USA: amici o nemici?

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Nella giornata di giovedì 26 Luglio 2012 il governatore della BCE, Mario Draghi, ha tenuto una conferenza stampa da Londra. Per qualcuno si è trattato di un messaggio finalmente chiaro e forte mentre altri hanno parlato di intervento banale e presuntuoso, su argomenti di cui la comunità finanziaria era già da tempo a conoscenza. La sintesi del suo discorso è questa: l’Euro e l’unione monetaria europea sono un processo assolutamente irreversibile; la BCE, nel limite del suo mandato (leggasi: dei suoi poteri) interverrà per mantenere la stabilità del sistema; l’economia dell’unione europea è, nel suo complesso, più solida di quella degli Stati Uniti e il livello di coesione sociale maggiore.

Messaggi molto chiari e decisi, con i mercati finanziari che hanno festeggiato ovunque, con rialzi euforici nelle ultime due sedute della settimana.

Non entro nel merito se queste promesse siano più o meno sincere e, soprattutto, realizzabili, vista l’intransigenza della Germania su certe questioni; però, alla luce dell’ultimo punto, ho ritenuto assolutamente interessante andare ad analizzare la situazione del paese a stelle e strisce, per conoscerne e comprenderne mosse e strategie.

Perché sull’Europa sono da tempo puntati tutti i riflettori del mondo mentre sul fronte oltre atlantico è calato un silenzio quasi tombale: poco si sa sulla salute reale dell’economia e le uniche notizie giunte alle nostre orecchie parlano dello sbarco di Facebook sul Nasdaq, del futuro di Apple dopo la morte di Steve Jobs e, ahimè, dell’ennesima strage di innocenti, gesto di un folle omicida a Denver.

Ho preso così spunto dalle parole del buon Draghi e sono andato ad analizzare gli ultimi dati economici ufficiali Statunitensi. In questo esame ho cercato di trovare alcuni spunti che potessero smentire le presuntuose parole pronunciate dal governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, che sostiene da mesi che l’Europa è causa di tutti i mali e che deve urgentemente trovare le soluzioni perché altrimenti la crisi toccherà anche il suo paese con conseguenze imprevedibili. Alla luce di queste parole vorrei sapere in quale mondo parallelo vive il Sig. Bernanke visto che, da quello che ho appreso, non direi proprio che gli Stati Uniti stiano vivendo una congiuntura economica rosea! Lo dimostrano i 46.496.000 di americani1 che vivono grazie al programma SNAP (Supplemental Nutrition Assistance Program), ovvero grazie alla distribuzione dei buoni pasto federali. Questi vengono assegnati alle famiglie i cui requisiti economici rientrano nei limiti di quella che viene comunemente definita povertà, ovvero un’entrata lorda mensile pari a $2422 per una famiglia composta da quattro membri, con una ricchezza patrimoniale non superiore ai $2000. Stiamo quindi parlando del 14,6% dell’intera popolazione statunitense. Percentuale che deve convivere quotidianamente con la parola “sopravvivenza” e che negli ultimi anni è andata crescendo in maniera esponenziale, come dimostrano questi due grafici.

Questo diffuso aumento della povertà ha avuto una bella accelerata, guarda un po’ che strana coincidenza, dal 2007. Anno in cui sono cominciate a venire a galla le ingenti falle nel settore finanziario statunitense, dopo lo scoppio della bolla dei sub-prime, che ha portato al fallimento del colosso Lehman Brothers e che ha visto il governo intervenire con massicce iniezioni di liquidità per salvaguardare la stabilità del sistema (ops, parole che non suonano quindi nuove!).

Da sottolineare che, a distanza di cinque anni, le cose non sembrano affatto cambiate, visto l’annuncio di una perdita monster sul trading da parte di JPMorgan, stimabile al momento in sei miliardi di dollari (provate a fare un calcolo di quante teste si possono sfamare con questa cifra).

Gli USA si trovano nella “simpatica” posizione di accusare l’Europa di aver perso il controllo della finanza pubblica e privata, ma a casa loro continuano imperterriti con gli errori del passato, come se nulla fosse accaduto. Anteponendo sempre e comunque gli interessi di una ristretta cerchia di privati rispetto a quelli del popolo e delle future generazioni.

Questo atteggiamento non l’ho mai digerito, specialmente nell’ultimo periodo. Si susseguono le telefonate di Obama ai vari leaders Europei, per sincerarsi sulla risolutezza e sull’immediatezza di azioni forti e di riforme strutturali, ma di cambiamento, a Capitol Hill, nemmeno l’ombra. Nell’anno delle elezioni presidenziali, a maggior ragione, tutti questi argomenti diventano tabù, altrimenti chi finanzia le campagne elettorali?!

Il voler concentrare le attenzioni su altri lidi, mi ha fatto subito pensare male. Come stanno le finanze pubbliche americane, visto che è noto che a livello privato non se la passano così bene (gli americani sono sempre stati paragonati alle cicale, grazie all’innata propensione al consumo e alle politiche di credito troppo facili)? Ci può essere un qualche grado di correlazione tra lo stato di salute dell’economia USA e la sempre più costante focalizzazione sui problemi europei?

Nel cercare questa risposta, il quadro che si è delineato davanti a miei occhi è stato quasi sorprendente. Cercherò di farvi vedere un’America che pochi, forse, conoscono!

Qui di seguito analizzo lo stato delle finanze pubbliche, che sono quelle più interessanti ed indicative a mio avviso.

