La pagina della Cover Writer: “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace

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Leggendo citazioni su mete inconsuete, sulle differenze fra turisti e viaggiatori, sul lasciare la propria città, la propria casa per viaggiare in luoghi sconosciuti come forma di comprensione prima di se stessi e poi di ciò che è altro da sé, ho capito che non amo viaggiare, non sono nemmeno una turista. Il viaggiatore, il turista partono, organizzano, si guardano intorno con un occhio rivolto alla vacanza e al viaggio, ma con l’altro già pensano al ritorno. Per la maggior parte delle persone partire è un po’ morire o forse solo un periodo più o meno breve per vivere una parentesi in anestesia totale. Parentesi perché, proprio come questo simbolo della scrittura, ciò che si apre e va sempre chiuso. Anestesia perché, è un procedimento che, mentre lo subisci, rimani sempre tu, nel tuo corpo, ma lasci la vita come la conosci per attraversare una condizione di sospensione passeggera. Con la certezza che ci si deve svegliare e tutto tornerà come prima.

Io non sono così. A volte potrebbe essere sufficiente non essere a casa, non vedere le cose che vedo ogni giorno dal mio balcone, non dover mettere dentro o fuori la macchina dal posto auto a me riservato, non dormire nel mio letto, non fare la doccia nel mio bagno, non aprire il solito frigo in cerca di qualcosa che so già che c’è o non c’è, perché sono io a far sempre la solita spesa. A volte potrebbe essere sufficiente, ma non basta. Perché io devo poter immaginare di andare, di partire. Perché per me è il tornare che è un po’ morire. Il mio non è un viaggiare, ma un tentativo di ispezione di luoghi in cui vorrei vivere. Certo, mi è piaciuto visitare posti esotici e naturalistici in Africa, rovine di antiche civiltà in Asia, fondali corallini nell’oceano indiano, provare il freddo glaciale di Mosca o il caldo torrido del Sinai, vedere i reperti greci o i castelli praghesi. Ma alla fine mi piace andare in posti dove io vorrei vivere. Perché qui, ora, nella mia città, non mi sento a casa, mi sento nel posto sbagliato. Quando mi trovo lontano dal mio quotidiano, il mio termine di giudizio non è: che gente originale, che luogo inconsueto, che cultura interessante, che architettura meravigliosa, che animali selvaggi. Penso semplicemente: io qui ci verrei a vivere domani stesso. E sono, in genere, luoghi cittadini, con almeno 500.000 abitanti, dove possibilmente si parla inglese, dove incontri gente di tutte le razze che come te ha scelto, o vorrebbe scegliere, una vita urbana e cosmopolita. Io vado in giro per sentirmi a casa. A volte mi basta una gita anche solo di un giorno, verso mete turistiche italiane, dove incontri gente di tutto il mondo e pranzi fra un giapponese e un americano, visiti un museo sentendo commenti in lingue che non capisci e ti muovi con una metropolitana o un vaporetto. Firenze, Venezia, Roma, Milano, Napoli. Poi, chiusa la parentesi, lascio la casa-viaggio e torno alla vita vera e non mi sento più a casa.

Capri 2006 D.F. Wallace, J Franzen, Davide Azzolini e Antonio Monda Zadie Ssmith, Nathan Englander e Jeffrey Eugenides.

Capri 2006 D.F. Wallace, J Franzen, Davide Azzolini e Antonio Monda Zadie Smith, Nathan Englander e Jeffrey Eugenides.

David Foster Wallace, un genio della scrittura, non si sentiva a casa mai, in nessun luogo, in nessun momento, in nessun tempo. Ovunque si trovasse sognava di tornare altrove, ma un posto in cui stesse veramente bene non c’era. La sua casa, che come il guscio di una lumachina lenta e vischiosa non lo abbandonava mai, si chiamava angoscia, depressione, ansia, panico, estraniazione. La sua genialità consisteva nel trasformare tutto questo terribile mondo in una scrittura e in storie sorprendentemente spiazzanti, ricche, complicate, prolisse, piene di dettagli anche inutili, di note, di parentesi, di aggiunte, un magma di immaginazione e di realtà rielaborata, (wikipedia lo definisce realismo isterico). Amava coniare nuovi termini e neologismi, si appropriava di linguaggi tecnici, affrontando le materie più disparate con terminologie non divulgative; ogni tema affrontato, ogni forma di scrittura (racconto breve, saggio, articolo, novella, romanzo) erano intrisi di una strisciante depressione ma sempre pieni di vita, vivaci, divertenti. Ma di un divertimento deprimente.

