 nel tema in tutti gli anni di liceo ed ora il compagno che non ha mai preso meno di 9, sta chiedendo a lui, proprio a lui, il permesso per leggere davanti a tutti gli altri alunni, le conclusioni di un suo compito in classe da 10 e lode. Il consenso si manifestò con un semplice segno del capo. Ma lo scrittore fece una battuta, e la fece con un tono che non era confidenziale, ma nemmeno saccente. Cazzo, che narratore.

“Per la legge del silenzio assenso, procedo. Se qualcuno ha qualche cosa in contrario, parli ora o taccia per sempre …”  – Nessuno fiatò – “Allora vorrei approfittare per ringraziare io questa persona, perché è lei che mi ha permesso di riflettere su tutto questo e di parlarne qui questa sera …”.

Il presentatore si svegliò dal letargo, come rispondendo ad un impulso esterno: “Ma ci puoi dire il nome di questa persona – vedrai che ci starà guardando – parlaci della frase cui faceva riferimento, del tuo romanzo da cui era tratta e se ricordi da dove venissero quelle sei parole che …”.

“Hanno suonato. Mamma, scendi, corri, sono arrivate le pizze.”.

“No, un momento, andate voi che sta parlando di me, sta per dire il mio nome, avete sentito, sono io che avevo mandato la mail di ringraziamento alla sua scuola, dopo quel giorno … “.

“Mamma, stai scherzando, vero!? Stanno parlando di un film, lui ha scritto la sceneggiatura ed è anche il regista. Ma a cosa stavi pensando!? Noi abbiamo apparecchiato, adesso corri di sotto, paga le pizze e mettiamoci a tavola che abbiamo fame.”.

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Parola dopo parola, ti ritrovi avvinto da una narrazione che sottende esercizio intellettuale, riflessioni su pensieri espressi con parole che vedi sospese, grazie a un ragionamento lineare che ha il pregio di astrarti e di farti dono del suo costrutto…

    Buone cose
    Antonio

    Rispondi

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