Viaggio di un sogno

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Mi ritrovai in mezzo alla strada il giorno stesso in cui credevo che avrei potuto non tornarci più. La mia vita da vagabondo era cominciata appena tre anni fa. Dopo gli studi, la donna che amavo perduta e qualche lavoro che mi dava poca soddisfazione e pochi soldi, avevo smesso di cercarne uno nuovo. Quello per cui mi ero impegnato era risultato vano e le promesse e le speranze che avevo avuto a vent’anni si erano trasformate in una colata di risentimento. Verso il mondo, le persone, la gente in generale.

Furono tre anni in cui rifiutai di mettermi in gioco di nuovo, troppa era la paura di fallire, di compiere anche un gesto che avrebbe potuto ripiombarmi nell’unica condizione esistenziale che conoscevo, il fallimento appunto. Così, senza averlo deciso deliberatamente, cominciai a vagabondare poiché era l’unica azione, suppongo, che non richiede alcun tipo di specializzazione ma solo il coraggio di lasciarti indietro tutto. Iniziò così il mio percorso tra l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco.

Fu un bizzarro tipo di guru che mi propose il viaggio tra l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco; mi disse, poi, che sarebbe stato preferibile avere come ultimo passaggio l’acqua, perché, disse, era da lì che partiva tutto. Dovevo giocarmi bene le mie opportunità e fare in modo che tutto si incastrasse in modo tale che l’acqua fosse la tappa finale e venne fuori invece che, come un pessimo giocatore di scacchi, cominciai proprio dall’acqua.

ACQUA

Quello che mi attirò fu un’immensa distesa di bianco e blu e blu e bianco, rigogliosa ed impetuosa, un mare ed un lago, la spuma e la compostezza placida delle pieghe di onde che un sasso smuove una volta lanciato sulla superficie. Poi c’era una musica, o forse no, so solo che le leggere ondine di quel lago o quel mare credevo fossero provocate da una mano santa che le percuoteva lievemente come si fa con un clavicembalo. Non potevo farmelo scappare, avevo appena perso il mio lavoro e avevo bisogno di un bagno refrigerante che togliesse via l’incrostazione della delusione, o almeno che mi desse la sensazione di essere ripulito e pronto ad affrontare di nuovo la vita. Così, tra le tante direzioni, andai convinto verso quell’immenso spettacolo di frescura e peso soffice e sentii che dopo essermi tuffato il mio corpo si addentellava in quell’acqua lacustre e marina e non mi interessava più di niente. Mettevo la testa giù e risalivo sputando qualche bollicina ed era come se ogni volta che andavo giù potessi riemergere con una nuova speranza nel cuore, una diversa visione delle cose che mi avrebbe fatto superare il momento tremendo che andavo vivendo. Non credei troppo a lungo a questa sensazione di godimento, i sensi cominciarono a intorpidirsi di pari passo con i polpastrelli che divennero ben presto stringhe raggrinzite. Uscii fuori per un attimo. Ripensai al lavoro perso, alla donna perduta e alla condizione che conoscevo più di tutte: il fallimento. Scossi la testa illudendomi di scacciare il pensiero e dopo essermi auto inflitto un leggero giramento di testa, presi fiato e sperai di cessare di essere consapevole. Mi buttai giù in fondo a peso morto dentro l’acqua e più scendevo e più potevo percepire il freddo delle acque che inghiottivano tutto il mio corpo; la pelle, se aprivo gli occhi, aveva un che di blu e le mie tempie pulsavano di energia. Risalii e respirai a bocca aperta, ero finalmente soddisfatto di quel bagno rigenerante. Dopo essermi scrollato dagli occhi i rimasugli di acqua me ne stetti lì in mezzo a quella distesa a galleggiare fino  a quando scorsi due bambini, o comunque due esseri umani, dei quali non riuscivo a comprenderne le forme. Quello che ricordo bene è che quando provai a salutare, mi guardarono con i loro occhi cerulei sebbene il colore della pelle fosse di un nero ebano che l’uomo più nero del mondo sarebbe stato pallido in confronto. Sospirai e li chiamai, niente. Rimasero lì su quella sorta di riva. E si vedeva che volevano tuffarsi ma che non potevano, e me lo facevano capire che non avrebbero potuto usufruire dell’acqua ma io facevo finta di non capire o forse non capivo veramente. Dopo che li invitai per l’ennesima volta, scomparii sotto la superficie dell’acqua e quando risalii se ne erano andati.

