La Germania deve ringraziare l’Euro

14
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+1Share on LinkedIn0Email this to someone

Il dibattito sulla posizione della Germania nella colossale crisi europea del debito è sempre acceso. Da una parte coloro che criticano l’atteggiamento chiuso ed irremovibile della cancelliera Angela Merkel;  dall’altra coloro che difendono le virtù tedesche, cercando di farne un esempio da applicare agli altri stati membri meno virtuosi.

Angela Merkel ed il primo ministro polacco Donald Tusk lo scorso maggio

Per continuare la discussione occorre fare un passo indietro e tornare al 1989, tappa fondamentale nella storia mondiale. L’anno della caduta del muro di Berlino, della fine del comunismo vecchio stampo e di quella netta frattura tra il mondo liberale Occidentale ed il mondo Orientale. La Repubblica Democratica Tedesca fu, l’anno successivo, unificata alla Repubblica Federale di Germania, creando la Germania che conosciamo oggi. I costi di questa riunificazione, calcolati in più di 1.500 miliardi di Euro, sono stati un fardello pesantissimo per l’economia teutonica negli anni successivi. La ragione è molto semplice: i due Paesi avevano economie molto differenti; una, la Germania Ovest, florida e competitiva su scala globale; l’altra, la Germania Est, in affanno, obsoleta e piuttosto limitata.

I costi della riunificazione delle due Germania successiva alla caduta del Muro di Berlino furono enormi

La decisione di una conversione al Marco tramite due tassi di convertibilità diversi ha dato il via al collasso dell’economia della parte orientale. Disoccupazione galoppante, continua migrazione verso le lande occidentali e privatizzazioni affrettate hanno causato perdite talmente ingenti che, ancora oggi, viene versato uno stanziamento di 100 miliardi di Euro annui ai territori orientali per la ricostruzione.

Durante l’ultima decade del secolo scorso la Germania si finanziava sui mercati a tassi attorno al 5% circa, se non addirittura superiori in alcuni frangenti. La bilancia commerciale, ovvero la differenza tra import ed export, presentava saldi negativi con un outflow di capitale (e quindi di ricchezza) verso l’esterno che, dal 1992 al 1998, ha raggiunto la considerevole cifra di 129,36 miliardi di Euro. Nonostante questo, a causa della debolezza cronica delle altre monete, tra cui la Lira Italiana e, soprattutto, la Sterlina Britannica (e qui ricordo l’attacco di Soros che costrinse le autorità monetarie inglesi ad una svalutazione della stessa nel settembre 1992) il Marco tedesco veniva recepito dai mercati come moneta “forte” e questo comprometteva la competitività delle aziende tedesche all’estero ed imprigionava l’economia tedesca in un circolo vizioso.

Basta considerare qualche dato macroeconomico ufficiale tedesco del 1992 fino al 2002 per constatare una situazione poco diversa da quella dell’ultimo decennio italiano: il PIL cresceva ad un tasso medio annuo di solo 1,3 punti percentuali; il tasso di disoccupazione era stabile attorno al 8%; il rapporto deficit/PIL quasi costante ad un valore di circa 3,5% annuo ed il rapporto debito pubblico/PIL cresciuto dal 55% al 67%. Ed ecco perché la Germania, ormai in affanno, ha chiesto e voluto con tutte le sue forze l’unione monetaria. Perché agli illuminati economisti e politici tedeschi era molto chiaro che il disegno dell’Euro avrebbe portato solo vantaggi.

Gerhard Schröder, cancelliere tedesco dal 1998 al 2005

Bisogna comunque riconoscere – e sarebbe un errore grossolano non farlo – anche i meriti: le riforme strutturali tedesche dell’ultimo decennio riguardo al consolidamento fiscale e alla riforma del mercato del lavoro orientato alla crescita, fortemente voluti da Schröder, hanno cambiato le cose e da qualche anno se ne vede l’impatto positivo sull’economia tedesca, pur in un momento difficile come questo.

La coalizione guidata dalla Merkel si è ritrovata in eredità una situazione decisamente rosea, e non necessariamente per meriti propri!

