Annales – Palmiro Togliatti

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Se si chiedesse a chi era parte del PCI, il partito comunista italiano, militante o dirigente, ultimo rappresentate della più sperduta provincia o primo delfino, chi fosse il capo, tutti risponderebbero con sicurezza fideistica: lui, Palmiro Togliatti.
Togliatti, il Migliore, fu l’uomo che rese possibile l’impalcatura della più grande burocrazia partitica dell’Occidente, appunto il Partito Comunista italiano.  Una figura storica che trascese i confini italici (a lui fu intitolata una città nella ex-URSS), anche come conseguenza dell’importanza che rivestì il Paese durante la guerra fredda.


Questa rubrica si ispira ai metodi di una corrente della storiografia che identifica le cause del divenire storico negli ampi movimenti economici, politici e sociali che trascendono i singoli uomini e/o che coinvolgono diverse generazioni.
Ogni contributo della rubrica riassume e “iconizza”, in antitesi con i dettami della scuola delle Annales, in un singolo fatto o personaggio l’accadimento descritto.

Se volete contribuire, mandate il pezzo alla redazione.

Il ruolo di Togliatti durante la guerra fredda fu certamente di primo piano, e non vi è dubbio che il Togliatti “sovietico” fu una straordinaria macchina di consenso al comunismo russo e di trasporto verso “il sol dell’avvenir”. A differenza di Gramsci, forse troppo autonomo ed “intellettuale”, Togliatti fu infatti l’idolo di milioni di comunisti ed anti-fascisti che cercavano giustizia e riscatto dopo gli orrori del ventennio.
A molti, solo per esempio, piace ricordare che una vittoria di Bartali al Tour de France del 1948 (caldamente sollecitata da De Gasperi e pre-benedetta dal Papa), impedí la guerra civile in Italia dopo l’attentato del 14 Luglio 1948 al Migliore.
Togliatti mai seppe né volle scindere la sinistra dal cordone ombelicale sovietico, inquadrata nella sua trans-nazionale missione di promozione alle masse del “sol dell’avvenir”. Al suo funerale parteciparono un milione di persone (per la questura di quei tempi non era presente neanche il cadavere), inconsapevoli però delle crudeltà di Togliatti, dettate dalla supremazia dell’agenda sovietica, verso il suo stesso popolo .

Ma la colpa piú grande fu quella di cui poco si parlò o se ne discute meno.
Togliatti, l’amnistiato (nel 1925 in seguito al suo arresto da parte del regime fascista), si rese protagonista del più importante tentativo di pacificazione nazionale del dopoguerra italiano. Nel giugno del 1946 il Presidente della Repubblica promulgò l’atto voluto dal Ministero di Grazia e Giustizia guidato da Palmiro il rosso con il quale si esentavano dalle pene coloro i quali si fossero macchiati di reati di collaborazionismo e di omicidi politici dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Vale a dire: i fascisti più irriducibili, coloro che continuarono a spargere sangue dopo il fischio finale.
In tanti beneficiarono di questa amnistia che voleva tracciare un segno di palingenesi per la nascente Repubblica democratica italiana. Per la verità il provvedimento fu la conseguenza di un atto puramente burocratico del ministero e non un vero e proprio intervento di segno politico, forte e incisivo, che avrebbe permesso, invece, la fine dell’eterna diatriba tra fascisti e comunisti che ancora continua, in forma clownesca, nell’Italia di oggi (le ultime notizie danno in vantaggio ancora i fascisti per milioni di goals a zero).
Non si stabilí infatti che il fascismo fu una pagina nera della nostra storia e, di naturale conseguenza, che l’appena nata Repubblica non avrebbe dovuto avere niente a che fare con esso.
Al contrario la mentalità, le burocrazie fasciste e perfino gli stessi interpreti del fascismo furono autorizzati a  reinventarsi e persino a rimanere attaccatati alle istituzioni repubblicane, contaminando inoltre la politica digiuna di democrazia e inquinando in embrione la Democrazia Cristiana, ossia il partito sostenuto e pagato dallo stesso potere agrario, industriale e religioso che aveva visto con benevolenza (se non incoraggiato) l’insorgere del fascismo.

