Tre foto piccole con sfondo blu

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Vogliono tre foto di 3×4 cm. e fin qui ci siamo. Ma le vogliono con lo sfondo blu. Che posso farci? Sono queste le regole per la “cedula de entranjeria” (il permesso di soggiorno) in Colombia.

La commessa non fa una piega. Sono in un negozio di fotografia/copisteria nel centro di Bogotá. Mi fa passare oltre il bancone, mi fa sedere su di una sedia e mi srotola dietro la schiena un rotolo di plastica di colore blu. Mi si mette davanti con una fotocamera digitale, io sorrido un po’ e lei scatta. Letteralmente sfondo blu. Click!

Il negozio è uno specchio delle trasformazioni che sta vivendo la società colombiana. Qui si “scansionano” documenti, ci si collega ad internet, si fanno fotocopie, ma si scrivono anche contratti al computer e si offre il servizio di telefonare al cellulare “a minuti”. Tanti colombiani non hanno né internet, né computer, né cellulare, ma la vorticosa crescita e modernizzazione del mondo circostante li obbliga a doverne fare uso. Scontrandosi di frequente con elefantiache burocrazie e profonde arretratezze, la Colombia sta conoscendo una solida fase di crescita in ogni settore.

Tramonto nella “Candelaria”, il centro coloniale di Bogotá

Il PIL (Prodotto Interno Lordo) è cresciuto del 5.9% nel 2011 e del 4.7% nel primo trimestre del 2012. Secondo un recente sondaggio di Caracol TV (una delle maggiori reti televisive nazionali), la percentuale di colombiani che crede che il Paese sia in via di miglioramento è del 56%. Un altro indicatore del momento che potrá sembrare secondario, ma non lo é, riguarda le Olimpiadi: il 42% delle medaglie olimpiche conquistate dalla Colombia in tutta la sua storia, sono state vinte a Londra 2012. Certo, la Colombia parte da una situazione di forte ritardo economico, sociale e culturale (in termini medi), ma si tratta comunque di numeri che – comparati con quelli europei o italiani – rendono l’idea dell’atmosfera e della diffusa sensazione di fiducia nel futuro che si respira da queste parti.

Senza voler troppo generalizzare o banalizzare, se in Italia c’è aria di disillusione cronica, qui si avverte “energia” ed ottimismo in ogni dove. Tutto tende a crescere, tutto svela nuove possibilità, tutto offre nuove opportunità. Dopo anni cupi in cui la Colombia è stata strozzata da narcotraffico, guerriglia e paramilitari (problemi non del tutto risolti), ora la gente ha voglia e bisogno di dar vita alle proprie speranze e concretezza ai propri sogni. Proprio come accadde in Italia nel secondo Dopoguerra, prima e durante il boom economico: ogni cosa era frizzante, tutto sapeva di nuovo e sembrava possibile.

Dopo le foto con sfondo blu, la tappa seguente del mio “tour burocratico” è un versamento in banca, al “Banco de Occidente”. Fortunatamente la sede centrale è a pochi passi, molto vicino a dove vivo da pochi giorni con mia moglie. La casa è in un edificio a 23 piani che nella maggioranza delle città italiane si chiamerebbe grattacielo. All’entrata c’è un portiere che lascia entrare solo chi conosce o chi é autorizzato dai condomini. Le imprese di sicurezza privata sono numerosissime in Colombia ed é normale trovare un guardiano (“celador”) all’entrata del cinema, ufficio o parco pubblico.

Un grattacielo sullo sfondo dei “cerros” e della chiesa di Montserrate

La casa è in centro. Anche se non esattamente nel centro “storico” coloniale. La geografia di Bogotá è simile a quella di tante città italiane, un Paese la cui geografia è una continua alternanza di montagne e pianure, colline e vallate ed in cui è frequente che le città giacciano alle pendici dei monti (Bologna, Firenze, Genova, Torino, ecc.), dove erano disponibili acqua e legname, in corrispondenza di un valico o di un colle le protegga da venti e nemici. Così anche Bogotà è allungata ai bordi dei colli (che si chiamano “cerros”) ad est e si è sviluppata sull’asse nord-sud e poi verso la pianura ad ovest. C’è anche – come in tante città italiane – una chiesa in cima al colle più alto (chiamata Montserrate) con tanto di teleferica. I bogotani ci vanno in pellegrinaggio a piedi, quando la Vergine esaudisce loro una preghiera.

La struttura socio-urbanistica di Bogotá è a macchie di leopardo: escludendo una metà della città (la zona sud) povera e “popolare”, il resto è diviso in zone ben tenute, con belle case, bei negozi (perlopiù in centri commerciali) che si alternano a molte altre aree poco belle e lasciate andare.