Comunque torniamo all’Euro. Molte menti illuminate avevano lanciato un grido di allarme nel lontano 1997, circa i rischi di un’unione monetaria europea, senza unione fiscale, politica e senza una nuova BCE (Banca Centrale Europea) con poteri più forti, uguali a quelli della FED (Banca Centrale statunitense) o della BOE (Banca centrale del Regno Unito), tanto per citarne due. E a distanza di così tanti anni, tali previsioni si sono rivelate esatte.

Dal 1999, anno del debutto della nuova moneta sui mercati finanziari, le cose sono cambiate tantissimo sul fronte tedesco. Principalmente perché la nuova moneta era considerata più debole rispetto al Marco tedesco, poiché espressione anche di economie di paesi più deboli, con squilibri e problemi e che non rispettavano i parametri del trattato di Maastricht, quali Italia, Belgio, Spagna e Portogallo. Questo ha favorito senza alcun dubbio le economie dei paesi forti che, grazie alla nuova valuta più debole, potevano esportare i loro manufatti verso l’estero a prezzi più competitivi.

Deutschland über alles

Basta riprendere i dati della bilancia commerciale tedesca per verificarne gli effetti: da un saldo negativo di 32,55 miliardi di Euro nel 1997, ad un saldo positivo di 40,58 miliardi nel 1999 e addirittura 127,85 nel 2001. Un’inversione di tendenza tanto drastica quanto repentina! Un incredibile flusso di denaro estero che si è riversato nel Paese, favorendo una crescita tecnologica e di competenze, e finanziando crescita e sviluppo. Certo, ahimè, nessuno considera che una vasta parte di quei soldi sono finiti in mano alle banche e queste ne hanno approfittato per aumentare a dismisura la speculazione, innalzando il grado di leverage e di rischio delle proprie operazioni.

Ma non voglio analizzare questo punto adesso. La percezione di un’economia forte e sana, insieme ad un afflusso di denaro così ingente, al contrario di quello che succedeva in altri Paesi, Italia in primis, ha favorito anche un abbassamento dei tassi di interesse sul debito pubblico. Questo perché la Germania viene vista sempre più come un porto sicuro, o safe haven come dicono gli inglesi, mentre le economie periferiche vengono percepite all’esatto contrario. Questo abbassamento costante dei tassi di interesse sul debito sovrano tedesco, soprattutto negli ultimi due anni, ovvero da quando la crisi si è acuita ed i Paesi periferici hanno iniziato ad avere problemi ben seri, tali da mettere a rischio la solvibilità degli stessi, ha portato ad un paradosso: oggi un soggetto, diciamo avverso al rischio, investendo dei soldi sui titoli di stato tedeschi a breve scadenza, diciamo 24 mesi, ha un ritorno reale  in termini percentuali, ovvero considerando l’inflazione, addirittura negativo! Cioè, io investo i miei soldi e sono pure disposto a perderci pochissimo in termini di potere di acquisto, perché altrimenti, se li parcheggiassi altrove, rischierei perdite molto più grosse!

E così, la Germania sta ristrutturando il proprio debito quasi gratuitamente. Negli anni a venire avrà pochissimi interessi da pagare sui propri Bund e questo potrà liberare ancora più risorse per stimolare la crescita, mantenendo l’alto livello di competitività acquisita. L’altra faccia dell’Europa è quella italiana, spagnola, irlandese, portoghese e belga, dove i tassi per il rifinanziamento del debito pubblico stanno crescendo esponenzialmente, mettendo sotto scacco le finanze ed i conti pubblici, e quindi qualsiasi programma o progetto di crescita.

La crescita infinita, fondata sul debito facile, è stata una chimera

Anzi, se ci aggiungiamo i programmi di austerity, tanto cari alla Merkel, ecco che il cocktail per un’esplosione della crisi è pronto. Ultimamente rimango stupito da quanto la cancelliera abbia una visione miope e rimanga ancorata alle sue convinzioni senza segni di apertura. La paura più grande della Germania è e sarà sempre l’inflazione. Dai tempi di Weimar e del successivo avvento del nazismo è l’incubo che tormenta i sonni tedeschi. Ma è un incubo stupido e troppo fuori dalla realtà! Una realtà che oggi ci parla di deleveraging a tutti i livelli, dallo Stato alle banche, alle imprese per finire fino alle famiglie. La crescita infinita, fondata sul debito facile, è stata una chimera.