D.F.W., nato nel 1962 e vissuto a lungo in un paese sperduto dell’Illinois, Usa, era riservato, era non mondano senza essere schivo; non viaggiava, è venuto in Europa una volta sola (a Capri nel 2006). Ma quando si presentava alle conferenze stampa con la sua classica bandana, era una persona che spesso strappava una risata. Le sue interviste sono dei capolavori, come i suoi romanzi, i suoi racconti, i suoi saggi. Le foto, i video, in cui non sorridesse, non scherzasse su se stesso, sulle sue paure, sulla letteratura americana contemporanea, sono rare. David Foster Wallace sembrava prendere tutto molto seriamente, ma senza prendersi troppo sul serio. Come se non sapesse mai abbastanza di quello di cui stava parlando, ma senza fermasi mai alla superficie.

Wallace con la moglie Karen Green capri 2006

Wallace con la moglie Karen Green capri 2006

Ogni suo libro è un viaggio pieno di stimoli, di sensazioni, di scoperte, ma mai un luogo in cui vorresti vivere. Oggi, se fosse possibile, gli direi che gli voglio bene, che leggerlo mi ha aperto la mente e il cuore; mi ha insegnato a valutare il vocabolario come fonte di ispirazione, a ignorare la realtà, così come tutti la vedono, per riscriverla come la vedo io; il che non significa che il modo personale di scrivere e di vedere le cose sia necessariamente migliorativo delle cose stesse che raccontiamo. Una realtà che sentiamo orribile, rimane tale. Mi ha portato a comprendere ed apprezzare il fatto che si possa parlare del dolore proprio e del mondo senza mai dirlo, disquisendo di tennis, di tossicodipendenti, di separatismo.

“Una cosa divertente che non farò mai più” è il risultato di una settimana passata su una nave da crociera extralusso ai Caraibi. Nato come un articolo commissionato da Harper’s Magazine USA nel 1997, è divenuto prima un libro, poi il racconto più lungo della raccolta ” Tennis, Tv, Trigonometria e Tornado”.
Leggendolo si sorride, si ride e si capisce che questo genere di esperienza non rientra fra le aspirazioni che D.F.W. avrebbe mai desiderato avere se non fosse stato per lavoro. In effetti, non è né un viaggio, né una vacanza, né turismo. La crociera è un mondo, uno stile di vita non sempre condivisibile che obbliga ad attività e divertimento continui, in un tourbillon di programmi che finirebbero per stordire e deprimere chiunque. Figuriamoci una personalità già incline alla disperazione. Se pensavo di non voler partire per una crociera prima di leggere questo libro, dopo questo “reportage” credo che, per quanto mi riguarda, questa potrebbe essere una cosa che non farò semplicemente mai.
Certo, come la bellezza è nell’occhio di chi guarda, forse il senso della morte è nello sguardo del disperato.
Quando ti senti così, tutto ti parla di fine e tragedia, anche se ne scrivi con un forte senso dell’umorismo.

David Foster Wallace ha convissuto con la propria depressione per 20 anni, aiutandosi con i farmaci e con la scrittura (che è stata terapeutica solo in maniera sussidiaria al Phenelzine o ad altri antidepressivi e ansiolitici)

La moglie lo ha trovato impiccato nel portico della loro casa a Claremont, in California, il 12 settembre 2008.

Questa è la cover di “Una cosa divertente che non farò mai più”, di David Foster Wallace, edizioni Minum Fax 1998/2002, nella traduzione di Gabriele D’Angelo e Francesco Piccolo.

Incipit – E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell’aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull’aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato. Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo. Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato “Mister” in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide.

… Ho osservato e catalogato, con ribrezzo, ogni tipo di eritema, cheratinosi, lesioni pre-melanoma, macchie da mal di fegato, eczemi, verruche, cisti papillari, pancioni, cellulite femorali, vene varicose, trattamenti al collagene e al silicone, tinture orribili, trapianti di capelli mal riusciti – insomma, ho visto un sacco di gente seminuda che avrei preferito non vedere seminuda. Mi son sentito depresso come non mi sentivo dalla pubertà e ho riempito 3 taccuini per capire se era un Problema Mio o un Problema Loro.

… Le temperature erano uterine. Persino il sole programmato secondo le nostre esigenze. Il rapporto equipaggio-passeggeri era di 1,2 a 2. Era una crociera extralusso… Questo prodotto non consiste in un servizio o in una serie di servizi. Non è neanche tanto il divertimento (anche se si capisce subito che uno dei compiti del direttore di crociera e del suo staff è di continuare a rassicurare tutti che tutti si stanno divertendo): è più come dire, una sensazione. Ma rimane un prodotto basato sulla buona fede – cioè cercano davvero di produrla in te, questa sensazione: una miscela di relax ed eccitazione, di appagamento senza stress e turismo frenetico, quella fusione particolare di servilismo e condiscendenza che viene propagandata attraverso tutte le forme del verbo viziare.

