Libertà vo cercando

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Gionata in Nuova Zelanda 2008. Davanti a un ristorante, non a una rivendita di prodotti idraulici.

Viaggiare per sé stessi ma non da soli. Gionata Nencini. 250.000 km in moto in tre continenti.

Nel gennaio 2008, per ragioni di cui è inutile parlare qui, ero con la famiglia in Nuova Zelanda. Ci fermammo a mangiare in un paese della costa pacifica, che si chiamava Kaikoura. Il bambino più piccolo vide davanti a un bar una moto nera, vecchiotta e carica di bagagli con qualche marchio e un grande tricolore. Mentre guardavamo la moto incapaci di capire cosa significava tutto ciò e cosa sarebbe accaduto nelle prossime ore, apparve un ragazzo di una venticinquina d’anni, dalla faccia simpatica e con un irresistibile accento toscano. Era Gionata Nencini.

Due anni e mezzo prima era partito da Firenze per fare il giro del mondo in moto. Con le sue sole forze, senza chiedere l’aiuto di sponsor ma solo di gente come noi, incontrata per caso, era arrivato in Nuova Zelanda. Fu un pomeriggio straordinario, con una persona che aveva molto da raccontare e anche molto da ascoltare. Un incontro casuale. Un punto d’intersezione tra due viaggi completamente diversi, tra due mondi italiani, agli antipodi come scelta di vita. Ebbi una precisa sensazione da Gionata, che viaggiare per migliaia di chilometri e dormire in una radura di un bosco da soli sia facilissimo. Anzi, che sia una cosa naturale.

Non si contano i raid fatti per le motivazioni più disparate. Per promuovere un prodotto o per aiutare una causa umanitaria. Si va in giro da Roma a Pechino in bicicletta, in moto, in camion e in cinquecento. Per non parlare delle agenzie di viaggi che organizzano raid transcontinentali per gente dal portafoglio gonfio e dal sedere di pietra perché diecimila chilometri in motocicletta non sono mica uno scherzo, anche se hai tutto preparato, cellulare, GPS e assicurazione a portata di mano. Ma si può viaggiare oggi senza una meta, senza programmazione e fare il giro del mondo senza sponsor ma, soprattutto, senza sapere quando e dove si arriverà?

250000 km in moto dall’8 maggio 2005 ad oggi. L’elenco è impressionante: Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Grecia, Turchia, Georgia, Russia e l’intera Siberia, Giappone (con una sosta lunga ad Osaka nel 2005-06). Poi nel 2006 un tour panasiatico, dal Giappone in Corea del Sud fino in Cina dove Gionata ha insegnato inglese, seguito da Vietnam, Cambogia, Laos, Thailandia, Malaysia ed Indonesia fino ad arrivare in Australia, dove ha lavorato come maestro d’asilo e manovale. Nel 2007-08 Australia e Nuova Zelanda, con un impiego come maestro d’asilo. Si riparte nel 2009 per il Sudamerica, dove Gionata ha visitato Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Bolivia (con un periodo di volontariato) e di nuovo Cile, dove adesso vive, portando turisti in viaggi avventura per il Sudamerica.

Come si vive da soli in una foresta siberiana? Come si trova lavoro in Giappone? Come si porta una moto dalla Nuova Zelanda al Cile? A cosa serve viaggiare? Gionata si è attirato anche molte critiche di essere un parassita che vive alle spalle degli altri. L’Undici ne parla direttamente con lui. Gionata non si sottrae e con grande simpatia ci racconta il suo punto di vista cominciando con una presentazione.

250.000 chilometri in moto (una Honda Transalp del 1987 comprata di seconda mano per 800 euro). Il mio viaggio è stato completamente autofinanziato. L’ho voluto fare così. In Italia nessuno sponsor mi ha dato 50.000 euro per andarmene in giro per il mondo. Il viaggio ha generato i fondi per proseguire. Ho lavorato nei vari paesi, ho scritto articoli per le riviste di moto, ho venduto magliette, ho ricevuto donazioni attraverso il mio sito, un pranzo in trattoria o un pieno di benzina, e in più la pubblicità di goggle. Per me il viaggio è uno scambio di conoscenze fra me che viaggiavo e gli altri che mi seguivano da casa.”

Amiche della strada e della moto. Inutile dirlo, il fascino dell’italiano va in quinta. Thailandia 2007.