Ho sentito recentemente una frase molto saggia detta da un economista durante un dibattito in televisione: non si può puntare ad una crescita infinita quando il mondo, e quindi le risorse di cui disponiamo, sono finite! Il ridimensionamento a tutti i livelli è evidente e questo ci regala deflazione. Non lasciamoci ingannare dalle notizie riportate dai mass media sui dati dell’inflazione: quel 3% degli ultimi mesi è dovuto interamente all’aumento del prezzo delle materie prime, petrolio in primis. A causa della continua speculazione di stampo bancario/finanziario, che, dopo i mercati azionari ed il marcato immobiliare, si è spostato e ha preso di mira il mercato delle commodities (basti vedere grafici dei metalli e dei beni di prima necessità quali grano, zucchero e compagnia bella).

La ricetta per la crescita in periodi di deflazione non deve essere basata esclusivamente sul rigore! La Germania deve aprirsi assolutamente agli Eurobond, che siano stability oppure union bonds; deve aprirsi ad un accordo per ampliare i poteri della BCE. Io sono convinto che i problemi non si risolvano stampando moneta “a go go”, come è stato fatto altrove. Un proverbio afferma che puoi portare il cavallo all’abbeveratoio, ma non puoi forzarlo a bere. Se il mondo circostante può adottare tutte le strategie possibili perché ha i mezzi per farlo, io non posso pensare di sopravvivere senza avere gli stessi identici strumenti in mano. Soccomberei senza ombra di dubbio.

In questi giorni si parla moltissimo di crisi del sistema bancario spagnolo, con banche che necessitano, secondo diversi studi, di almeno 100 miliardi di Euro. Troppi per pensare che lo stato spagnolo possa farcela da solo, senza andare incontro ad una crisi uguale a quella greca. Sono forse troppi anche per il fondo EFSF o per l’ESM, che, pronti via, si vedrebbe subito senza una bella fetta di risorse. Risorse che, ricordo, devono essere versate da ogni singolo Stato in proporzione alla partecipazione al fondo stesso. E che quindi indebolirebbero ancora più gli Stati in difficoltà. Se la BCE potesse diventare anch’essa lender of last resort, ovvero prestatrice di ultima istanza, il mondo esterno percepirebbe come molto meno pericolosa la situazione, avendo un garante così forte, e si placherebbe finalmente quella tensione sui mercati, aiutando, e non di poco, la situazione finanziaria dei paesi periferici in grossa empasse.

Se affonda la Spagna, affonda l’Europa. E se affonda l’Europa, affonda anche la Germania

Perché è chiaro a tutti, e forse non ancora ai tedeschi stessi, che basta solo un Paese come la Spagna per affondare inesorabilmente l’Europa e, di conseguenza, anche loro. E quella apparente oasi felice di prosperità, si disintegrerebbe in men che non si dica.

Nelle ultime ore si parla di ERF, un nuovo acronimo che sta per “European Redemption Fund”. Sostanzialmente si tratta di un fondo europeo dove confluirebbero tutti i debiti degli Stati che eccedono il 60% del PIL degli stessi. Il fondo verrebbe garantito dagli stessi Stati membri attraverso alcuni asset pubblici e da una percentuale di tasse riscosse a livello nazionale. Questo fondo emetterebbe bonds a scadenza lunga, si parla di 20 anni, a tassi di interesse piuttosto contenuti. Nello stesso arco di tempo i Paesi si impegnano solennemente a portare avanti un percorso finanziario che li porti a raggiungere nei tempi prestabiliti il 60% del rapporto debito/PIL. Con il chiaro vantaggio, per i Paesi in difficoltà, di poter pagare molti meno interessi sul debito, perché garantito dal fondo stesso, rispetto a quelli attuali.