… In queste crociere extralusso di massa c’è qualcosa di insopportabilmente triste. … la notte, quando il divertimento organizzato, le rassicurazioni e il rumore dell’allegria cessavano – io mi sentivo disperato. … Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore o angoscia. Ma non è neanche questo. È più avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza dubbio alla morte. E vien voglia di buttarsi giù dalla nave.

… Una vacanza è una tregua dalle cose sgradevoli, e poiché la coscienza della morte e della decadenza è sgradevole, può sembrare strano che la più sfrenata fantasia americana in fatto di vacanze preveda che si venga schiaffati in mezzo a una gigantesca e primordiale macchina di morte e decadenza.

… Garantisco fermamente che un servizio di pulizia invisibile e misterioso è in un certo senso fantastico, incarna appieno le fantasie di ogni sudicione: qualcuno che si materializza, ti disinsudicia la camera e scompare – è come la mamma però senza senso di colpa.

… Comunque a guardare giù da molto in alto i vostri connazionali che ondeggiano nei loro sandali costosi in porti devastati dalla miseria non è fra i momenti più divertenti di una crociera extralusso 7NC. C’è qualcosa di inequivocabilmente capronesco in un turista americano che si muove all’interno di un gruppo. Hanno una certa flemma avida. Anzi, abbiamo. Nel porto diventiamo automaticamente Peregrinatores Americani … Gli Orrendi.

… Ore 14.30 Dietro le quinte – incontro con il Direttore di Crociera Scott Peterson per scoprire cosa significa lavorare su una nave da crociera! … Il modo migliore per descrivere il contegno di Scott Peterson è questo: perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando.

… Ore 15 (attività agonistica – Tiro al piattello) … E infine sappiate che il movimento di un piattello non colpito in movimento contro l’immensa volta di lapislazzuli del cielo in mare aperto assomiglia al cammino del sole – vale a dire arancione e parabolico e da destra a sinistra – e che quando il piattello sparisce nell’acqua tocca prima col bordo, non fa schizzi ed è triste.

… Ore 20.45 L’ipnotizzatore Nigel Ellery presentato dal Direttore di Crociera Scott Peterson. Alla fine di tutta una giornata di Divertimenti Organizzati, l’esibizione di Nigel Ellery non è per me particolarmente sbalorditiva né mi fa sbellicare dalle risate, e nemmeno mi diverte – non è nemmeno deprimente o offensiva o disperante. La verità è che è strana. È la stessa stranezza che senti quando hai una parola sulla punta della lingua, ma ti sfugge. Qui viene alla luce un tratto essenziale delle crociere extralusso: si viene intrattenuti da qualcuno a cui state chiaramente antipatici e si ha la sensazione di meritarsi l’antipatia nel momento stesso in cui ci si sente offesi.

DFW

DFW

… Ora ho 33 anni, e sento di aver già vissuto tanto e che ogni giorno passa più velocemente. Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà il momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della vita in cui mi troverò rinchiuso e  quasi incollato su un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. é  terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte ad immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere dei rimpianti per scelte non fatte e cercare di convivere con esse.

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Cristina

    condivido con te: luoghi “dove incontri gente di tutto il mondo e pranzi fra un giapponese e un americano, visiti un museo sentendo commenti in lingue che non capisci e ti muovi con una metropolitana o un vaporetto.” o in un museo. E commento che ci si sente cittadini del mondo, la bellezza di immaginare un mondo senza barriere, poter comunicare o ascoltare persone che vengono da lontanissimo ti fa capire come siamo tutti uguali, esseri umani con la stessa voglia di essere lì. E condivido: io in crocierà mai, mi da un senso di deprimente, come galline in batteria. … A meno che non sia Love Boat, e io ne avessi bisogno, allora….ma sto troppo bene con il mio maritino , quindi nisba! Brava Mari.

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  2. Caterina

    Ok, in crocera non ci vado, però andrò a New York a lavorare o a studiare, vi assicuro che lo faccio, o se non altro vado al parco e leggo David Foster Wallace

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    • marinda

      Comunque, ovunque, tu leggerai DFW, ti sentirai in un posto che esiste solo nella sua scrittura. Brava Caterina

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  3. Penelope Pras

    Mi avete colpito (tu e DFW). Mi piacerebbe leggere questo libro, ma nel momento in cui mi sentirò “pronta”: ora ho solo voglia di leggerezza. Bell’articolo (machettelodicoaffare?).

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