ARIA

Visto che l’acqua era stata una scelta sbagliata e già avevo disatteso l’unico consiglio del guru, mi mossi verso qualcosa che mi aveva sempre ispirato un sentimento contrastante, l’aria. Per me l’aria era stata liberazione ed inedia, fonte di volo e di piombo. Così andai nell’aria. Sebbene la vulgata voglia che l’aria sia da sempre assimilabile alla leggerezza sentivo lì, nell’aria, tutto il peso del mio corpo. Lo sentivo in antitesi alla levità di quello che mi circondava. E mentre mi dirigevo senza meta in un garbuglio aleatorio che avrei definito impalpabile cominciai a pensare e a ripensare, sempre e solo al lavoro perso, alla donna perduta e alla condizione che più conoscevo: il fallimento. Il cervello si inondava di scaglie di ossigeno e un po’ sembrava un’embolia e un po’ una ventata di aria condizionata. Così mi chiesi dove fossi, una sensazione che mai avevo provato quando ero immerso nell’acqua e cominciai a respirare a fatica. E più respiravo e più i miei respiri erano corti. Sempre di più. Corti, corti, corti, fino a che credei di non poter respirare più. L’aria era il luogo della delusione, pensai. Pensai, anche, che forse ero solo io che saltavo immediatamente alle conclusioni e che non davo tempo al tempo, e che ogni qualvolta non avessi visto qualcosa di solido, concreto, pragmatico non sarei riuscito a cogliere le infinite possibilità che si nascondono nell’inesplorato. Era per questo che avevo perso la donna e il lavoro? Non lo so, so solo che l’aria si presentava sempre più monotona e mentre gli altri, si perché c’era altra gente, erano intenti a fare qualcosa, addirittura ce ne era qualcuno che costruiva castelli di materiale indefinito, io volteggiavo e aspiravo ed inspiravo e volteggiavo fino a rendermi conto di non avere alcun obbiettivo. L’aria era finita e mi spinsi, come fanno i disperati in cerca dell’ultimo oro, nel luogo seguente.

TERRA

Ormai ero rassegnato. L’acqua era passata. E se il guru mi avesse detto di andare nell’acqua per un preciso motivo e io, come al solito, avevo fatto di testa mia sbagliando? E se ci fosse stato un sensato motivo per cui il guru me lo aveva detto? Non so, non lo avrei mai saputo. La terra era un ambiente brullo. Mi si parò davanti un burrone e poi un monte lungo e boschivo e poi ancora una sorta di gran canyon e poi ancora una pianura di granoturco e soia e poi un prato verde all’inglese e curato fino all’ossessione. Dopo essermi guardato intorno vidi un gruppo di gnu spelacchiati correre verso il sole e qualche cavalletta mozzicare mele di colore verdissimo. La terra mi piaceva, ne coglievo gli aspetti, mi invogliava ad osservare. Io ero uno da terra, mi dissi, ecco perché l’aria non mi aveva fatto né caldo né freddo. Spostai l’attenzione verso un rigoglioso complesso di eucalipti, mi recai dentro e mentre spostavo i rami cadenti sulla mia fronte misi un piede in un ambiente fangoso, e piccolissime sanguisughe presero a salirmi su fino alla caviglia e poi al ginocchio. Non erano pericolose eppure lasciai che mi succhiassero un po’ di sangue, poi, stufo di essere vampirizzato, le staccai ad un ad una, senza che queste mi avessero fatto molto male. Andai ancora dritto e dopo aver scavalcato una collina di rocce con alcune selci essiccate e arbusti carbonizzati da una piromania di stagione mi sedetti su un terreno a metà tra il marrone e il verde. Seduto finalmente ripensai al solito: il lavoro perso, la donna perduta e la condizione che più conoscevo: il fallimento. Vidi, come lo vidi nell’aria, gruppi di persone occupate a parlottare, a costruire, ad agire e io invece rimanevo lì, pronto solo a pensare al solito e alla mia cura degli alibi. La terra offriva un sereno orizzonte rossastro con pieghe celesti che rimandavano al giorno che era stato e il terreno ad un chilometro da me era talmente vivido che sembrava rosa, un rosa disarmante. Visto dalla mia prospettiva invitava ad ammirarlo, e io quasi fui tentato di rimanere lì e di regalarmi l’oblio meritato. Poi, però, pensai che ormai avevo come al solito fallito perché la prima tappa segnalatami dal guru era passata e allora rimuginai, brontolai, accusai un qualche dio e mi dissi che ormai non avrei dovuto pensare più alla terra perché l’unico mio destino era rappresentato dal fuoco.

