Musicoginecopedia: Sara

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Eh, Antonello Venditti ci sapeva fare. Sara era una canzone stupenda quando uscì nel 1978. A quei tempi il cantante del buriname nazionale stava esplodendo, portava la barba, era piuttosto impegnato, a suo modo, forse perché facendo finta di essere un cantautore rosso si distaccava dai Riccardo Fogli e dai Drupi.

Sara di Antonello Venditti

Musicoginecopedia

Giulia la brava e Lilly la strafatta. Elisa che non è neanche bella ed Anna bellosguardo. Albachiara che va a scuola mangiando una mela, Francesca a passeggio vestita di rosso e quella casalinga fedifraga della signora Lia. Chi non conosce Margherita che è il sale? Chi sarà mai la glaciale bella senz’anima che però a letto ti darà di più, mentre invece Gloria stira cantando? Scusate, non è Gloria, ma fa nulla. Linda che balla, Anna che verrà, Valentina cocca e polpa d’albicocca. Negli anni sessanta Lisa aveva perso le trecce ma non gli occhi blu. Tra creature diafane, casalinghe frustrate, ninfette alla Nabokov e dolcissime donne pronte ad abbandonarsi, ci sono anche Marinella che volò sopra una stella, Bocca di rosa che portò la primavera a Sant’Ilario, Franziska stanca di attendere il suo uomo in latitanza e Jamina lingua infuocata, fino ad arrivare a Prinçesa, che non è italiana e neppure donna e che nacque ragazzo brasiliano. Ecco l’enciclopedia delle donne nella canzone italiana. Si comincia con Sara.

Anche allora indossava quegli stessi orribili occhiali che fanno tanto Califano e componeva canzoni, tutto sommato, manco sgradevoli: nello stesso 33 giri che contiene Sara si trova anche Chen il cinese, che coltiva l’erba più dolce in ricordo di lei; Nata sotto il segno dei pesci: gli amici del movimento si preoccupano più del posto fisso e dell’amore, anticipando l’edonismo degli anni ottanta; Bomba o non bomba, che racconta una specie di marcia su Roma con falce e martello, ma che è soprattutto una sorta di inno alla libertà del cantautore.

Ma non divaghiamo. Era la fine degli anni settanta, l’epoca della crisi economica, dell’impegno rosso a suon di P38 e delle risposte nere col fragore delle bombe sui treni, ma anche della liberazione dei costumi. Le donne italiane, appunto, si liberavano degli antichi pudori. Con qualche effetto indesiderato. Il pezzo di Antonello narra una tipica storia di amore adolescenziale, protagonista una ragazza delle superiori (minorenne?) rimasta incinta di uno studente universitario un po’ più grande di lei, un po’ spiantato, pochi soldi e molto da fare con i libri e che quindi non ha tempo e possibilità per riparare al guaio che ha fatto. A noi però interessa la versione di Sara, ritrovata fortunosamente su una bancarella digitale.

“Ah disgraziato. C’ho diciassette anni e m’hai rovinato. Antonello te chiamavi, sì, com’er cantante. C’avevi la bella faccia, i modi disinvolti. Facevi quello de sinistra, quello che capisce tutto. Come parlavi bbene. L’amore libero. La lotta per la ggiustizia. Te piaceva anna’ a fa’ a botte anche se tornavi sempre bello e sano. ‘Ndo facevi a botte? Con le papere di Villa Borghese? Invece c’avevi sempre voglia di metteme le mani addosso. C’avevi la fregola. Com’è che o’ chiamavi? L’orgone? C’avevi qualcosa dentro che quando me vedevi dovevi toccamme.

Le amiche mie che me dicevano ‘Ao, Sara, sta’ attenta, che quello è un fijo de una mignotta.’ Nun c’avevi ‘na lira, nun studiavi e nun lavoravi. Prima me porti a vede’ l’arancia che rosseggia sui sette colli, me parli della santità der cuppolone, me fai senti’ gli usignoli. E invece erano li passeracci de li mortacci tua. Me dicevi ‘tutto quello che voglio è solamente amore e unità per noi’. Come me la cantavi bene. Ero proprio ‘nnamorata. Nun ce capivo niente. ‘ Me dicevi ‘Annamo a fa’ l’amore che poi te fai la doccetta e nun c’è problema’. E io, scema.

