Breve diario di una partenza trasformista

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L’importante è andare. Questo diciamo noi instancabili viaggiatori.
Ci piace scoprire persone diverse da noi, paesaggi mozzafiato, realtà che superano la fantasia, emozioni forti. Ma se proviamo a esplorare le motivazioni che ci spingono ad andare sempre e comunque, cominciando così un nuovo viaggio dentro di noi, non troviamo forse la voglia di uscire dai limiti che la realtà ci impone? E allora io parto.

Appena entro in aeroporto mi sento già all’estero; ciò che è strano nella mia piccola e limitata realtà casa-lavoro qui diventa normale, qui posso uscire dai miei schemi. Per esempio non importa come sono vestita, qui non rivesto il ruolo che ho nella mia vita quotidiana; non sono più figlia, collega, fidanzata, amica d’infanzia, la persona affidabile su cui si può contare sempre. Ho inevitabilmente un ruolo, ma non è meglio definito se non dalla parola viaggiatrice. E questa definizione è ampia, non mi impone una mise precisa o un comportamento atteso.
Incontro manager in giacca e cravatta, backpackers, habituè del mare in infradito, operai dell’aeroporto, africani in tuniche colorate, indiani, arabi, tamarri, modelle, l’italiano medio in vacanza.

Backpackers di tutto il mondo si incontrano e camminano assieme

Qui sento di potermi mescolare alla moltitudine senza stonare. Qualsiasi abito indosserò sarà appropriato e, per estensione aristotelica, qualunque comportamento terrò sarà accettato. Impercettibilmente comincio a sentirmi libera.

Mentre faccio il check-in un filo di ansia prende corpo…i documenti sono tutti in ordine? Mi faranno partire? Ci sono dei problemi? Ma l’ansia è solo una riga sottile, quella che non mi abbandona mai, la mia, perchè mi rendo conto che la sequenza dei gesti mi appartiene, è ormai un’abitudine e so di aver controllato le carte innumerevoli volte. E infatti proseguo tranquilla nel serpentone del controllo bagagli, carta d’imbarco e passaporto alla mano, certa che raggi X e metal detector non faranno scherzi al mio passaggio.

Salendo sull’aereo subito parlo una lingua che non è la mia, la compagnia aerea è del paese in cui sono diretta; cresce la sensazione dell’agio, la sensazione di appartenere al mondo nebuloso di viaggiatori, o meglio, al mondo e basta. Mi sento, paradossalmente, a casa. Proprio mentre me ne sto allontanando. Come se parlare una lingua diversa aprisse un altro grado di libertà; ovvero, se non parlo la mia lingua posso essere un’altra. E così è. Senza accorgermene inizio a chiacchierare con il mio vicino di sedile quando fino a qualche ora prima desideravo solo leggere e non avere fastidi. E succede invece che l’amica che mi accompagna, di solito ciarliera e instancabile, apre un libro e presto si addormenta. Comincia così la

L’aereo dei fiori: verso la libertà

mia vita “B”, quella in cui non faccio quello che le persone che mi conoscono si aspettano da me, o per meglio dire, non faccio quello che penso che gli altri si aspettino da me. La considerazione sembra contorta e lo è, così come lo è l’animo umano. Le abitudini comportamentali non sono certo conseguenza di un pensiero razionale ma sono istintive, sono connaturate alla nostra identità che si è formata negli anni, dall’interazione con le persone intorno a noi. E così in questo momento le mie reazioni a domande, gesti, comportamenti sono le solite, quelle che agisco abitualmente, ma hanno il germe della novità; sono più leggere, sono senza testa, si trasformano in nuvole impalpabili, quelle nuvole che raggiungeremo tra pochi minuti in volo. Sento meno il peso della responsabilità dei miei gesti. Viaggiare, cambiare il panorama delle persone che si muovono accanto a me mi fa sentire diversa, non “la solita me”. Forse mi sto prendendo una vacanza da me stessa.