Il debito pubblico americano, al 31 Marzo 2012, è pari all’astronomica cifra di 15.582.079.000.00022, numero quasi impronunciabile, pari al 101,7% del PIL. E’ già qui possiamo vedere che la situazione non è affatto virtuosa. Tanto per fare un paragone, se mettiamo insieme il debito pubblico di tutti i paesi dell’area Euro e lo dividiamo per la somma dei PIL degli stessi, arriviamo ad una percentuale del 87,2%. Lo vedete dalla tabella riportata qui sotto.

Quindi primo punto a favore dell’Europa. Di seguito diventa interessante conoscere la natura dei possessori dei titoli del debito pubblico americano, esclusa la parte intergovernativa. Parlo della somma dei T-Bills, titoli con scadenza entro i 12 mesi; dei T-Notes, ovvero titoli con scadenza compresa tra uno e dieci anni e rendimento fisso; dei T-Bonds, titoli con scadenze sopra i dieci anni, rendimento fisso e cedole semestrali; e dei titoli inflation-protected, ovvero che proteggono dal rischio inflazione con un piccolo premio remunerativo. Secondo gli ultimi conteggi3, i titoli in possesso della Fed, cioè della Banca centrale Statunitense, sono pari a $1.744.108.000.000, in costante rialzo dal 2008, dove erano fermi a $484.486.000.000 (una crescita del 359%), grazie alle varie operazioni di sostegno susseguitesi negli ultimi anni ed a quella attuale (operation TWIST). Se entriamo ancora più nel dettaglio, notiamo che l’ammontare di debito detenuto da investitori esteri è cresciuto fino a toccare, in Maggio 2012, quota $5.264.000.000.000, pari al 33,78% del debito complessivo e al 48,5% del debito detenuto dall’intero settore privato. Una cifra preoccupante per un semplice motivo: qualora la percezione della solidità finanziaria del debitore diminuisse all’estero, il tesoro americano non troverebbe praticamente quasi nessun potenziale acquirente! Con la conseguenza di un sicuro default. Perché i rendimenti comincerebbero a salire rapidamente, rendendo la sostenibilità della spesa per interessi impossibile. Tra l’altro, analizzando le quote del debito pubblico detenute da mani estere, ho notato una cosa piuttosto interessante, ed allo stesso tempo inquietante. Come si evince dalla tabella fornita dal dipartimento del tesoro4, il più grosso finanziatore statunitense è la Cina, che da sola detiene più di un quinto dell’intero ammontare. Questa quota, però, si sta sensibilmente riducendo negli ultimi dodici mesi, a dimostrazione del fatto che qualche dubbio inizia a turbare le prospettive future. Gli unici apparentemente più che convinti del loro investimento sembrano i giapponesi, che stanno assorbendo, con i loro acquisti, le vendite cinesi. Ma più di un punto interrogativo è lecito, perché lo stesso Giappone è alle prese con una crisi economica infinita, e nonostante questo ha una moneta molto forte rispetto al dollaro.

Comunque sia, la concentrazione in due sole mani non rappresenta certamente una posizione invidiabile, perché espone notevolmente al rischio di controparte. Immaginatevi, per un momento, cosa potrebbe succedere se le vendite Cinesi si accentuassero (peraltro c’è già stata un’ammissione per il prossimo futuro) oppure se anche il Giappone iniziasse a vendere…!

Altro aspetto di importanza fondamentale nell’analisi del debito pubblico è la conoscenza della vita media residua dei titoli in circolazione. Grazie al calcolo di Fidelity (una delle maggiori società di gestione al mondo), visibile dal grafico, abbiamo un altro dato preoccupante: gli Stati Uniti hanno una montagna di debito in scadenza sul breve-medio termine, molto al di sotto della media dei paesi più avanzati.

Difatti, come si evince da quest’altra infografica, i titoli in scadenza fino al 2016 sono moltissimi!

Un totale di $4.992.801.823 di titoli dovrà essere rifinanziato. Questa serie di dati non mi lascia molti dubbi: gli Stati Uniti stanno volutamente manipolando l’informazione, distogliendo l’attenzione dai loro problemi, al fine di garantirsi molti investitori disposti a concedere loro prestiti, permettendo un rifinanziamento ed un allungamento delle scadenze a costi decisamente più bassi! I fatti mostrano chiaramente che questa strategia sta funzionando alla perfezione: gli investitori di tutto il mondo percepiscono i titoli del debito USA come porto sicuro in cui “custodire” i risparmi. Quello che, in gergo finanziario, si chiama SAFE HAVEN.

Se analizziamo l’andamento dei tassi di interesse dei titoli del debito pubblico americano, notiamo un andamento in evidente discesa, che si sta accentuando nell’ultimo periodo.

Cosa vuol dire questo? Che gli Stati Uniti si troveranno nell’invidiabile condizione di risparmiare moltissimi soldi per il pagamento degli interessi passivi nei prossimi anni, potendo utilizzare queste ingenti somme per “rivitalizzare” gli investimenti e far ripartire l’occupazione. Tutto questo a discapito dell’Europa, dove ingenti somme di denaro sono destinate unicamente a creare firewall e scudi protettivi per la sopravvivenza, in primis, dei paesi più deboli oberati da costi finanziari quasi insostenibili, e di conseguenza dell’intero sistema. Soldi che potrebbero essere altrimenti spesi per avviare tutte quelle riforme e quei progetti necessari a ricostruire un mercato del lavoro forte e robusto, che conduca ad una crescita generalizzata del reddito disponibile.
Chiudo, non senza amarezza, con una citazione famosa e quanto mai d’attualità: ”A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina…”.

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