In questo periodo un po’ dappertutto ci sono lavori in corso: nuove strade, sottopassaggi, nuovo aeroporto, ecc. Questa grande attività riflette l’atmosfera di rinascita di cui si parlava sopra. E’ come quando fai dei lavori in casa: un nuovo bagno, una nuova stanza, un’imbiancata. Significa che hai qualche soldo da spendere e hai la volontà di rendere più bello l’ambiente in cui vivi, magari perché la famiglia si allarga o perché in generale si apre una nuova epoca che si spera sia migliore.

Entro in banca.  Compilo il modulo e faccio la mia fila diligentemente, posando inevitabilmente gli occhi nello schermo del mio cellulare. Mi é stato raccomandato di non tirar fuori lo smartphone troppo di frequente: potrei attirare l’attenzione e venire derubato. Ma in banca (e anche nei dintorni a dire il vero), non mi pare esista alcun pericolo.

Quando è il mio turno, mi faccio avanti e spiego al cassiere quello che devo fare. Lui mi avverte che ho fatto qualche errore, ma ci penserà lui. Sono 149.500 Pesos colombiani, circa 70 Euro. L’Euro si è fortemente svalutato negli ultimi mesi: qui l’Europa è attualmente sintomo di crisi. Se da noi si parla genericamente di “crisi”, qui invece si specifica “crisi dei paesi europei”. Perché qui la crisi non c’è. Seppure esista il timore che qualche “contagio” vi arrivi. Anche per colpa delle sofferenze dell’Euro, i prezzi non sono così bassi rispetto all’Italia. Tuttavia anche in questo caso, occorre specificare il mondo in cui ci si muove: io e mia moglie ci muoviamo nel mondo non dei ricchi, ma comunque dei benestanti (supermercati, ristoranti, negozi, appartamento, ecc.); basterebbe invece “scendere” il grande scalino che divide i due universi colombiani (la classe benestante e quella povera) per mangiare e vestirsi per pochi Euro, ovviamente a scapito della qualità. La classe media in pratica non esiste.

Studenti in relax nel campus della “Universidad de los Andes” a Bogotá

Dopo la banca mi tocca un esame del sangue perché nel permesso di soggiorno ci sia scritto il mio gruppo sanguigno. Lo posso fare in una clinica privata in quattro e quattr’otto. La grande divisione sociale esistente in Colombia si declina soprattutto nella possibilità di accedere a servizi privati invece che pubblici, in particolare nell’ambito della sanitá ed istruzione. Buona parte delle migliori scuole e università sono private (compresa quella dove io sto lavorando), anche se ne esistono anche di pubbliche certamente qualificate, cosí come ed i migliori ospedali sono privati. Va specificato che esistono anche università e strutture sanitarie pubbliche di buon livello, ma la tendenza ad accedere a servizi privati è molto più comune qui che in Italia. Per questo, se appartieni alla classe dei benestanti, studierai in una scuola privata e poi in una università privata ed avrai un’assicurazione privata con cui potrai scordarti di lungaggini e disservizi ed essere ricevuto da un medico sollecito e gentile. Ovviamente pagando.

L’università presso la quale lavoro come “profesor visitante” (‘Universidad de los Andes’) è in un grande campus a cui si accede solo con un pass e non ha nulla da invidiare alle migliori università europee, anzi è superiore come strutture e servizi alla maggioranza delle italiane. Ciò è possibile perché gli studenti pagano per frequentarla (circa 8.000 Euro all’anno). Se i tuoi genitori non hanno quei soldi – salvo eccezioni – dovrai studiare in università di livello molto inferiore. E’ anche vero che qui è difficile fare ricerca di alto livello: non esistono i grossi fondi statali o europei per acquistare strumentazioni molto costose e manca una massa di ricercatori con esperienza di ricerca ed una tradizione consolidata. Ma stanno pian, piano costruendola.

Così, anche io pago per farmi l’esame del sangue. La clinica è pulita ed efficiente: una serie di infermiere mi indica nuovi corridoi e sale d’attesa finché arrivo alla porta giusta: “Como está? Como le ha ido? Buenos dias!”. E’ l’accoglienza dell’infermiera che mi infilerà un ago nel braccio. Le formule di cortesia in Colombia sono utilizzatissime. Anche quando si incontra uno sconosciuto, è normale salutarsi chiedendo “Come sta?”. Oppure congedarsi con un “Que esté muy bien!” (“Che stia molto bene!”). Al bar invece di chiedere: “Mi fa un caffè?” si domanda dolcemente: “Me regala un café?”. Mia moglie colombiana mi racconta che la prima volta che entrò in un bar in Spagna e fece la stessa domanda, il barista le rispose bruscamente: “Qui non si regala niente a nessuno, vada alla cassa a pagare!”.

