#terremoto: un’altra informazione è possibile

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Subito dopo le scosse di terremoto di qualche tempo fa in Emilia, tanti avranno acceso la TV o si saranno collegati ai siti dei più importanti quotidiani. Ed è probabile che abbiano letto: “Scossa di terremoto nel Nord” o “Trema la terra a Milano”. Chi invece   ha aperto Facebook, Twitter ha potuto sapere prima e subito dove il sisma era stato più forte: leggendo il tweet dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia o quelli di amici e semplici utenti sparsi per l’Italia che informavano sull’intensità del terremoto dai loro luoghi d’osservazione.

Tweets con hashtag: #terremoto

Se il sito de “La Repubblica” titola: “Scossa di terremoto a Milano” è perché chi aggiorna il sito in quel momento è a Milano e perciò può fornire un’informazione relativa solo a quel luogo. Ma nello stesso tempo, migliaia di “normali cittadini” possono invece offrire informazioni equivalenti o spesso più precise di quella de “La Repubblica”, perché si trovano in luoghi più vicini a quelli in cui l’evento era accaduto.

In altre parole il “post-scosse” è stato un piccolo, ma significativo esempio della distanza (in questo caso anche fisica) che spesso esiste tra la maggioranza dei media tradizionali e i cittadini, ciò che loro accade, insomma la vita reale e vissuta di tutti noi.

L’impressione è che gran parte di giornali e giornalisti siano un’altra delle tante caste italiane, dove per casta intendiamo una classe di persone chiusa in se stessa, che si muove per mantenere privilegi e rendite di posizione e che ha perduto il contatto con il mondo esterno (e più in particolare con i “normali cittadini”) che dovrebbe servire o rappresentare. Come diceva Primo Levi: “Il privilegio – per definizione – difende e protegge il privilegio”. Se dunque si crea una situazione in cui a certi individui sono dati non solo privilegi, ma anche i mezzi per difenderli e proteggerli, è probabile che ciò accadrà.

A cosa serve l’Ordine dei giornalisti se non a marcare una barriera tra chi è dentro e chi è fuori ed a creare la situazione descritta sopra? Perché le regole per entrarvi sono incerte, male applicate e quindi di fatto costituiscono opportunità di ricatto e controllo? Come mai quando a tanti giornalisti viene chiesto se non sia giusto abolire l’Ordine, la risposta assomiglia tanto a quella che danno tanti parlamentari quando gli si domanda un’opinione sull’attuale legge elettorale: “Fosse per me lo abolirei”. Ma nel frattempo…

Anche trasmissioni tipo quelle di Santoro e simili hanno un format sempre più simile al “Processo di Biscardi”

Generalizzare è sempre un rischio, ma le similitudini (e le commistioni) tra l’attuale mondo dell’informazione e quello della politica sono numerose e profonde. I media tradizionali rincorrono superficialmente l’attualità per fare audience ad ogni costo, così come i politici cavalcano gli eventi del momento per costruire consenso. Questioni importanti, ma non “calde” scompaiono in fretta dalle prime pagine dei giornali e dalle agende dei politici (che spesso si intrecciano e confondono). (La gran parte di) giornalisti e politici hanno perduto il coraggio di informare o prendere decisioni su ciò che reputano sia giusto. Perché è viceversa consigliabile non pestare i piedi e non scontentare nessuno e lisciare il pelo ai potenti per mantenere il potere. Dove i potenti sono gli stessi appartenenti alla casta…

Gli scontri tra giornalisti e politici (la commistione è spesso imbarazzante) sembrano spesso funzionali a “fare ascolto” e costruire personaggi all’interno di una rappresentazione quasi di fiction, fine a se stessa e slegata dal “mondo reale”. Le stesse trasmissioni “antagoniste” di Santoro ed imitatori hanno un format ogni giorno di più simile al “Processo di Biscardi”: gettare benzina sul fuoco, riunire ospiti ad hoc per creare risse, esasperare i toni, sfruttare la notizia del giorno come un’opportunità fugace per l’oggi e dimenticarla in fretta domani. Le inchieste giornalistiche sono rarissime e spesso non frutto di autentiche indagini, ma di esercizi di collage di notizie, messe insieme con professionalità, ma senza anima e passione.

Dov’è allora l’informazione, dov’è l’autenticità, dov’è il valore, se ciò che più conta è scambiarsi favori lasciando da parte ciò che detta la propria coscienza, mantenersi al potere al di là delle distinzioni, servirsi degli accadimenti solo per aumentare consenso e vendite? La fiducia dei cittadini nei confronti della maggioranza dei media tradizionali scende ogni giorno di più.

