Un altro mondo

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Nel Paese dove l’acqua costa più della benzina esistono due religioni: l’Islam e il petrolio. L’Arabia Saudita e la raffineria di Al Jubayl: da qui passano gli interessi incrociati di tanti Stati e multinazionali del mondo, nel

La città industriale Al Jubayl vista dall'alto

La città industriale Al Jubayl vista dall'alto

solco della lotta sfrenata per l’accaparramento energetico.

Al Jubayl. Questo è il luogo. Qui si recano migliaia e migliaia di lavoratori, con le più diverse qualifiche e mansioni nel campo petrolifero. È qui che molti italiani si trasferiscono per due, tre, quattro anni come i soldati delle terre povere del Sud Italia che vanno in Afghanistan per costruirsi un futuro, garantirsi qualcosa di più della parvenza di dignità concessa a chi, invece, sceglie di rimanere nella ricca Europa. Ricca? Lo era, per lo meno fino a poco tempo fa. Per lo Human Development Index, l’indice di sviluppo umano, l’Italia è da Primo Mondo, ha un tenore che i rilevatori evidenziano come “molto alto”. Al Jubayl, in Arabia Saudita, non è bagnata da quattro mari come il Belpaese ma si affaccia sul Golfo Persico e lo stesso indice suggerisce “alto” ma non “molto alto”.

Che razza di paese è l’Arabia Saudita? Una teocrazia certo, un ordinamento che segue la sintassi della sharia, un islam declinato nella sua corrente meno secolarizzata fra tutte: il wahabismo. I mutaween sono i componenti della speciale polizia religiosa che rastrella i centri commerciali, gli spazi sociali della città e del vivere quotidiano, al fine di osservare, verificare, far rispettare i valori mutuati dalla religione di Muhammad. Li chiamano, in patria, i Commissari per la Propagazione delle Virtù e la Prevenzione del Vizio, come se si potesse infondere in un uomo la virtù e allontanarlo dall’umano condotto che porta al vizio. Virtù e vizi in Arabia vanno di pari passo senza che questi commissari intervengano. Accanto alla sua natura di paese dalle abbondanti riserve petrolifere c’è una varia umanità che campa con un reddito pro capite di 8000 dollari all’anno; accanto alla robusta e secolare storia delle radici islamiche c’è il fondamentalismo cieco wahabita, la variante intransigente della religione di Maometto. Vizi e virtù, tutti insieme.

Il centro petrolifero mondiale

Il centro petrolifero mondiale

Esistono multiple linee di confine ad Al Jubayl. Quella tra le religioni, quella tra i soldi, quella tra il rispetto delle diverse dignità umane. Demarcano il limite al di là del quale può esserci un diniego, una censura se non la decapitazione in piazza Chop Chop nella capitale Ryadh. A vincere è sempre il potere più forte, che sia religioso od economico poco importa. Nei cantieri, le zone industriali dove le compagnie sfruttano l’oro nero, c’è la vita capitalistica del luogo. L’operosità a cinquanta gradi è premiata con più o meno corposi stipendi, a seconda della nazionalità: se sei europeo avrai uno stipendio più alto, “benefits” di sostanziosa generosità e voli in classe business per andare  e tornare; se sei extracomunitario, se hai la sfortuna di essere nato in un Paese come l’India, che cresce secondo il PIL (fa parte dei Brics), ma è immobile sul versante dei diritti dei lavoratori, avrai un deficit da scontare nei confronti dei tuoi colleghi occidentali. Meno soldi, meno ritorni in patria, soggiorni meno accoglienti, più ore di lavoro.