All’inizio non è semplice abituarsi: tu magari hai fretta, arrivi allo sportello di un ufficio e prima di poter chiedere l’informazione, devi passare attraverso questo rituale di saluti. Nel linguaggio si riflettono i costumi e la cultura di un popolo e viene quindi spontaneo domandarsi se queste forme di cortesie che rispecchiano un’umanità “antica” e che si sono perdute nel frenetico “primo mondo” occidentale, sopravviveranno anche qui quando e se “il progresso” giungerá in massa anche la Colombia. Il Sud America (trainato dal Brasile) è l’ultima speranza per la cultura latina di riuscire ad integrarsi con successo nella modernità, senza perdere il proprio calore ed “anima” piegandosi al freddo pragmatismo anglosassone.

Un bus del Transmilenio sulla corsia riservata affianco ad una stazione

Con un cerotto sul braccio ed il documento che certifica il mio gruppo sanguigno (per la cronaca: A Rh+), sono pronto all’ultima tappa: l’ufficio dove richiedere il permesso di soggiorno. E’ piuttosto lontano: “calle 100″. Le strade sono numerate come negli Stati Uniti: io sono sulla 30 e percorrere 70 isolati significa circa mezzora di taxi o autobus. Decido di prendere un bus “Transmilenio”.

Il “Transmilenio” è un sistema di trasporto che ha rivoluzionato la devastata mobilità urbana bogotana. E’ l’equivalente di una metropolitana “sopraterra”. In una vasta rete di strade, sono state ricavate corsie riservate al passaggio di questi autobus che si fermano esclusivamente ad alcune stazioni a cui si accede solo con il biglietto e nelle quali si può cambiare di linea proprio come in una metropolitana. Da anni le varie amministrazioni cittadine stanno investendo in questo sistema (ultimamente anche con riduzioni di prezzo) con il duplice obiettivo di rendere più umano e veloce il movimento delle persone in una città molto estesa ed abitata da 8 milioni di abitanti e contrastare la piaga delle “busetas”.

Sulle “busetas” si può salire ovunque: non esistono fermate prestabilite.

Le “busetas” sono piccoli bus piú o meno abusivi che fanno le veci delle linee di autobus a cui siamo abituati in Europa. Con la differenza che inquinano spaventosamente, non rispettano alcuna norma di sicurezza e guadagnano a seconda del numero di passeggeri che trasportano. Per questo raccolgono gente ad angolo di strada o per la verità anche in mezzo alla strada con grave pericolo per la circolazione.

La guerra contro le “busetas” è dura e difficile perché la corporazione dei “padroncini” è potente, ma grazie a politiche di assunzione di autisti nell’ambito del sistema “Transmilenio” e al successo di quest’ultimo, la situazione va lentamente migliorando. C’è da dire che una certa comodità le “busetas” la offrono: quante volte avremmo voluto scendere o salire su un autobus ad un semaforo e l’autista ce lo ha (giustamente) impedito? Qui basta fargli un cenno e farsi largo tra santini di santi protettori appesi ovunque e casse che sparano musica a volume impossibile, e potrete scendere (o salire) ovunque, anche nel bel mezzo di un ingorgo infernale.

Io comunque preferisco il “Transmilenio” e ci sono sopra. Non è neanche tanto pieno (i bogotani lo hanno soprannominato “Transmi-lleno”, dove “lleno” significa “pieno”) e riesco a sedermi. Mentre il bus si dirige a nord, da dietro il finestrino mi appaiono in sequenza tutte le varietá ed i contrasti di questa cittá: zone “popolari” con edifici maltenuti e marciapiedi invasi di ogni mercanzia e sporcizia, si alternano ad aree residenziali con aiuole ben curate, automobili costose ed eleganti complessi residenziali con appartamenti a 7.000 Euro al mq.

Raramente il cielo è completamente azzurro come in questa foto scattata sulla Carrera septima pedonale.

Scendo dall’autobus e piove.  A Bogotá piove quasi sempre. La cittá è adagiata su un altopiano a circa 2600 metri sul livello del mare e molto vicino all’equatore. Questo significa che il clima è uguale tutto l’anno e corrisponde ad un aprile italiano. La mattina si esce con 10 gradi ed a mezzogiorno si arriva a circa 18. Il cielo è spesso nuvoloso, ma sempre variabile e quando spunta fuori il sole, l’aria si riscalda ed il sole è molto forte (perché essendo all’equatore è molto alto in cielo e perché a 2600 metri picchia molto). Nella foto del prato dell’università si vedono infatti diversi ragazzi che si riparano con gli ombrelli. Nelle case comunque non esiste riscaldamento, né tantomeno aria condizionata.

Nonostante la vegetazione non sia tropicale, considerando che non fa mai freddo sul serio, è però molto rigogliosa e verde. Le buganvillee sono gigantesche così come altre piante che nell’Italia del nord rimangono piccole o non riescono a sopravvivere. Nel nostro immaginario la Colombia è sinonimo di caldo, tropico e palme con le noci di cocco come ai Caraibi. E invece a Bogotá piove, si va in giro con il maglioncino e fuori città, nei campi, ci sono mucche che pascolano come sulle Alpi.