Quando apparvero, le radio a transistor non sembrava potessero competere con gli apparecchi radio che giganteggiavano da anni nei salotti di casa. Eppure…

La teoria della “innovazione dirompente” di Clayton Christensen descrive come – nel mondo del business – aziende o strutture economiche chiuse in se stesse e che hanno perduto il contatto con i loro clienti vadano in crisi quando compare qualcosa o qualcuno che offre soluzioni più semplici, più funzionali, più vicine ai fruitori, anche se la loro qualità è inizialmente inferiore. Quando negli anni ’50 le radio a transistor (le radio portatili) comparvero sul mercato erano di scarsa qualità e sembrava non avessero possibilità di competere con i grandi e sofisticati apparecchi radio che ogni famiglia teneva in salotto. Ma avevano un enorme vantaggio: erano semplici da usare, erano maneggevoli e si potevano ascoltare ovunque. Quindi ebbero presto successo prima tra i giovani per poi conquistare tutto il mercato. Lo stesso è accaduto con i cellulari con fotocamere digitali: le prime fotografie erano di pessima qualità, ma potevano essere scattate senza complicazioni ed in qualsiasi luogo. O con l’”invasione” delle automobili giapponesi, inizialmente rozze e meno sofisticate delle statunitensi o europee, ma molto economiche, funzionali ed affidabili, al punto da riuscire a ritagliarsi una fetta sempre più ampia di mercato.

Lo stesso fenomeno è stato descritto proprio su L’Undici per ciò che concerne l’avvento degli mp3 (pratici, economici, immediati) quando invece l’industria discografica era concentrata sulla produzione di impianti raffinatissimi e giganteschi da sistemare nei nostri salotti.

Con il trascorrere del tempo, anche la qualità delle radio a transistor, delle fotocamere dei cellulari, delle automobili giapponesi o dei riproduttori mp3 è migliorata. Ma ciò che ha consentito loro di affermarsi inizialmente è stata la vicinanza con gli utilizzatori, in contrapposizione alla “distanza” che contraddistingueva chi c’era prima di loro e che fino al giorno precedente sembrava inattaccabile ed eterno e che era invece chiuso in se stesso, incapace di dare voce al pubblico, ai consumatori, ai cittadini, alle persone reali e vive.

Piaccia o no, il “Movimento 5 stelle” ha il merito di avere mobilizzato migliaia di cittadini e proporre un concreto esempio alternativo all’ingessata classe politica attuale

In questo senso – nonostante i dubbi che può suscitare e che anche su L’Undici sono stati sottolineati – il “Movimento 5 Stelle” ha avuto esattamente il merito di proporsi come “innovazione dirompente” nel mondo della politica, costruendo un’alternativa alla casta per eccellenza, ossia quella dei politici. E’ un dato di fatto che – grazie al movimento politico creato da Beppe Grillo – migliaia di cittadini si stiano impegnando attivamente nell’attività politica dal momento che non si sentono più rappresentati dall’attuale classe/casta politica. La loro “qualità” ed esperienza, in quanto politici, può non essere la migliore possibile, ma in questo momento una grande fetta di cittadini ha bisogno – così come nei casi visti sopra – di “vicinanza” e di “praticità”.

Anche nell’informazione c’è tanto spazio. Nonostante i pericoli di superficialità e disinformazione virale, internet rimane uno spazio di aggregazione e partecipazione straordinariamente potente ed incredibilmente libero, così come la stessa esperienza del Movimento 5 Stelle testimonia. Il fatto che gran parte dei contenuti presenti su internet sia stato creato e messo a disposizione gratuitamente dagli stessi utenti (vedasi in primis Wikipedia) è un evento prodigioso ed assolutamente imprevedibile fino a pochi anni fa.

Servendosi delle eccezionali opportunità offerte dalla rete, l’iniziativa dei cittadini può abbattere o aggirare la casta dell’ingessato mondo dell’informazione creando – in maniera “dirompentemente innovativa” – luoghi e spazi dove condividere opinioni, fare informazione, esprimere pareri, raccontare storie. In maniera autentica, pura, vicina ai cittadini (perché fatta dai cittadini), senza i filtri, le sovrastrutture e gli auto-referenzialismi del giornalismo “ufficiale”.

Il giornalismo partecipativo (in inglese “citizen journalism”) ossia una nuova forma di giornalismo basato sulla partecipazione attiva di “normali cittadini”, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da internet è una realtà ben consolidata negli Stati Uniti. Portali, blog e riviste online i cui contenuti sono prodotti da cittadini (ossia non giornalisti “professionisti”) fanno opinione e sono dei riferimenti nel mondo dell’informazione statunitense.

Tutto questo può succedere e sta accadendo già in Italia: è importante crederci, è importante farlo. Anche e soprattutto per portare una sana ventata di aria fresca nel mondo chiuso e viziato dell’informazione italiana. Perché adesso si sente tanta puzza di chiuso (ad essere buoni…). Anche L’Undici ci sta provando.

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