Viaggio

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn4Email this to someone

La vita uterina è a portata di mano. Per molti di noi. Nell’utero si sta bene, c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno: siamo nutriti, siamo protetti, è il nostro ambiente, siamo vicini a tutto ciò che è “familiare”. La vita uterina è comoda, prevedibile, priva di sorprese ed imprevisti. C’è un bel cammino già tracciato, anche i negozi, i vestiti, la televisione sono standardizzati. E magari ci offrono l’illusione di “viaggiare” perché guardiamo “History Channel” o le peripezie di qualche ragazzotto su MTV.

Perché andarsi a complicare la vita? Perché allontanarsi da “casa”, dall’”utero”? Nell’utero si sta bene, per definizione. Sostenere il contrario sarebbe una follia. Nell’”utero” è sufficiente un lieve sforzo ritrovarsi in situazioni e contesti stabili, conosciute e piacevoli: luoghi familiari, situazioni e persone conosciute, abitudini consolidate.

Niente di male in tutto questo. Il rischio è però vedere il mondo sempre e solo con gli stessi occhi, cantare sempre le stesse note e con lo stesso tono, leggere sempre la stessa pagina del libro e sviluppare un’aggressività nei confronti di qualsiasi novità e perturbazione, che sia il nuovo vicino dal colore di pelle diverso dal nostro o la pedonalizzazione di una strada.

L’alternativa è uscire dall’utero, passare attraverso il canale del parto – operazione difficile e traumatica – e uscire fuori; dove abbiamo paura, dove siamo lontani dal nostro “paese”, dove sentiamo forte il “desiderio istintivo di tornare indietro, sotto la protezione delle vecchie abitudini” come scriveva Camus.

Il viaggio è questo: è allontanarci dal mondo “familiare” – perlomeno per un certo tempo – levarci dai binari, staccarci dalla rassicuranti e spesso piacevoli consuetudini per andare incontro alle cose ignote che verranno: ad ventura. In questa condizione di “scomodità” – perché viaggiare è scomodo – diventiamo più porosi, più aperti, più disponibili ad apprendere e confrontarci con gli altri. Il viaggio è inevitabile incontro con l’”altro” e quindi un ritorno chiaro e puro a noi stessi; perché ogni realtà si svela solo quando interagisce, si scontra con qualcos’altro.

Viaggiando scopriamo nuove note e nuovi toni per intonare nuovi canti; viaggiando ci sentiamo vivi, viaggiando scopriamo di possedere difetti, debolezze, ma anche energie, qualità, forze che non ritenevamo nostre. Viaggiare significa voler fare uno sforzo più grande, voler valicare la montagna più alta, nella speranza e nella convinzione che oltre ci attenda qualcosa che ci arricchisca e impreziosisca e che prima di partire ci risulta invisibile. Perché – come scriveva lo scrittore G. K. Chesterton – “la vita è la più straordinaria delle avventure, ma solo l’avventuriero lo scopre”.

E volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino….

 

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn4Email this to someone
Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Diansa

    Le parole di questo pezzo risuonano dentro di me, soprattutto la porosità. Grazie!

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?