Dunque, finito il lavoro dei cantieri, i lavoratori si spostano nei compound. Senza i compound – complessi di edifici o, più comunemente, residence – Al Jubayl sarebbe un territorio brullo, con la tipica vegetazione e biodiversità arabica, affacciato su uno dei golfi più belli e dannati del globo. Qui ci sono state guerre di religione, qui si è inquinata la natura per le sfide economiche dei paesi più potenti, qui la generazione occidentale cresciuta negli anni Novanta ha visto la sua prima guerra dal vivo, schermata, come sempre e come tutto, dalla televisione: la “braudillardiana” Guerra del Golfo

In questa città di centocinquantamila abitanti, situata nella provincia orientale di al-Sharqyya, a troneggiare c’è il desiderio e la necessità del petrolio. È dal petrolio che parte tutto, è col petrolio che si compone il tutto. Se nel 1938, in un’altra città, Dharan (sempre sulla costa orientale e sede del colosso Saudi Aramco), non l’avessero scoperto, l’Arabia Saudita sarebbe stato uno dei paesi più ricchi di storia e poveri di risorse, sarebbe stata, niente più niente meno, che un’asfissiata regione al pari di quelle dell’Africa sub sahariana. Una regione intrisa di storia politica e religiosa, animata da qualche oasi e da gruppi sparuti di seducenti esemplari di dromedario. Dal ’38 in poi l’ordito del destino è cambiato.

Il petrolio è il Novecento e il Novecento è il petrolio. Si combattono guerre, tra ricche potenze o poveri e feroci isterici dittatori del mondo. Per il petrolio, il Sudan cosparge di bombe a grappolo il Sud Sudan, per il petrolio, Saddam invase il Kuwait, per il petrolio gli Stati Uniti d’America sono pronti ad inventare droni assassini e a credere di essere esportatori di libertà, per il petrolio i Rafale francesi sono stati i più lesti a sfrecciare nei cieli libici durante la Primavera Araba del 2011. In seguito alla scoperta dell’oro nero, dalla seconda metà del secolo scorso, ricchi sultani, imperituri sovrani di auto-imposta derivazione divina, invadono le opulente città dell’Occidente raschiando il fondo dei loro portafogli tra un quartiere imperiale di Londra e un vernissage parigino. Il petrolio fa sì che pochi ricchi vestiti di thawb vadano da Bulgari o Dior a comprarsi quello che desiderano, o battere le aste di Sotheby’s e Christie’s, per poter esibire nelle loro lussureggianti reggie in Medio Oriente i capolavori di Munch, Picasso, Dalì e De Chirico.

Gli immensi profitti dei sauditi si originano in città come Al Jubayl e nel suo microcosmo, composto e vissuto dai dipendenti delle grandi multinazionali che lavorano sui giacimenti da cui l’Arabia Saudita produce circa 265 milioni di barili all’anno, azionando un giro di soldi da miliardi e miliardi di Euro (quasi la metà del PIL saudita deriva dal predetto ambito). Dietro al magniloquente indotto economico-finanziario, vicino alla terre sfruttate per l’estrazione del petrolio, ci sono i compound delle multinazionali. Nei compound gli ingegneri, gli operai, gli ispettori che si occupano della futura raffineria, dormono e cercano di vivere. La settimana è dura, si lavora alacremente per consegnare il prodotto finito, persino sette giorni su sette per qualche mese consecutivo. Chi non è sposato non può portarsi dal proprio paese nessuno, neanche se convive con una compagna da svariati anni. Il codice musulmano non consente la convivenza tra uomo e donna, è proibito persino andare in macchina insieme se non si è sposati. Sono qui, tutti, solo e unicamente per soldi, mercenari per i loro figli, per il loro futuro, per le loro mogli, sebbene svolgano, solo e unicamente, il loro lavoro di ingegneri, revisori, operai.

Una donna saudita vestita col niqab, il "velo" che preserva le donne arabe dall'impudicizia

Una donna saudita vestita col niqab, il "velo" che preserva le donne arabe dall'impudicizia

Ad Al Jubayl la Satorp è la società nata dalla joint venture tra Saudi Aramco, la compagnia nazionale degli idrocarburi, e la francese Total. Due colossi. Aramco produce petrolio e possiede la quasi totalità delle riserve del paese e quindi del mondo se si considera che in Arabia Saudita Muhammad, o chi per lui, ha messo una percentuale considerevole delle riserve petrolifere mondiali. Lo stato saudita è il secondo produttore mondiale di petrolio dopo la Federazione russa e primeggia da leader nei consessi dell’OPEC, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, composta da dodici dei maggiori produttori del pianeta Terra.