FUOCO

Come mi ero ridotto così? Il fuoco era l’ultima meta a cui avrei dovuto approdare se quanto mi aveva indicato il guru fosse stato vero. Il fuoco era il contrario dell’acqua e allora perché mi trovavo lì? Perché nel posto che qualsiasi specie di animale dotato di una pur solo accennata forma d’intelligenza avrebbe evitato? Avevo un sesto senso per i guai, pensai, era per questo che avevo perso la donna, il lavoro e l’unica condizione che conoscevo era il fallimento. Ora era il fuoco. Ora ero io e il fuoco e niente a cui potermi aggrappare. Ripensai mentre dalle mie dita di mani cominciavano ad uscire spesse gocce di sudore freddo e caldo. Pensando a tutto quello che avevo perso stavolta cominciai a piangere e le lacrime, vere lacrime, si scambiavano il percorso della mia pelle con il sudore. Caldissimo. Mi muovevo e sudavo e piangevo e sudavo ancora. Non c’era alcuna crepa in quella colonna di fuoco rosso e violaceo che mi permettesse di guardare avanti e allora bestemmiai e maledii tutti i passi antecedenti, la scelta di aver iniziato con l’acqua e di non aver ascoltato le parole del guru e mi sentii perso. Ero sconvolto in mezzo alle fiamme che non mi lasciavano in pace e neanche mi bruciavano ma mi facevano solo star male. Più che un inferno adesso però cominciai a sentire qualcosa di intenso, un intenso doloroso certamente ma niente a che vedere con Belzebù o un qualche tipo di sadico con le frecce insanguinate e la giugulare stracciata dalla disperazione e dal terrore. In fondo l’inferno non doveva essere così male e non lo era. L’inferno non sarebbe stato così, pensai, perché quello in cui stavo adesso era un ambiente al limite della sopportabilità ma migliore di aria e terra dove avevo trovato soltanto un ammasso di potenzialità non sfruttate. Così mi guardai intorno, c’era qualche muro diroccato e la cenere da terra si alzava fino su al cielo, che poi cielo non era, perché nel FUOCO il cielo era una parete dello stesso colore del suolo: rosso o viola, chissà. Rimestai un po’ nel suolo di fuoco e trovai solo un po’ di cenere. Rimestai di nuovo e il risultato fu lo stesso. Cenere. Quando non sapevo più che cosa fare ripresi a pensare alle tre cose a cui più avevo pensato in quel viaggio: il lavoro perso, la donna perduta e la condizione che più conoscevo meglio: il fallimento. Un secondo dopo il mio sguardo fu catturato da un punto esatto in cui una delle tante fiamme ardenti risplendeva e andava su. La fissai stancamente e, pieno di malinconia per le solite tre cose, presi un punto dentro la fiamma. Lo guardavo quel punto così come si guarda il cielo in una notte come tante. Il punto si allargava e poi di colpo diminuiva, e poi ancora si allargava e all’improvviso regrediva il suo raggio. Il punto divenne con i miei occhi un tutt’uno e potevo vedere nella mia mente quello che gli occhi vedevano all’esterno. Una minuscola figura femminina uscire dalla fiamma, piccola, piccola, minuscola, microscopica e poi grande, gigantesca, acromegalica e poi ancora minuscola in un continuo saliscendi, mutevole e destabilizzante. Poi si fermò e con lei la mia mente. E la mia mente vedeva quello che lo sguardo vedeva e gli occhi erano dentro la mia mente e viceversa. La figura femminina uscì dalla fiamma e prese la mia mano. I suoi capelli erano lunghe corde di fuoco e la bocca si modulava in sorrisi di cenere. Strinse ancor di più la mia mano e andammo verso un enorme precipizio di calore. Ci lanciammo e venimmo divorati dal fuoco che ci risucchiava prima minacciosamente e poi come un caldo abbraccio materno. Fummo alla fine liquidi e tutto fu acqua, sia io che lei.

Adesso sono vecchio e sano, e  non sono più un vagabondo come lo fui per tre anni. Ho intrapreso per tante volte lo stesso percorso di viaggio, tante volte sono passato per l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco e tante volte un qualche bizzarro guru mi ha detto da dove cominciare. Quello che so è che non ho più ripensato al lavoro perso, alla donna  perduta e alla condizione che credevo di conoscere meglio: il fallimento, ma ho viaggiato.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Cicci

    Forse sarai adulto e sano, forse avrai dimenticato come si realizza un buon fallimento.
    Però ricorda che non si finisce mai di vagabondare… ogni tanto ci si ferma a dormicchiare sotto un vecchio albero, tutto qui.
    Grazie per averci fatto viaggiare con te, eravamo nel tuo zaino e tu non lo sapevi

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