Eccomi finalmente all’ufficio della “estranjeria”. Come dice la parola, ci sono tanti stranieri in attesa di sbrigare le pratiche: alcuni studenti tedeschi, molti sudamericani di paesi vicini, un gruppo di muratori portoghesi. La Colombia non attira ancora immigazione, ma non sono pochi i colombiani, piú o meno qualificati, che dall’Europa in crisi stanno tornando a casa. Svolgo le pratiche burocratiche abbastanza velocemente e dopo che mi sono state prese piú impronte digitali che in tutta la mia esistenza precedente, esco con una ricevuta con cui potró tornare a ritirare la “cedula” la prossima settimana.

Non esiste un “colombiano/a tipo”: la composizione etnica della Colombia é assai varia: l’86% della popolazione é bianco o meticcio, il 10.6% afrocolombiano e il 3.4% indígeno.

Non lunedí peró, perché lunedí 6 agosto si festeggia il 474esimo compleanno di Bogotá che fu fondata ufficialmente il 6 agosto 1538. A fondarla fu uno dei tanti “conquistadores” spagnoli che “azzannarono” il Sud America in quegli anni: Gonzalo Jiménez de Quesada. Il fondatore di Bogotá fu peró assai meno fortunato di Cortés in Messico o Pizarro in Perú: in Colombia non c’era nulla di simile alle ricchezze e culture atzeche o inca. I muiscas, gli indios della zona di Bogotá, non conoscevano né la scrittura, né il concetto di cittá. Anche a causa di questa arretratezza culturale, quando gli spagnoli si addentrarono nell’attuale Colombia, non ebbero dunque alcuna difficoltá a sterminarli in fretta ed i pochi che sopravvissero si mescolarono con i conquistatori. Per questo in Colombia, al contrario che in Messico, Perú, Ecuador o Bolivia, gli indios sono molto pochi. Cosí come pochi sono i neri che si incontrano a Bogotá. Gli schiavi africani furono infatti “importati” per lavorare in zone piú calde, sulla costa pacifica e caraibica, dove sono tuttora concentrati.

Sono pronto a tornare a casa. E prenderó un taxi. Ce ne sono migliaia e ad ogni angolo di strada. Si tratta solitamente di piccole automobili, adatte ad incunearsi in ogni spazio disponibile del terrificante traffico bogotano ed a schivare le mille buche che costellano le strade. Il taxista è in forma e vuole parlare. Mi racconta che da quando hanno tolto il sistema di targhe alterne durante tutto il giorno, il traffico è peggiorato, mentre prima si filava via lisci. I taxisti sono uguali in tutto il mondo…Siamo bloccati in un “trancon”, un ingorgo. Dopo qualche minuto ne comprendiamo la causa: un tamponamento. Il taxista mi guarda e, con l’aria di chi potrebbe sistemare il mondo in un pomeriggio, mi fa: “Eh certo, questa gente che non rispetta la distanza di sicurezza!!”. E intanto svicola tra camion e automobili passando a venti centimetri da specchietti, paraurti e marciapiedi…Io trattengo un attimo il respiro e lui si volta ancora verso di me e mi dice: “Quien piensa pierde!”, chi pensa perde!

Probabilmente per affrontare il rischio del traffico bogotano è sul serio meglio non pensare. Mentre per quanto riguarda ogni altro rischio, mi piace pensare e citare l’azzeccato slogan dell’ufficio del Turismo nazionale: “El riesgo es que quieras quedarte!”. Il rischio è che tu voglia rimanere!

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5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Diansa

    Chi avrebbe mai immaginato Bogotà circondata da pascoli alpini? Mi è venuta voglia di andare a vedere!

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  2. Penelope Pras

    Quanto dev’esser bello entrare in un bar chiedendo “Me regala un café?”! E’ praticamente impossibile farlo senza sorridere. Magari si usasse anche da noi!
    Grazie per questi interessanti racconti dall’altra parte del mondo.

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  3. warez

    beat’atte’! e chi t’ammazza!
    una curiosita’: anche li’ pensano che la “boliviana” sia la migliore in assoluto ?

    p.s. anche io A Rh+

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  4. kiki

    Avete presente il famoso detto secondo cui qualsiasi ingegnere ed esperto di aerodinamica vi può dimostrare che un calabrone, per come è fatto, non può riuscire a volare, ma il calabrone non lo sa e quindi vola tranqueillamente? Beh, è niente rispetto al Transmilenio; farneticante, impossibili da capire linee e fermate, ma funziona. Una vera esperienza.
    Grande Jumpy, qué lo pases bién!

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