Annales: la bomba atomica

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Si è sicuri di credere che quando Enola Gay Haggard partorì Paul nel 1915, lei non avrebbe mai immaginato che la sua creatura sarebbe stata il braccio armato della distruzione di massa.

Si figuri poi se Enola, un’americana del secolo scorso, avrebbe mai potuto prevedere che il cucciolo appena dato alla luce avrebbe spinto il mondo, per la prima volta nella Storia, a ragionare seriamente sulla sua possibile fine.


Questa rubrica si ispira ai metodi di una corrente della storiografia che identifica le cause del divenire storico negli ampi movimenti economici, politici e sociali che trascendono i singoli uomini e/o che coinvolgono diverse generazioni.
Ogni contributo della rubrica riassume e “iconizza”, in antitesi con i dettami della scuola delle Annales, in un singolo fatto o personaggio l’accadimento descritto.Se volete contribuire, mandate il pezzo alla redazione.

Come la macchina a vapore, che cambiò il mondo in poco piú di 50 anni, la bomba atomica e la sua capacità di distruzione totale, ineguagliata da qualsiasi altra arma o esercito precedente, fece fare uno di quei salti alla Storia che proviamo ad analizzare con questa rubrica.
La guerra per esempio, di fatto, si ridusse ad una mera questione di “first-strike“.  In effetti, gli strikes su Hiroshima e Nagasaki posero fine alla seconda guerra mondiale.
Da allora, niente fu come prima.
Sappiamo cosa successe dopo: guerra fredda, politica dei blocchi, comunismo contro capitalismo, etc. etc. Nel sotto-testo però, la politica estera dei due maggiori paesi, Usa e Urss, si svolse sempre con un convitato di pietra: la Bomba.

A differenza della macchina a vapore, la Bomba provocò invece una rivoluzione  piú intellettuale e mentale che pratica e concreta. La vita, dal dopoguerra alla caduta del muro di Berlino, certamente cambiò per effetto della seconda rivoluzione industriale o della rivoluzione verde, ma cambiò in profondità e radicalmente la percezione dell’uomo di sé, introducendo un fattore di impredicibilità e fatalismo nell’esistenza di tutti. Tutto a causa della bomba.
La fine del mondo, dell’umanità.
Un concetto tutt’altro che nuovo, già conosciuto da millenni da fedeli di tutti i tipi. Come in molti casi però, la realtà superò qualsiasi fede/fantasia.
La fine del mondo esiste e gli uomini stessi possono deciderla. Ora.
L’uomo aveva inventato una tecnologia capace di far finire il mondo.
Come conseguenza del peek sulla fine del mondo fornito dalla Bomba con i fatti di Hiroshima nel 1945, cominciò ad inculcarsi nella mente degli esseri umani un concetto di morte globale, di morte totale. La morte, istantanea e per tutti, era lì, e non in qualche libro polveroso o nelle parole di qualche profeta.
Da allora in poi, nessun essere pensante ne avrebbe potuto prescindere.

Ai giorni nostri, non se ne parla piú.
Forse perché le ultime generazioni sono nate con la minaccia nucleare, piú probabilmente a causa della straordinaria capacità d’adattamento dell’essere umano. In effetti, nessuno più si stupisce che un pezzo di ferro possa volare contenendo degli uomini, o che non sono il sole e gli altri pianeti a girare intorno alla Terra.
Eppure, anche ignorando la portata intellettuale, il tema è attualissimo: centinaia e centinaia di bombe capaci di annientare il genere umano sono sotterrate in bunkers sparsi per il mondo, cresce il numero dei Paesi che la possiedono e di conseguenza il numero degli uomini che possono scatenare l’ultimo disastro; scienziati nucleari vengono uccisi a causa della Bomba mentre Israele scatena la prima pura cyber-war contro l’Iran per cercare di impedire agli iraniani di fabbricarsela.

Dopo la bomba atomica nulla è stato, è e sarà come prima.
Ma, soprattutto, non sappiamo per quanto sarà.

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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