Tu pensi

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Pensi che fin da piccolo respiravi: una casa, un insegnamento, qualcosa di accomodante come la sicurezza.

Pensi che puoi avere il miglior professore del mondo ma tutti sanno che la LUISS, l’Università della Confindustria, offrirà ai propri laureati più opportunità di inserimento nel mondo del lavoro, così il Campus Bio-Medico dell’Opus Dei rispetto ad un’Università che non ha dietro di sé una potente istituzione religiosa. Pensi che le Università con maggiori entrature e relazioni costano molto, pertanto si evince che sempre di più l’inserimento nel mondo del lavoro sta diventando elitario e se si esclude la quota raccomandati che non ha bisogno di università o stage, lo spazio per i comuni mortali si restringe anno dopo anno.

Pensi a Mark Zuckerberg, a Chad Hurley, a Steve Chen, a Jawed Karim, a Sergy Brin e a Larry Page. Se questi avessero fatto otto master, se questi si fossero specializzati come suggeriscono gli esperti, avrebbero sviluppato Facebook, Youtube e Google? Si dirà che quelli sono geni. Certamente, ma non a caso sono nati tutti negli Stati Uniti, nazione di forti contrasti sociali, dove un nero come Travyon Martin può essere ancora ucciso per strada senza che l’omicida paghi, dove il livello di indebitamento è stellare e la disoccupazione morde una generazione intera, persino gli studenti delle Ivy League, ma dove, ad ogni modo, si conservano alcuni spazi liberi per l’espressione. O forse no.

Pensi che non esista teorema che certifica che in Italia non possa esserci uno Zuckerberg, il punto è che il possibile inventore di Facebook non troverebbe terreno fertile e questo perché nel Bel Paese si considera superflua l’avventura verso l’inesplorato. Pensi però che le società a maggiore capitalizzazione sono tutte americane e che l’America ha un PIL da 15000 miliardi di dollari all’anno e che il secondo paese è la Cina che ha un PIL nominale di 6000 miliardi di dollari e allora ti chiedi perché tanta sproporzione. Pensi che l’UE, tutta insieme, avrebbe un PIL da 16000 miliardi e allora ti chiedi perché tanta idiozia e burocrazia a Bruxelles e nelle capitali europee.

Pensi, poi, che nell’area Ocse ci sono milioni di disoccupati e allora pensi che il dramma sia proprio qui: nei paesi del Primo Mondo manca il lavoro mentre in quelli del sud-est asiatico e in Cina ce ne è fin troppo. Ciò significa che nei paesi di prima area si sono formate tante menti consapevoli che non lavorano e che vedono la propria esistenza sfuggire loro di mano, rifugiandosi così in uno stile di vita fintamente alternativo, come diventare vegani, viaggiare low cost o parlare per citazioni. Pensi che in Europa ci sia sempre di più l’affermarsi della figura degli hipsters vale a dire giovani di cultura medio alta che non lavorano o lo fanno a tempo perso.

Pensi che l’Europa serva al resto del mondo non perché Mario Monti e Angela Merkel siano di buon senso ed autorevoli ma perché è un serbatoio pressoché illimitato di consapevoli menti che consumano. Di tutto. Articoli d’abbigliamento, cibi tecnologici, video, pubblicità e allora sei sicuro che durante il G8 o il G20 quello che più preme di sapere a Wen Jiabao o a Obama è se gli europei continueranno ad essere le cavallette dei consumi, tollerando anche le proteste contro la pena di morte o le ipocrite indignazioni rivolte alle multinazionali. Che cosa si farà con queste persone, si chiedono i governanti europei più assennati ed onesti? Basta che continuino a spendere, pensano i due plenipotenziari sino-americani, che facciano pure le loro proteste, gli affilati movimenti popolari, scendano pure in qualche piazza madrilena o londinese a gridare la loro rabbia, l’importante che abbiano stretto tra le falangi un tecnologico smart fabbricato all’interno di Foxconn.

Pensi, allora, che l’aspetto peggiore di tutta la storia è che puoi convincerti della situazione, considerare la recessione economica o avvilupparti alle tante altre vie di fuga che un mondo hi-tech e nebulizzato consente ma esisterà, sempre, una sottile convinzione che ti suggerirà che la colpa è solo tua e che se sei un fallito è assolutamente inutile rivolgere lo sguardo alle cause della crisi o alle ultime parole ulceranti del “politichetto” di turno che ti spiega come si esce da essa.

