Fauci (minuscoli perizomi di seta nera)

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Al mattino già le prendeva la nausea nell’attesa di vedersi buttare nel traffico e nel girone apocalittico di una nuova giornata di lavoro. Erano mesi che non dormiva, si stropicciava le lenzuola addosso e un rinnovato senso di orrore le ghiacciava le lacrime nello stomaco. Non si sentiva una donna. Le pareva che il suo corpo fosse l’involucro impacciato di un’anima che per sbaglio era capitata nel mondo, un errore all’anagrafe del cielo. E poi anche lei aveva tentato di fare le cose che chiedono alle femmine in questo mondo bugiardo e stanco. Si era provata ad essere tutto quello che le dettava la pubblicità con immagini sensuali e birichine. La domenica cercava di alleviare la noia in giro negli ipermercati, a caccia di sconti e di vestitini a fiori scopiazzati dall’haute couture delle riviste di moda. Ma non era un gran che quella vita di carta.

All'ora dell'aperitivo le capitava di fantasticare...

Al tramonto, l’ora dell’aperitivo, seduta insieme ad altre zitelle, altrimenti ribattezzate single, nella piazzetta alla moda, stava in attesa di sguardi maschili che erano totalmente assenti. Si immaginava i loro sessi piccoli e mollicci, che la guardavano stanchi da dietro la patta dei pantaloni, in un silenzio di aberrante decadenza. Allora gli occhi le si riempivano di lacrime, e pensava a quando era bambina e le capitava di fantasticare prodezze sulla vita che l’aspettava nel mondo onesto degli adulti. Fatta di regole e di buone maniere e non di calci, morsi e tiritere infantili. A volte invidiava gli anziani, la loro calma apparente lungo la strada con le borse cariche di spesa ed un silenzio di pace negli occhi, e si immaginava pronta per quella vita ritirata e a suo modo precisa.

Ciò che la faceva resistere erano i sogni che venivano ad alleviarle i crampi notturni, ora era a Parigi con la star hollywoodiana di turno a farle una corte serrata, poi c’era l’ex fidanzato che tornava tenero e premuroso a cercare conforto; infine lavorava come attrice nei film di grosse produzioni e la sua parte da minuscola si gonfiava, perché il regista aveva finalmente capito l’immenso valore della sua anima che traspariva dagli occhi.

Negli ultimi mesi si era imposta una dieta ferrea: il seno si era ridotto e il volto era più scavato

Questa era la vita notturna di Loredana, assai meglio della piccola segretaria di provincia in cui era costretta a recitare durante il giorno. Negli ultimi mesi si era imposta una dieta ferrea, il seno si era notevolmente ridotto e il volto era più scavato, ma i vestitini a fiori dell’ipermercato le entravano che era una meraviglia. Poi un giorno, l’aveva incontrato. Alto, fisico asciutto, capelli lunghi, il volto magro e segnato da uno sguardo curioso e sfuggente, aperto e stanco. Faceva l’artista, nel senso che per vivere costruiva oggetti di ferro, elementi di scenografie per il “teatro off”, ma aveva anche un impiego part time presso un’azienda che produceva acidi.

Loredana era affascinata da quell’uomo apparentemente fragile che non smetteva mai di aggredire la vita. Organizzava mostre, dipingeva, creava circoli culturali nei posti più impensabili della città e le scriveva appassionate lettere d’amore. Lettere d’amore? Erano sfoghi per lo più, auto prese di coscienza in cui cercava di capire se stesso e gli altri, ma fondamentalmente più se stesso che gli altri; era come se le indirizzasse pagine del suo diario, dove in mezzo a tanti dolori  e frustrazioni, lei non appariva mai come quel benefico raggio di luce che toglie l’uomo dalla miseria. Eppure si sforzava di essere la musa di Federico, l’artista decadente e rivoluzionario: gli preparava la cena, casa sua era diventata una cripta di candele accese e di incensi, il suo letto era vestito di seta rossa e spargeva petali di rose nel bagno, tutto per togliere alla vista di quell’uomo così sensibile e intelligente, l’orrore degli oggetti quotidiani, l’insulsa sacralità della vita nel modo dei consumi. Appariva come una vestale, indossava minuscoli perizoma di seta nera e una maschera di velluto a coprirle il volto, così quando facevano l’amore lei non era più Loredana ma la sacerdotessa di un dio impuro venuto a versarle in bocca l’audacia dell’impudicizia.

Federico all’inizio era divertito da quella messa in scena, al mattino quando andava al bar a prendere il caffè con i colleghi, raccontava le prodezze erotiche vissute con la sua Venere di provincia, una segreteria dall’intelligenza assolutamente nella norma, che adorava i romanzi di Moccia, nonostante avesse passato la trentina, e che a volte le puzzava un po’ l’alito. E se non ci fosse stato questo piccolo problema, forse un altro po’ se la sarebbe pure scopata. Probabilmente il fatto che lei mangiasse pochissimo, per via della dieta ferrea che si era imposta, faceva produrre al suo stomaco un surplus di acidi che fermentando creavano in bocca fastidiose alitosi a base di zolfo.

E siccome lui se ne intendeva – lavorava nel ramo – una sera, stanco di tutte quelle messe in scena architettate per scopare, glielo aveva detto. Loredana si era limitata a guardarlo in silenzio, poi si era chiusa in bagno e lì sospesa nella notte diventata ad un tratto una strega matrigna, aveva bevuto in un sorso l’intero contenuto del flacone di acido muriatico che usava per pulire il bagno. Federico non si era accorto di nulla, si era già alzato dal letto e se ne era andato, il giorno dopo si sposava e quindi non poteva fare tardi; forse non era vero che a Loredana le puzzasse così tanto la bocca, ma era l’unico modo per chiudere una storia.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Tirso Valli

    Una storia triste. Una storia si direbbe più ispirata che pensata. La bellezza delle parole sullo sfondo logoro della crudeltà morale. L’esistenzialismo, forse, i suoi nuovi stilemi.

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  2. si, proprio io

    Tu, sei tu vero?
    Cambiano i costumi, cambiano i contesti, cambiano le chimere, ma Cio-Cio-San resta sempre…

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