Mo’ me dici de svejamme perché è primavera. Ma che primavera d’Eggitto. C’ho sonno: ‘sta panza che me cresce nun me fa dormi’! E tu, che stai a fa’? Nun c’hai ‘na lira? Va’ a lavora’ che devi mantenneme a me e ar pupo tuo. Mi’ padre nun c’è e mi madre mica ce la fa. Nun c’hai tempo perché te devi laurea’? Ancora? Ma se so’ sette anni che stai alla Sapienza. Allora damme ‘na mano che devo anna’ a compra’ il corredo per il pupo che, amico bello, è pure tuo, mica me lo cresco da sola.

Ma com’è ‘sta canzone ch’hai scritto? Non l’ho capita bene. Io non sono più sola perché c’ho il bambino e je basta l’amore mio? Ma che vor di’? Che lo vuoi fa’ cresce’ orfano? Ma guarda che a te t’ammazzo, così er pupo davero je basta l’amore mio. E poi, che m’hai detto? Mi sposi quando te laurei, così mamma mia potrà piagne’ in chiesa. Guarda che sta’ a piagne’ già adesso. Va tutti i giorni in chiesa a piagne per me che so’ ‘na disgraziata che t’ha creduto.

E statte tranquillo, che ce sto attenta cor motorino. Lo so’ guida’ mejo de te, che l’altro giorno te sei sfasciato le corna cor 446. Oggi c’avemo er compito de datterografia. Nun so come faccio a scrive’ a macchina con ‘sta panza. Certo che nun c’entro ner banco. E che te credevi? Mo vojo vede se me chiami pe’ sape’ com’è annata.

Meno male che ce stanno le mie amiche, che so’ le uniche che me danno ‘na mano. Me dicono che me devi sposa’ subbito, mica fra dieci anni. Il fratello nun ce l’ho ma c’ho un cugino fascio che non vede l’ora de crocchiatte le ossa, a te che sei pure rosso. Hai capito? Sbrigate.”

Sara e Antonello: una coppia moderna nell’Italia della liberazione sessuale.

Sara, svegliati è primavera.
Sara, sono le sette e tu devi andare a scuola.
Sara, prendi tutti i libri e accendi il motorino e poi attenta, ricordati che aspetti un bambino.
Sara, se avessi i soldi ti porterei ogni giorno al mare.
Sara, se avessi tempo ti porterei ogni giorno a far l’amore.
Ma Sara, mi devo laureare, e forse un giorno ti sposerò.
Magari in chiesa, dove tua madre sta aspettando per poter piangere un po’.
Sara, tu va’ dritta non ti devi vergognare.
Le tue amiche dai retta a me lasciale tutte parlare.
Sara, è stato solo amore, se nel banco non c’entri più.
Tu sei bella, anche se i vestiti non ti stanno più.
Sara, mentre dormivi l’ho sentito respirare.
Sara, mentre dormivi ti batteva forte il cuore.
Sara, tu non sei più sola, il tuo amore gli basterà
Il tuo bambino, se ci credi nascerà
Sara, Sara, Sara ….

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

Cosa ne è stato scritto

  1. marinda

    E Susanna la maglietta numero 28? e Jenny che è pazza e vuole dormire? E Marina, una ragazza bruna MA carina? che poi Antonello ci racconta che se ne è andata e insegna in un scuola. E Mary Luis con le sue belle tette? Ma é Magda forse che suona il piano? E Marta dai capelli fermi come il lago? Sally che è tutto un equilibrio sopra la follia?
    Max grazie, siam veramente un’infinita fonte di ispirazione musicale.
    Di Ligabue non mi viene in mente nemmeno un nome ma ci dice che spera che ci sia andata bene, come sognavamo da piccole.

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