La Germania, e più in generale i paesi più “virtuosi”, si accollerebbe chiaramente dei costi maggiori. Ma è solo così che l’Europa darebbe un segnale di coesione tale da scongiurare la speculazione a breve/medio termine e garantirsi un periodo di calma, nel quale organizzare la tanto attesa unione politica e fiscale. In sintesi, per concludere, o la Germania mette da parte le sue paure e le sue smanie di comando e superiorità e decide di ricambiare gli aiuti all’Europa, che tanto le ha dato negli anni post-riunificazione e che tanto le potrebbe ancora dare in futuro, ma a condizioni ben diverse, oppure meglio che finisca tutta questa fanfara e  si ritorni indietro nel tempo. Io non la vedrei necessariamente come una sconfitta; la ricetta della globalizzazione non l’ha prescritta nessun medico.

Adesso già immagino un fiume di critiche, ma la realtà empirica è che la globalizzazione, per noi cittadini europei, ha significato solamente perdita di competitività, cultura e ricchezza e appiattimento di valori sociali quali libera iniziativa, etica e cooperazione.

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+1Share on LinkedIn0Email this to someone

14 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Nino

    Voglio soltanto ricordare al dott. Ferrara che anche i paesi periferici hanno avuto dei grossi vantaggi dalla moneta unica. E’ vero che hanno perso lo strumento della svalutazione ma allo stesso tempo hanno visto abbassarsi i tassi nominali d’interesse sul debito pubblico ed il tasso d’inflazione.
    Se l’Italia dal 2001 al 2010 avesse continuato (come avevano iniziato a fare i governi Prodi, D’Alema, Amato) a:
    1) abbattere il debito pubblico
    2) continuare la concertazione con una politica di moderazione salariale (quella degli accordi del 1993)
    e conseguentemente non avesse assunto delle decisioni fallimentari come la riduzione delle aliquote IRPEF più alte (abbassarle non fa aumentare nè i consumi, vista la decrescente propensione alla spesa al crescere del reddito, nè gli investimenti, che si decidono prima dei dividendi, e quindi prima dell’IRPEF), l’abolizione dell’ICI e dell’imposta di successione per i redditi e patrimoni medio-alti, che hanno soltanto fatto aumentare il deficit pubblico o lo sbilancio nelle partite correnti.
    Se gli italiani nel 2001 e nel 2008 non avessero votato per Berlusconi, Bossi, Fini e Casini, l’Italia non avrebbe accumulato quel deficit delle partite correnti sul Pil nei confronti, dei paesi del nord Europa (http://www.tradingeconomics.com/italy/current-account-to-gdp).
    Gli italiani, come spesso accade, piangono sul latte versato.

    Rispondi
    • Marco

      Sono un laureato in economia, faccio il consulente aziendale e vedo parecchie realtà italiane e non solo… e sono un appassionato di economia , storia e filosofia… l’analisi del dott. Ferrara è assolutamente ineccepibile… aggiungo che l’eccessivo rigore che si sta richiedendo in questo periodo è lo stesso che fu imposto tra la prima e la seconda guerra mondiale e che a mio avviso fu uno dei fattori scatenanti della seconda guerra mondiale perchè favorì l’attecchimento del nazi-fascismo… ricordo che a quei tempi fu un Certo Keynes a chiedere in più di un’occasione che la si smettesse con quell’eccessivo rigore… in quanto alle scelte dei governi Prodi, D’Alema, Amato e campioni, vari mi viene solo da dire che l’ideologia spesso obnubila la mente… avere come obiettivo quello esclusivo di saldare il debito pubblico, lasciare spazio ad investimenti in infrastrutture vuol dire condannare un paese a morte certa, perchè gli si precludono tutte le possibilità di essere competitivo in un mondo che non aspetta nessuno… e in ogni caso gli errori di questa europa sono tanti a cominciare dal fatto che è fatta basandosi solo ed esclusivamente su criteri economici, tra l’altro mal gestiti… e come se non bastasse di recente hanno anche elogiato Marx… senza una politica economica europea, qualsiasi forma di risanamento del debito pubblico non sarà mai definitiva, anzi… domani lo spread riprenderà ad alzarsi e allora ci troveremo con i conti correnti svuotati da un prelievo forzoso come quello che hanno tentato di fare a Cipro… per non parlare di come lasciamo carta bianca alle banche… insomma ce ne sarebbe da dire, ma per favore, lasciamo perdere i nostri mediocri politici…

      Rispondi
  2. Birgid Rauen

    Per una non-economista come me, finalmente un articolo che chiarisce e dimostra, partendo da presupposti e dati, e in un linguaggio accessibile. finalmente ho capito cosa sono “leverage” e “deleverage”. ma quello che vorrei capire, spiegato da un economista come quello dell’articolo in questione, è come si fa a creare posti di lavoro contemporaneamente alla decrescita (concetto che mi affascina).