E’ divertente leggere il suo sito www.partireper.it dove il nostro toscano nato nel 1983 ha documentato tutto: città attraversate, persone incontrate, ragazze amate, delusioni, paesaggi, guasti e feste in Maelsia, notti di sesso. La parte più bella è un post che s’intitola “Fiva la viga” e questo vi dà l’idea di chi sia Gionata che ama raccontare di sé. Mai volgare, sempre sincero. Ai moralisti della stabilità non piacerà. Chi ama la scoperta, ne rimarrà incantato.

Forse la cosa più difficile di un viaggio è partire. Il viaggio iniziò l’8 maggio 2005. Prima di andarsene Gionata non aveva una grande esperienza di moto ma sapeva vivere fuori di casa per lunghi periodi con pochi soldi. Viaggi per l’Italia a piedi, in mountain bike. Una sapiente arte di arrangiarsi, senza esitare ad approfittare delle situazioni favorevoli. Il giro del mondo era un bel salto, ma il primo passo era stato fatto molto tempo prima.

Raccontaci la prima notte fuori.

“Dopo essere partito da Firenze mi sono fermato sul Passo della Futa, tra Firenze e Forlì. O era il passo del Muraglione? Era maggio, mi sono fermato sotto un albero, all’interno di una proprietà privata. E’ passata solo un’auto. Non c’era nessuno. Era quello che volevo per sentirmi in viaggio. Non era la prima volta che facevo qualcosa del genere. Avevo una certa esperienza. Con un amico, qualche tempo prima, abbiamo fatto un viaggio da Firenze verso il sud. Dormivamo nel centro delle città, sotto i ponti, nelle piazze, nei parchi. Era una buona scuola per imparare. Pensa che l’ultimo giorno di quel viaggio, arrivati a 7 km da casa (a Campi Bisenzio, nda), abbiamo deciso di passare una notte a Firenze, nel giardino pubblico di una piazza, un postaccio orrendo. Dormimmo malissimo ma lo facemmo lo stesso perché era una prova che dovevamo superare. Quando mia mamma mi vide disse semplicemente “Oh Gionata, tu puzzi.”

Cerco di immaginarmi come possa essere viaggiare per mesi, anzi per anni, su una moto. Non è possibile portare molte cose eppure bisogna essere preparati per ogni evenienza. Il maltempo. La rottura della moto. Il fornello a gas. Una tenda. Che cosa avevi quando sei partito?

“Quando ci siamo visti in Nuova Zelanda nel 2008 ero già evoluto. Avevo trovato il modo giusto di viaggiare. All’inizio facevo ridere i polli. Avevo meno esperienza e molte più cose, cose che non servivano, roba che sapevo benissimo che non servivano. Mi ero portato dietro la chitarra e gli spartiti, troppe cose di abbigliamento, scarpe. Avevo una borraccia da un litro di olio di oliva incollata alla forcella e un’altra bottiglia con il sale fino. Avevo l’olio e il sale per farmi la pasta invece delle gomme. Invece dovevo imparare a sopravvivere alla fame. Quando sono partito non avevo computer. L’ho comprato in Giappone, usato, mezzo guasto e con i caratteri giapponesi. Morì in Thailandia, poi comprai un nuovo computer che mi fu rubato in Bolivia. Alla partenza avevo una fotocamera, poi in Cina ho comprato una videocamera. Avevo anche una tenda che poi si è dimostrata inutile.”

L’unico cruccio è che le moto non vanno sugli oceani. Ecco la Honda pronta a partire in nave.

Hai raccontato delle molte volte che hai dormito per strada, nei boschi. Ma anche passare tanti chilometri sulla moto lungo strade deserte, oppure arrivare in paesi dove è quasi impossibile comunicare. Non hai sofferto la solitudine?

“Non ho mai avuto problemi a stare con la gente. Magari dovevo cercare degli spazi per stare da solo. Penso di essere estroverso, ho fiducia negli altri, mi baso molto sulle impressioni. Mi isolo perché mi ricarico. Non ho la smania di ripartire. In realtà avrei voluto prolungare quelle notti da solo.”

Dove hai sperimentato la massima solitudine?

“In Russia. Un paese di transizione. Non ero più in Grecia né in Turchia, non ero più a casa. Mi sono detto “sto veramente lontano da casa e lo sto facendo da solo”. Ogni giorno ero adrenalizzato perché ero in Siberia. Poi mi sono abituato.”

Come sceglievi il posto dove fermarti per la notte?