La Satorp demanda la costruzione della raffineria appaltando ad alcuni “general contractors” il lavoro operativo. I contractors vengono pagati ab origine per poi consegnare all’Aramco e alla Total la raffineria conclusa e pronta per l’uso. La potente joint venture movimenterà come meglio crede il petrolio raffinato, destinato ad essere commercializzato e a offrire ricavi pressoché illimitati. Tra i contractors di questo progetto nato ad Al Jubayl (che è solo uno dei tanti sparsi nel territorio saudita), ci sono la holding francese Technip, la spagnola Tecnicas Reunidas, le coreane Samsung (sic),  SK E&C e Daelim, l’indiana Punj Lloyd, la giapponese Sumitomo, le saudite Al-Oasis, Chiyoda Petrostar e Dayim, le singaporiane  MR Al-Khathhlan e Rotary Engineering e la partenership saudita-singaporiana Petrol Steel Company. Queste si dividono le lande del petrolio di Al Jubayl, 70000 metri quadri di fatica, deserto, lucro. I package affidati ad ognuna di esse sono vere e proprie aree geografiche divise per unità di processo. Nelle unità si giocano i ruoli preposti alla costruzione della raffineria, così ogni multinazionale adempie alla propria funzione come la generazione di vapore, lo stoccaggio e le tante altre specifiche funzioni non direttamente legate al ciclo industriale ma di supporto ad esso.

Alla base di questo schema piramidale ci sono le società, subappaltate dai main contractors, che forniscono per lo più la manodopera, più prosaicamente gli operai, la forza lavoro. Nella fase  di costruzione i contractors principali hanno bisogno di ditte specializzate nella costruzione. Per la multinazionale Technip, responsabili di questo compito, e in qualità di sub contractor, ci sono l’italiana Astaldi, la russa Synopec e l’egiziana Nesma che forniscono lo “scaffolding” (ponteggi, impalcature), gru e operai, quasi tutti immigrati in Arabia e provenienti da Cina, India, Filippine, Bangadlesh.

La Mecca

La Mecca

A latere di questi complessi rapporti di lavoro, dei fruttuosi accordi commerciali e industriali, in Arabia Saudita e ad Al Jubayl le differenze si evidenziano anche tra i lavoratori di una stessa multinazionale. Come detto, i dipendenti di Technip Italia e quelli di Technip India non hanno lo stesso trattamento: i primi possono tornare a casa ogni due mesi, i secondi lo fanno ogni sei. Gli stessi compound non sono uguali per i lavoratori. Alcune multinazionali garantiscono complessi accoglienti con piscine, palestre, case comode, altre, al contrario, offrono ai propri dipendenti residence fatiscenti al limite della vivibilità. Nei compound gli europei stanno con gli europei, gli indiani con gli indiani, i filippini con i filippini: non ne esistono di misti. È bizzarro ma come in Arabia l’integrazione tra sauditi e immigrati è pressoché inesistente, anche nei luoghi del lavoro si riflette la stessa discriminazione, una ghettizzazione tra continenti dove il discrimine sta nell’essere nati in Stati in cui il welfare è sviluppato (Italia o più in generale l’Europa) e Paesi in cui il sistema dello stato sociale è in forma larvale se non impalpabile.