    Rispondi
  3. Cicci

    L’ho letto solo ora, ottima analisi davvero, queste cose le ho sempre pensate, sei stato bravo a metterle nero su bianco

    Rispondi
  4. Luigi Ferrara

    Il tempo per prendere decisioni nuove e concrete sta scadendo anche per la Germania! Che, come volevasi dimostrare, non può essere immune a questa crisi…leggete qui:

    Indice ZEW a -16.9 dai 10.8 di maggio, al di sotto delle attese di consenso pari a 2.3.

    L’indice ZEW, uno dei più importanti e seguiti indici di fiducia europei, che mi sura lo stato di salute dell’economia tedesca è crollato, come fece nel 1998, quando ci fu la crisi asiatica.

    Il dato è pesantissimo: la componente relativa alle aspettative in netto peggioramento a -16.9 dai 10.8 di maggio, al di sotto delle attese di consenso di 2.3. Peggiora anche il giudizio sulla situazione corrente , in discesa a 33.2 dai 44.1 in maggio.
    Non va certamente meglio il dato delle aspettative per l’Eurozona, con la relativa componente a -20.1 dai -2.4 precedenti, e del giudizio sulla situazione attuale, sceso a -60.8 dai -52.5 precedenti.

    Quanto ci vorrà ancora per far cambiare idea alla Merkel?

    Rispondi
    • Romano

      Piuttosto originale l’assunto: la Merkel dovrebbe cambiare idea e salvare l’euro e i PIGS vecchi e nuovi visto i pessimi dati economici della Germania.

      Come se un soldato che in piene forze non voleva aiutare i compagni intrappolati in una trincea pericolosissima si mettesse a fare l’eroe dopo avere ricevuto una fucilata in una gamba.
      Bah!

      Rispondi
      • Luigi Ferrara

        La Merkel deve assolutamente cambiare posizione…per salvare la sua stessa Germania!!!
        Per ora ha solo “preteso” di sistemare i conti degli altri senza minimamente preoccuparsi dei propri! D’altronde basta andare a leggere che razza di immondizia detengono le principali banche tedesche, Deutsche Bank su tutte, e con quale leverage, e poi ne riparleremo!
        Attenzione che la Germania è un paese fortissimo ma estremamente fragile. Qualcun’altro è debole ma molto più resistente (e avete capito a chi mi riferisco…)

        Rispondi
          • daniel_d

            Non c’e’ traccia del prof. Raffelhüschen nel ranking degli economisti.

            http://ideas.repec.org/top/top.person.all.html

            Le previsioni di quelli nel ranking sono spesso sbagliate e contrastanti. Figuriamoci quelle di chi e’ “fuori classifica”.

            Detto cio’, hai ragione. La Germania ha ancora un credit rating AAA, ma ha anche i suoi problemi: Disoccupazione alta, mercato del lavoro arrugginito, universita’ e sistema di istruzione appena decente, ecc.

            La Germania e’ a capo perche’ e’ il paese piu’ grosso della zona euro. La Merkel farebbe volentieri a meno di questa patata bollente e lasciare, o almeno condividere, la leadership con qualcun’altro.

            Ma cosa facciamo? Diamo la leadership alla Finlandia. In termini relativi e’ in condizioni migliori, ma ha 0.03% del PIL della zona Euro.

            Per la Merkel, che vorrebbe essere rieletta, e’ molto difficile spiegare ai suoi elettori che devono fare sacrifici per aiutare la Grecia, e forse gli altri procellini (PIIGS).

            Non mi sembra che pecchi di cosi’ tanta presunzione quando si dice disponibile ad elargire fondi in cambio di riforme serie.

            Per esempio: I Tedeschi vanno in pensione a 67 anni (e in alcuni casi a 65) I Greci a 65 (e in alcuni casi a 55). Non mi sembra proprio presuntuoso se la Germania e’ disponibile ad aiutare la Grecia a patto che i La Grecia innalzi l’eta’ della pensione alemno ai livelli della Germania, e preferibilmente un po’ di piu’.