“Era come innamorarmi. Vivevo nella libertà allo stato puro. L’unico peso era quello di scegliere un posto dove mettere la tenda. Andavo in cerca delle emozioni: un lago, un bosco sugli Urali, una prateria vicino ad un villaggio con i camini accesi. Andavo in cerca di un posto dove pensavo di sentirmi bene mangiando una zuppa dalla pentola.”

Come sceglievi il tuo itinerario?

“Allora. Sono passato dalla Turchia alla Georgia e poi in Russia senza una carta stradale. In Abkhazia ho preso un battello per arrivare a Sochi in Russia. Una cosa molto improvvisata. Il giorno dopo ho capito che dovevo organizzarmi. Dovevo arrivare dall’altra parte della Russia passando per la Siberia entro trenta giorni, il tempo del visto. Ho comprato un atlante e ho fatto i conti. Dovevo fare 680 km al giorno per tutta la Siberia per arrivare in tempo. Il primo giorno ne ho fatti 1300.”

In Argentina.

Quindi niente carte stradali?
“Non mi servivano. Quello che volevo fare era vivere in moto, viaggiare per vivere. Scoprivo le cose viaggiando. Non avevo bisogno di una mappa che mi guidasse. Volevo che le cose capitassero per caso, lasciarle alle coincidenze, volevo mettermi alla prova giorno per giorno. Volevo cercare gente, farmi invitare da loro, rischiare anche di essere fregato.”

Il tuo modo di viaggiare è completamente diverso da quello che fa notizia sui media, con raid iperorganizzati e sponsorizzati. Che ne pensi di quelli che fanno i raid con lo sponsor?

“Fanno un lavoro di promozione di un qualche prodotto. Che poi è quello che faccio io oggi qui a Santiago del Cile, dove porto in giro i turisti in moto. Quando sono partito ero come un universitario che doveva imparare tutto. Avevo davanti a me il piatto dell’esistenza. Non mi stufava mai. Non ne avevo mai abbastanza di viaggiare. Se poi mi stufavo, mi fermavo per qualche tempo e mi mettevo a lavorare.”

Cosa mangiavi?

“Cercavo di mangiare in piccole trattorie nei paesi dove le cose costavano poco. Oppure mi compravo delle cose fresche o da riscaldare. Avevo una piccola graticola. Mangiavo zuppe, fagioli, carne, noodles. Molta gente mi ha aiutato. Molti dal mio sito mi hanno offerto un pasto vero. La cioccolata non me la facevo mancare mai. Benzina e cioccolata.

Hai percorso 250.000 chilometri in giro per il mondo. Hai alternato periodi di viaggio a periodi di lunga sosta, dove hai lavorato o fatto del volontariato senza però un piano preciso. Hai insegnato italiano ed inglese in Giappone, fatto il manovale in Australia, accudito bambini in Nuova Zelanda. Quand’è la prima volta che ti sei fermato e che cosa hai provato?

“La prima sosta è stata in Giappone, ad Osaka, dal 13 settembre 2005 al 23 gennaio 2006. Lì ho fatto l’insegnante di italiano e inglese. Avevo problemi alla moto, ero senza soldi, dormii sotto un ponte. Malissimo. Non mi sentivo bene perché ero di nuovo in città. Avevo fatto un passo indietro. Andai al consolato, parlai con un funzionario, un certo Camillacci che mi fu di grande aiuto. Mi fece entrare in ufficio, mi fece chiamare in Italia, mi spiegò cosa fare, come ottenere un visto, dove dormire gratuitamente. Allora pensai che ce l’avrei fatta anche stavolta. Ero proprio ostinato. Cercai datori di lavoro che avessero bisogno di stranieri. Alcuni mi promisero il visto di lavoro. Qualche giorno dopo tornai da Camillacci. “Complimenti” mi disse “in otto giorni ha trovato un lavoro”. Fu una sorta di escalation al contrario. Ma ebbi una grande fortuna. Mi pagavano bene. Trovai una casa, un vestito formale con giacca e cravatta, mi tagliai la barba, che era necessario in Giappone per fare il lavoro di insegnante. Eppure mi divertii ad assumere un ruolo completamente diverso.”

Tra l’altro Gionata è molto orgoglioso del fatto che quando aveva bisogno di fermarsi e di lavorare per fare un po’ di soldi, in pochi giorni trovava qualcosa. Lo scrive nel suo sito. Anche lavori faticosi, come il manovale. Oppure dove non aveva alcuna esperienza a parte la simpatia e l’energia, per lavorare con i bambini in un asilo. Certo, per chi non ha viaggiato molto oppure solo per brevi periodi, sembra incredibile poter passare anni su una moto, non avere un casa, delle amicizie fisse. Hai avuto momenti davvero difficili, in cui hai perso la motivazione di viaggiare?