Pensi, magari con un smartphone in mano, che il mondo, in fondo, è straordinario perché lo si racchiude in un rettangolo effigiato con una mela mozzicata e che un sistema operativo sempre migliore sia più eccitante di una bella bionda, pensi che i social network saranno la salvezza di turno mentre un attempato signore in televisione spiega che le rivoluzioni arabe e quelle a venire saranno opera di giovani armati di tecnologia salvo poi, durante la pausa pubblicitaria, ordinare una fotocopia allo stagista a zero euro e senza contratto.

Pensi che la prossima volta il mondo e la Storia riserveranno qualcosa di migliore e ti accorgi di non credere alla metempsicosi, pensi allora che tua figlia non soffrirà quanto stai soffrendo tu nei peggiori anni Dieci del Secolo Ventunesimo. Pensi che la Storia è progressiva nel bene dimenticandoti che quella progressiva è solo la consapevolezza di ogni essere umano (se vuole) ma non lo sono le condizioni socio-economiche che possono peggiorare. Pensi di vivere in un secolo che sarà insuperato e non ti accorgi che anche nell’Ottocento credevano questo. Pensi che la televisione morirà a scapito di Internet e allora pensi che ci sarà più libertà trascurando il fatto che un nuovo trust orienterà anche questo mezzo straordinario, perché il Darwin economico è sempre all’erta, vivo e vegeto.

Pensi che occupare una delle tante case prodotte dall’edilizia illogica non sia più qualcosa che fanno solo i punk del mondo ma che cominceranno a farlo anche ex ricchi figli della classe media con una laurea e due dottorandi in tasca.

Pensi che la Grande Crisi c’è ma che alcuni la sappiano solo nominare pur non soffrendone e ti ricordi di quei lontani pomeriggi della tua infanzia quando sentivi adulti discutere di qualcosa come i rapimenti dei bambini o l’eroina e tu credevi che non potesse capitare a te.

Pensi alla fine che la parola cambiamento sia solo una parola e che uno può decidere di dare una svolta alla propria vita pensando che sia quella definitiva e tutto dura pochi giorni perché la differenza non la fa mai, proprio mai, una scelta estrema.

Pensi che sia importante impegnarsi in politica ma poi capisci che dopo la rivoluzione francese è venuto Napoleone e una rivoluzione non ha mai un lieto fine ma solo un grado di consapevolezza in più, e frustrazione. Pura, acida e spietata frustrazione.

Pensi che le prossimi Olimpiadi di Londra saranno fantastiche ma non per gli italiani, e sai benissimo che i risultati saranno disastrosi anche se i giornali, così come fanno con la politica, cercheranno di celebrare con pompa retorica qualsiasi tipo di medaglia gli atleti italiani riusciranno a racimolare.

Pensi che chi comanda sia di un’altra pasta, che in fondo c’è un motivo per cui sono lì, ai vertici, con le giacche e le cravatte, i tailleur stirati a lucido, le capigliature compatte e coese, le parole misurate e la bocca fissa e tesa, leggi qualche loro provvedimento, hanno sempre una qualche spiegazione, poi però tu stai male e inizi a bestemmiare o pure vai dallo psicologo, oppure ti imbarchi in un cargo diretto in Uruguay dove da poco hanno legalizzato la marijuana.

Pensi che farsi tatuare una pubblicità di un marchio sia roba da ordinaria follia poi ti accorgi che è più dignitoso del mutuo che vai a chiedere in banca e che un impiegato con la riga ti nega al di là del bene e del male. Pensi allora che ti disinteresserai di tutto fino a quando vagherai per strada come un George Bailey senza angelo custode.

Pensi che fin da piccolo respiravi. La tua sicurezza era quella di una famiglia piccolo-borghese e adesso hai cambiato pelle e non ti ci ritrovi più, e la sicurezza non fa più parte del tuo ambiente. Pensi che adesso alla sicurezza si è sostituita l’aggressività e la dignità della sopravvivenza. Pensi che sei meno formale, meno timido, meno accondiscendente e pensi che almeno questi anni hanno tirato fuori qualcosa che non faceva parte del tuo milieu sociale: la grinta.

Pensi allora che la grinta condurrà dritto alla salvezza. O alla Guerra.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. cicci

    Le generazioni che ci hanno preceduto PENSAVANO, si vedevano inadeguate e PENSAVANO che dare ai propri figli un istruzione superiore fosse il modo migliore per affrontare il mondo, così in questo mondo di “pensanti” che hanno tutti la stessa base culturale, che inevitabilmente li porta a pensare allo stesso modo (se non addirittura alle stesse cose) nessuno è pronto a non essere inadeguato e nessuno sa trovare una nuova “istruzione superiore” per le future generezioni che ci faccia far la pace con la nostra coscienza.

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  2. marinda

    dopo che ho letto “Tu pensi” continuo a pensarci. Mi hai colpito e affondato Jeremy.

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