Gli europei tendenzialmente riposano il venerdì, si prendono un giorno di sosta dalle fatiche del cantiere, a differenza di indiani, filippini, bengalesi, africani che mantengono ritmi da sette giorni lavorativi a settimana. Anche le dinamiche del riposo sono discriminanti e dettate dalla provenienza geografica: gli europei hanno l’interruttivo (la pausa dal lavoro) ogni due mesi, gli indiani e gli altri possono arrivare addirittura a sei mesi filati, senza staccare un giorno dai cantieri dove il sole si confonde con i fumi del petrolio. Gli uni abbracciano i propri cari ogni otto settimane, gli altri arrivano a stare fuori da casa ventiquattro settimane, se non di più.

Per trovare un po’ di sollievo, alcuni, nel venerdì di riposo (per chi ne usufruisce), si recano a Khobar dove un ponte unisce l’Arabia ad uno degli isolotti dell’arcipelago del Bahrain. La sharia è meno stringente ed è possibile trovare alcol, carne di maiale e qualche prostituta, tutto è più tollerato e non è un caso che nel Bahrain ci siano diverse basi militari americane. Dall’arcipelago i lavoratori, per lo più europei, si riportano in Arabia un po’ di affettati, prodotti hi-tech, si levano, per così dire, qualche sfizio proibito dalla logica tetragona dell’islam saudita. Alla frontiera i beni comprati in Bahrain vengono tollerati e, così, un europeo è in grado di gustarsi una fetta di salame al ritorno nel compound. Sia l’arcipelago che l’Arabia sono state solo minimamente sfiorate dai venti di rivolta e dignità dell’anno scorso. Ci sono state anche nei due paesi alcune proteste, sopratutto nel Bahrain, sebbene la consapevolezza degli abitanti e i potenti complessi militari abbiano cozzato e visto prevalere i secondi. Ad ogni modo è difficile prevedere un intervento della Nazioni Unite, degli USA o di qualche potenza occidentale. L’Arabia e il Bahrain, così come il Qatar e gli Emirati Arabi, sono così importanti dal punto di vista del commercio, dell’economia,  dei destini finanziari che mai subirebbero la dura presa di posizione che minaccia Siria e Iran. Solo l’Arabia esporta le quantità maggiori di petrolio in Europa e in America, spende a favore degli americani una quantità importante di denaro per rifornirsi di strumenti militari e il peso diplomatico che ha assunto, insieme al Qatar, è diventato decisivo per le sorti del Medio Oriente e la Lega Araba.

Nella terra saudita le contraddizioni sono spinte ad un livello così paradossale che una bottiglia d’acqua da un litro costa quaranta centesimi, ben trenta centesimi in più di un litro di benzina. Un litro di benzina in Arabia costa dieci centesimi! Sebbene le stime degli esperti dicano che in terra arabica il petrolio si esaurirà, tenendo conto dei ritmi di estrazione ed esportazione, tra un’ottantina di anni, niente sembra turbare il ciclo industriale di Al Jubayl, dove gli uomini rischiano di diventare persone senza più domande, condizionamenti culturali, voli di fantasia, uomini che hanno una sola direzione che li porta dritti ad un unico obbiettivo: la fine della raffineria che stanno costruendo. Chi si trova ad Al Jubayl non è paragonabile ai giovani americani reclutati nella guerra del Vietnam, quelli erano poveri sia alla partenza che al ritorno (se tornavano), questi, almeno gli europei, sono ingegneri, tecnici specializzati che arrivano a guadagnare anche settemila Euro al mese. Tuttavia il metro non è esclusivamente economico per fare raffronti e se, allora, il paradigma diviene il sentimento umano, i veterani del Vietnam e i lavoratori di una raffineria sono esseri umani molto simili che hanno scontato, scontano e sconteranno il ritorno alla normalità in termini di integrazione sociale e civile.

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Giuseppe

    Quasi tutto vero, peccato per diverse imprecisioni soprattutto ”Geografiche”: Sinpec e’ Cinese, Chyoda Giapponese, Nesma Libanese etc etc. PS: il Venerdi’ il cantiere e’ fisicamente fermo o quasi per cui la maggior parte di chi non lavora sono proprio gli opeari (Indiani, Pakistani etc)…..almeno quello

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