“Mai, mai, mai, neanche una volta. Pensala così. Hai mai avuto momento in cui hai pensato di toglierti la vita? Era la stessa cosa nel viaggio. Niente intaccava la voglia di vivere quell’esperienza. Era parte del gioco avere degli alti e bassi.”

L’hai capito subito?

“Non so. Quando Camillacci mi offrì un prestito per tornare a casa, mi offesi. Avrei fatto qualsiasi cosa ma non sarei tornato a casa. Era come se mi avesse offerto un coltello per tagliarmi le vene.

In Malesia una cena con i meccanici dopo aver riparato la moto.

Prima hai detto che volevi che le cose accadessero naturalmente, che volevi conoscere le persone, al limite rischiare una fregatura. Le persone che hai incontrato ti hanno deluso? Ti sono capitate situazioni difficili?

“Sì certo. E’ naturale. Il computer che mi hanno rubato in Bolivia, forse me l’ha rubato uno degli orfani con cui lavoravo come volontario. Cominciai a capire meglio le persone e di chi fidarmi da come ti guardava. Mi sono capitate cose spiacevoli in Russia, in Turchia. A volte delle gente mi appariva da dietro le spalle. Sono stato aggredito. Mi è andata bene. Un ragazzo giapponese che stavo facendo lo stesso viaggio in moto come me è stato assassinato in Siberia nello stesso posto dove mi sono accampato io. Si era messo da una parte in un posto per passare la notte. Sono passati dei ragazzi russi, l’hanno visto, l’hanno attaccato, l’hanno pugnalato e gli hanno rubato tutto. Sono andato vicino ad avere problemi seri. Un giorno in Russia quattro ubriachi mi hanno circondato. Me la sono vista brutta. Sono quei momenti in cui metti alla prova le tue capacità. Io non credo nel destino. E’ l’atteggiamento che conta. Sono stato fermo, mi sono messo in guardia. Ho cercato di prepararmi. Se avessi cercato di attaccare forse avrei potuto colpire uno dei quattro ma gli altri? Rischiavo moltissimo. Per fortuna un tizio si è messo in mezzo e li ha fatti andare via. In altre situazioni molte persone mi hanno aiutato.”

Il viaggio è una scoperta di se stessi, come dicevi prima, ma naturalmente è anche una scoperta dell’altro. Queste tue avventure mi hanno fatto pensare. Cosa hai imparato delle persone? Ci sono somiglianze tra le diverse culture?

Siamo uguali. Abbiamo gli stessi sentimenti. La paura della morte. Ci innamoriamo. Reagiamo alle disgrazie. Le differenze a livello culturale sono maggiori, quelle a livello estetico sono più superficiali. I codici etici e di interscambio sono comuni e vanno al di là delle differenze . Questo è il motivo per cui ho continuato a viaggiare. Quante cose puoi percepire, assimilare, sfiorare e comprendere.”

Com’è diventato Gionata Nencini in questi anni? Ti senti più italiano o cosmopolita?

Mi piacerebbe essere diventato cosmopolita. Ho ancora delle tracce della mia italianità ma altre sono cambiate profondamente. Ho acquisito un diverso senso del rispetto, la puntualità, l’onestà, ho affinato le capacità professionali. Prima magari tendevo a fare il furbetto, ad approfittare di qualche situazione, come quando ero senza visto in Giappone o giravo senza assicurazione in Cambogia. Adesso magari sono un po’ più attento. Prima avevo la tendenza a semplificare i doveri.”

Lungo le strade della Siberia.

Mi hai raccontato una volta di una situazione poco piacevole avvenuta in un bar in Russia che sei riuscito a capovolgere a tuo favore. Cosa è accaduto? Come te la sei cavata?