Pensieri leggeri si mescolano al cielo e al mare attraverso l’oblò

Le hostess sono alte la metà di me, sorridono sempre e indossano un kimono fucsia. Già sento il profumo di oriente nelle salviettine che ci consegnano appena seduti. Da ora in poi non mi devo più

Profumo di loto e di spiritualita’ orientale

preoccupare di niente, loro si occuperanno di me. Mi rilasso, abbandonandomi al sedile-culla, dopo la tensione dei preparativi prima della partenza. Si tratta di un viaggio lungo ed itinerante, in luoghi lontani e sconosciuti e perciò lo zaino è stato preparato con cura maniacale perché fosse leggero ma con tutto ciò che potrebbe servire, medicine comprese. Ora il cervello si svuota dagli inconvenienti che potrebbero accadere, inscatolati anche loro nello zaino insieme ai corrispettivi rimedi che ho preparato. Il fluido della buona sorte si propaga nella mia testa e nel mio corpo, dai capelli alle unghie dei piedi: tutto andrà bene. Da adesso solo bellezza. L’emozione per l’ignoto è presente, per fortuna, ma si sta liberando dall’ansia.

Il viaggio semplice e senza problemi ma non senza senso

Il volo mi vola tra pisolini, film, pranzi e toilette; in men che non si dica raggiungiamo la destinazione. Scendo dall’aereo e raggiungo l’aeroporto: gli aeroporti si assomigliano tutti, mentre lo esploro è come se lo riconoscessi, pur non essendoci mai stata.

È uguale sì, ma anche diverso: per esempio non capisco niente di quello che vedo scritto sui cartelli con caratteri che definirei floreali; in aggiunta ci sono orchidee dappertutto. Mi accorgo che il bello del viaggio sta anche in questo: trovare indizi del conosciuto esplorando il nuovo.

La pace infinita di un tramonto sul Mekong, dopo una giornata di lento viaggiare sulle sue acque

Probabilmente incontrerò la perfezione della natura, che ben conosco, espressa in un modo che non mi sarei aspettata, in odori speziati, risaie inondate dal fiume, tramonti impareggiabili, foglie giganti, elefanti, bambini bellissimi; incontrerò le abitudini delle persone che ogni giorno vanno al lavoro, solo che non avranno il Bluetooth sulla bici arrugginita; proverò i rimedi della nonna, a base di semi di loto e non di cipolla; incontrerò monache buddiste, così simili alle nostre suore; incontrerò persone che mi aiuteranno senza chiedere niente in cambio, fermandosi al bordo della strada pur essendo in quattro su un motorino pieno di pacchi, senza il nostro caro giubbotto fosforescente; incontrerò chi mi prenderà cinque dollari per un servizio doganale che non effettuerà. E sarà tutto normale ma tutto mai visto in quella forma.

Mi dirigo a recuperare il mio bagaglio di certezze sul nastro trasportatore; non posso lasciare indietro il mio zaino, dove porto la mia storia e quello che mi caratterizza. Ma ad ogni partenza lo sento più leggero.

Realtà e favola si confondono: al mare con l’elefantino

 

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Chi lo ha scritto

Diansa

Lavoro per hobby, faccio la radiologa e mi piace guardare dentro le persone, in senso fisico e metafisico. Amo la musica, i viaggi, i nuovi progetti, la mia famiglia e i miei amici. Credo che la verità stia nel mezzo, quasi mai agli estremi. Mi piacciono le persone decise... ma anche quelle indecise, che rendono imprevedibile il prevedibile. La luna fa parte di me, dà il ritmo ai miei umori; un giorno principessa e un giorno Cenerentola. Se vedi in giro una vestita di lilla, dagli orecchini alle scarpe, compresi maglia, pantaloni, borsetta, penna, portachiavi...sono io.  

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Giorgio ponte

    Semplice quanto vero!
    È evidente che gli occhi di chi parla hanno visto molte cose e ne hanno intese molte di più.
    Bello

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