  5. daniel_d

    La ricostruzione degli eventi mi sembra corretta, ma le conclusioni mi fanno sospettare che forse io vivo in una dimensione parallela.

    L’articolo sostiente conclude che l’Italia si sarebbe dovuta tenere la Lira (e immagino anche uscire dallo SME), he la Germania era nei pasticci e che entrando nell’Euro si e’ salvata dal tracollo diventando il paese ricco e influente che vediamo oggi. A discapito di paesi come l’Italia che, entrando nell’Euro, ha fatto un pessimo affare.

    Per saperlo di sicuro ci vorrebbe la Delorean di ritorno al futuro per tornare indietro nel tempo e vivere un percorso storico alternativo. Ma non credo che oggi l’italia si troverebbe in condizioni migliori con la Lira.

    Chi, in Italia, avrebbe dovuto attuare una politica monetaria migliore di quella che ha attuato la BCE da Francoforte? Antonio Fazio? Che fu a capo della Banca d’Italia e fu costretto a dimettersi per avere ostacolato illegalmente l’aquisizione di Banca Antonveneta da parte di ABN Amro?

    Qualcuno ha raccontato agli italiani la frottola che l’Euro e’ colpevole per la crisi e loro ci stanno credendo.

    Rispondi
    • Luigi Ferrara

      Daniel,
      mi permetto di specificare perchè hai tratto conclusioni a mio avviso affrettate. Che con l’unificazione della moneta Europea la Germania abbia tratto enormi vantaggi, è fuori dubbio. Come hai potuto verificare tramite dati assolutamente inconfutabili e resi pubblici dal FMI. La Germania non sarebbe andata incontro al tracollo, ma avrebbe vissuto anni probelmatici, tra crescita lenta, disoccupazione e squilibri finanziari, ed il suo percorso sulla retta via sarebbe stato molto più lungo e “doloroso”. Ovvio che nessuno ha la certezza di questo: anche a me piacerebbe avere la Delorean (e magari anche l’almanacco sportivo) per poterlo concretamente constatare. Ma c’erano molti dati che lo lasciavano onestamente presagire. L’Italia ha preso una decisione importante e si è buttata nell’avventura dell’euro, anche se a caro prezzo. D’altronde avreste mai pensato 15 anni fa di rimanere fuori da un progetto così importante ed ambizioso? Sarebbe stato percepito come un suicidio da parte di tutti! Quello che però nessuno poteva immaginare è, a distanza di 13 anni, un’Europa ancora completamente frammentata, senza anima ed identità, in cui la Germania ha la voce troppo grossa in capitolo avendo la presunzione di ritenere le proprie teorie ed argomentazioni economiche come le migliori, e quindi indispensabili (e la novità dove sta?)! Allora è in questo contesto attuale che ho fatto una provocazione affermando che probabilmente è meglio fare uno step indietro. Non mi pare che tra i politici e governanti ci sia la reale volontà di rifondare il disegno Europeo. Si cerca solo di guadagnare tempo, tappando le falle e aspettando che d’incanto, dal cielo, arrivino le soluzioni giuste. Ma la realtà, secondo me, è che ognuno si sta facendo bene i conti in casa propria. Conoscete il vecchio detto…”Mors tua, vita mea!”?
      L’Euro non è certamente IL solo colpevole della depressione, ma ne è una delle principali cause.
      Saluti

      Rispondi
      • Romano

        L’ Italia fuori dell’euro non sarebbe sopravvissuta un anno.
        Quindi sí ha guadagnato tanto la Germania, ma ancora di piú l’Italia.

        Le regole che la Germania tenta di difendere sono i patti sottoscritti anni fa. Giustamente il saggio Prodi fece di tutto per poter entrare nell’ euro, unica ancora di salvezza per un paese con una % di debito pubblici piú grande al mondo.
        Se i fuorilegge vogliono cambiare le regole, rinfacciare a chi le rispetta una durezza ottusa non credo sia la migliore strategia.
        Tanto piú se chi rinfaccia ha avuto almeno un decennio per mettersi un minimo in regola.

        Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?