“Esporsi così tanto ti obbliga a capire il margine che hai, fin dove ti puoi spingere. Sono arrivato una sera in una piccola osteria in un villaggio in culo al mondo. Ero l’unico straniero. C’erano tre cameriere carine che cinguettavano con me. I ragazzi locali erano invidiosi, come puoi immaginare. Mi sentivo bene come stavo. I ragazzi mi hanno circondato con tono provocatorio. Hanno cominciato a darmi fastidio mentre mangiavo. Piccole cose per provocarmi. Stavo mangiando una zuppa poi mi diedero un’insalata. Stavano seduti intorno a me, molto vicini. Nell’insalata c’era un cetriolo intero. Uno dei ragazzi ha detto qualcosa come “Mo’ te lo magni”. L’ho guardato, ho preso il cetriolo come fosse una cornetta e ho detto “Pronto?” I ragazzi si sono messi a ridere, il leader si è placato, tutti si sono tranquillizzati e la serata è finita bene. Non ho avuto paura per me. Ero preoccupato per la moto, che me la rubassero o me la rompessero.”

Ti sei mai ammalato?
“Mai, mai. Mi sono ammalato solo quando mi sono fermato. Magari non mi accorgevo di stare male ed andavo avanti.”

Durante questo lunghissimo viaggio hai lavorato ma hai anche allargato la tua esperienza ad attività sociali. In Cambogia e anche in Bolivia.

“Devo mettere qualche puntino sulle I. Tanta gente mi ha criticato perché sembrava che cercassi attenzione. Non capivano il perché delle mie scelte, ma io facevo semplicemente la mia vita. Il periodo in cui ho fatto il volontario in Bolivia è stato strumentalizzato, come se io stessi cercando di attirare l’attenzione su di me. Come se io fossi in cerca di uno sponsor che mi pagasse il mio giro per il mondo. Anche mio padre mi diceva che dovevo sposare una causa umanitaria per suscitare interesse dei marchi. A me non interessava. Il lavoro di volontario è cominciato per caso. Quando giunsi in Cambogia, conobbi a Phnom Penh una volontaria in un orfanotrofio. Uno dei tanti incontri casuali da cui nacquero altre storie. Le detti una mano con i ragazzi poi quando lei partì restai ancora un po’. Mi appassionai al lavoro. Lanciai una colletta sul mio sito, raccolsi 300 dollari con cui comprai un sacco di roba, cose per il bagno, cemento, filtri per l’acqua. C’è anche una foto su internet. Mi piacque molto l’esperienza perché ero stato dentro il progetto, non portavo una maglietta e poi me ne andavo. Facevo parte dell’orfanotrofio. Volevo che fosse una cosa che accadesse naturalmente.”

Nel sito racconti dei tuoi tanti incontri con donne di ogni nazione. C’è stata qualche donna, a parte la tua attuale compagna, che abbia cercato di fermarti?

“Ero un uomo italiano, estroverso. Più la moto. Sulle donne faceva l’effetto avventura. Il motociclista solitario era un’attrazione irresistibile. Una giapponese di cui mi innamorai in Thailandia voleva partire con me. Addirittura mia madre venne a trovarmi in Thailandia. Sperava che mi fermassi. Lei disse che voleva viaggiare con me fino in Australia. Io le dissi di no, che non mi interessava. Lei pianse a dirotto nel ristorante dove stavamo. Non mangiai niente. Mi sentii in colpa. Lei finì tutta la torta con ostinazione. Il giorno dopo lei se ne andò. Non l’ho più vista. Non ho nessun rimpianto.”

In Cile. Oggi.

Adesso da qualche tempo sei fermo in Cile.

“Prima sarebbe stato più difficile, la mia esigenza era quella di muovermi. Adesso mi sento più stabile. La moto è comunque fuori della porta. In Argentina sentii che cominciavo a cambiare, che cercavo relazioni più stabili, amicizie più durature. La vita è un viaggio. Non penso che abbia un significato, magari in futuro lo scoprirò.”

Che farai adesso?

“Per ora lavoro qui a Santiago. Con la moto. Porto in giro i turisti con la moto. Continuo a viaggiare ma per lavoro. Vorrei scrivere un libro sulla mia esperienza. Ho molte idee. Il sogno che avevo era quello di stare su una strada. La strada è diventata una storia.”

Tre battute finali prima di lasciarci. Ha senso viaggiare oggi, che il mondo è sempre più simile? Gli stessi negozi, gli stessi marchi, gli stessi aeroporti.

“Ha sempre senso, perché ognuno troverà il “suo” mondo dentro il proprio viaggio.”

Il viaggio continua. E comunque il nostro ragazzo, partito con meno di ventidue anni, oggi non ha ancora superato la terza decade. Ha molto fare. Deve ancora visitare l’Africa e l’America centrale e settentrionale. La moto aspetta in garage. L’Undici continuerà a seguirti, Gionata.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

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