Il fatto che sia stato proprio il rosso Togliatti a firmare tale legge italiana è una delle amare ironie della storia. Il rivoluzionario fu il promotore, si potrebbe dire il costituente unico della Repubblica italiana a venire, (ri)fondata sulla doppiezza democristiana, l’ipocrisia cattolica e una identità nazionale simile a quella di Topolinia.
Se si fosse mutato l’inno nazionale nella celebre canzone napoletana – “chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato…” – forse si sarebbe interpretato di più lo spirito di questa pacificazione monca ed iniqua.
Ancora una volta un uomo si erse, casualmente o scientemente, a rappresentante del volere e del pensiero di una larga maggioranza concretando la fine di un periodo storico/politico/sociale e l’inizio di uno successivo.
In questo caso il Migliore, con il decreto, uccise le aspirazioni di molti, o peggio ancora, rappresentò l’ infanticidio della speranza di un’ Italia veramente diversa, se non da quella che originò il fascismo, almeno da quella fascista tout-court.
Allontanando lo sguardo dalla mappa della storia italiana e guardandola da lontano, si può capire semplicemente perché, a sessantanni da questa legge voluta da tutti, firmata da uno e ricordata da nessuno, il Paese non abbia mai avuto un humus di giudizio equo e un rispetto per la Storia che, al contrario, sono più facili da rintracciare nella Germania del post nazismo o nel Sudafrica del post apartheid al netto dei fisiologici rigurgiti uncinati e razzistici.
Italia non fecit saltus. Nunquam.

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. teresa

    grazie per articoli come questo !davvero una bella lezione di storia contemporanea, ho imparato cose che non sapevo .

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  2. Max Keefe

    Come è ormai accertato dalla storia, la vittoria di Bartali al Tour de France non evitò la rivoluzione nel 1948. I moti popolari spontanei, non avvalati da Botteghe Oscure, stavano già calmandosi quando Gino giunse primo a Parigi.
    Su Togliatti discuteremo saecula saeculorum. Non si può mettere in dubbio però la sua lungimiranza e la sua altissima statura politica. cinico realismo, ordini da Stalin, spirito di autoconservazione dopo aver visto cos’era successo ai comunisti greci, spirito democristiano latente anche in un uomo che aveva fatto di tutto a Mosca per vent’anni.
    La questione andrebbe però meglio spiegata perché sembra una decisione incomprensibile da parte di Togliatti. E’ il 22 giugno 1946, pochi giorni dopo la proclamazione dei risultati del referendum istituzionale e le elezioni dell’assemblea costituente. Quale poteva essere il calcolo politico di Togliatti? Sembra assurdo che una persona che ha attraversato vent’anni di stalinismo vivo si sia fatto infinocchiare da burocrati romani. Tentativo di creare un ponte con la democrazia cristiana nell’idea di creare una grande coalizione in vista della stesura della nuova Costituzione? Ma perché allora riabilitare in quel modo il fascismo?
    Sta di fatto che è corretto come dicono gli autori che l’Italia non ha mai veramente fatto i conti col fascismo e questo è uno dei peccati originali della Repubblica.

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    • Penelope Pras

      Max, se tu fossi stato il mio professore di storia ai tempi della scuola, probabilmente l’avrei studiata (mannaggia).

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    • giorgio marincola

      Grazie per il contributo.
      A riguardo della guerra civile suppostamente sventata dal Ginaccio, pensavo che “A molti piace ricordare” desse a sufficienza l’idea del dubbio, dell’arbitrarietà del fatto.
      Lungi poi dal dubitare dell’ altissima statura politica del Togliatti.

      Si vuole però mettere in evidenza che, come anche tu dici, non fece quello che in una nazione degna del nome si doveva fare. Amnistiare, ma non dimenticare. Tracciando una riga netta. Il buoni e i cattivi. A futura memoria.

      Invece no, anche lo stalinista sovietico, alla fine, aveva il suo “democristiano italico inside”, probabilmente geneticamente ereditato dalle classi dirigenti stivaliche di tutti i tempi, che fregò lui e tutti noi, che ogni 25 Aprile dobbiamo parlare anche dei “ragazzi di Salò” per democristiana, ipocrita/italica “moderazione”. Cerchiobottista della prima ora sulla pelle di gente sottoterra, ancora calda.
      Il decreto, ti quoto, è uno dei peccati originali della repubblica italiana, forse il primo, e che anche solo per questo repubblica lo è stata veramente poco. E non mi pare lo sarà a breve.

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