Annales: Europa Unita

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Ci vollero centinaia di anni prima che Francia, Inghilterra e Germania non si muovessero contro una qualche sanguinolenta guerra…
prima che Spagna e, soprattutto, Italia non fossero continuamente invase da chiunque avesse un esercito agguerrito ed una flotta considerevole. Ci volle la Seconda Guerra Mondiale, la necessaria e disperata ansia di ricostruzione, il piano Marshall e il mondo occidentale in pace, per dare la spinta ad un nuovo soggetto che da commerciale si tramutò in monetario e, sotto traccia eppure ben visibilmente sin dalle prime intenzioni, in politico.


Questa rubrica si ispira ai metodi di una corrente della storiografia che identifica le cause del divenire storico negli ampi movimenti economici, politici e sociali che trascendono i singoli uomini e/o che coinvolgono diverse generazioni.
Ogni contributo della rubrica riassume e “iconizza”, in antitesi con i dettami della scuola delle Annales, in un singolo fatto o personaggio l’accadimento descritto.Se volete contribuire, mandate il pezzo alla redazione.

I padri che concepirono l’idea di Europa Unita pensavano infatti, già con la Dichiarazione Shuman del 1950, a qualcosa di molto vicino ad un istituto politico, anche se la prima manifestazione di questo sentimento europeo fu la creazione della CECA, Comunità Economica Europea del Carbone e dell’Acciaio. Il progetto dei fondatori prevedeva una sempre maggiore unità politica per contrastare i nazionalismi da cui sangue e disperazione discendevano, caratterizzando il Continente nel dipanarsi dei secoli.

Lo scorrere del Novecento, se proprio dovesse essere spiegato per sommi capi ad un venusiano, non potrebbe prescindere dalla costituzione dell’Europa Unita che ha significato grandi speranze sognanti, dettate da uomini in carne ed ossa – oltre al precitato Shuman, non possono non essere ricordati Jean Monnet, Paul Henri Spaak, Altiero Spinelli, il banchiere Beyen, il lussemburghese Bech, Walter Hallstein, l’antinazista olandese Sicco Mansholt e, infine, i quattro robusti capi di Stato Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Winston Churchill e (piú tardi) Helmut Kohl.

Come accade a volte, fu da un centro di comando elitario che il tracciato geopolitico si originò, anticipando, in questo caso, i più lenti processi economici, sociali e politici che modificano in profondità la Storia. È da sottolineare che non furono sicuramente i popoli europei ad aver voluto l’Unione Europea, ma piuttosto una classe dirigente, certamente più illuminata e credibile di quella odierna, che immaginò il futuro e lo disegnò.

Istituire una nuova struttura di rappresentanza democratica attraverso un golpe intellettuale e politico è uno di quegli ossimori che la Storia palesa di tanto in tanto. Più semplicemente: l’amata e la difesa – la democrazia – può essere superata in efficacia da pratiche a-democratiche che, ciò nonostante, raggiungono risultati concreti che aumentano il benessere (in senso lato) dei popoli. In questo caso poche persone, una oligarchia (a ben dire non senza secondi fini), pensarono e iniziarono a realizzare l’Unione Europea, indiscutibilmente una cosa buona per milioni di persone, travalicando tutti i processi a difesa del démos.
["Fate, it seems, is not without a sense of irony", Morpheus].

E così, dopo la CECA, negli anni il disegno europeo si arricchisce di trattati, conferenze, incontri più o meno visibili, accordi di mercato comuni, unioni doganali, regole per una sana concorrenza tra Stati, politiche commerciali, sinergie per l’agricoltura, la pesca, l’energia nucleare, l’energia in senso lato, i trasporti ecc.. Alcuni più riusciti, altri decisamente di meno, taluni disastrosi, altri ancora solo in embrione di portata sostanziale e rivoluzionaria.

Le colonne portanti dei futuri, immaginifici Stati Uniti d’Europa (USE), sono la Commissione Europea, il Consiglio dell’UE, il Consiglio europeo e il Parlamento Europeo, per la verità unico organo elettivo (a suffragio universale) a differenza degli altri tre, prodotti di una élite selezionata per meriti, relazioni e, immancabilmente, orditi quanto bizantini quanto misteriosi.

Venendo ai giorni nostri, si deve purtroppo prendere atto che il progetto degli USE sta, a poco a poco, sbiadendo fino a svanire. Dal concime stimolante di un disegno politico che avrebbe dovuto rendere (e in parte ci è riuscito) l’Europa un avamposto mondiale dei diritti e della concorrenza, si è passati ad una lenta e, allo stato delle cose, irreversibile “elefantiasi” che una burocrazia amministrativa, braccio tecnico di ogni idea/sogno politico, pone in essere. Per esempio, ad oggi, in Europa non esiste la pena di morte nei 27 paesi che ne fanno parte, ma d’altro canto non si riesce a far fronte alla Grande Crisi a causa di un immobilismo, un ingolfamento scaturito anche, e in modo decisivo, dalla suddetta Idra amministrativa. Districare la matassa europea è un’impresa disperata: i potenziali USE sono depotenziati da forze centrifughe di opposto segno e a tutti i livelli: nazionalismi, protezionismi, ingerenze religiose.

Last, but not least, la presenza di vere e proprie “quinte colonne” – ovvero nazioni disinteressate o pubblicamente e ancor più privatamente avverse al progetto europeo – che sono salite sul carro pronte a tirare il freno a mano per convenienze egoistiche e politiche, specialmente quando di fronte al carro europeo si sono presentate alcune ripide salite. Vero, Miss “I want my money back?”.

Paesi ultimi arrivati, Paesi con poca esperienza nella pratica dei processi democratici, Paesi forti del loro peso economico-produttivo, Paesi governati (ora o fino a poco tempo fa) da gemelli nazionalisti e bigotti (Polonia) o da fascisti (Ungheria), contribuiscono all’afasia del decidere. La frenesia dell’allargamento a tutti i costi, dettata dalla volontà di massimizzare l’area del mercato comune, ha reso felici le “quinte colonne” e i “poteri forti” (certo che esistono i poteri forti!), capaci solo di perseguire il vantaggio economico di uno sterminato mercato unico europeo, pur considerando come peste nera la vera unione politica. Dei Giulii Cesare riveduti e corretti: “Vende, Divide et Impera”.

L’oggettiva titanica difficoltà del bilanciamento di interessi diversi o addirittura contrari, l’appannato ricordo degli orrori delle guerre europicide e il conseguente indebolimento del sentimento europeo, l’elefantiasi burocratica, i paesi contro-rematori e, da ultimo, la pesantissima crisi economica minacciano seriamente la visione europeista dei padri fondatori.

Non resta che sperare, tra il serio e il faceto, nel programma Erasmus grazie al quale dal 1987 i giovani europei possono circolare liberamente sia nell’Eurozona a 17 (i paesi che adottano l’Euro, Unione economica monetaria), sia in quella più composita dei 27 membri, prossimi 28 con la Croazia. Questi primi cittadini d’Europa, grazie alle loro esperienze di vita fuori dal paese d’origine, possono essere le persone che costruiranno e uniranno gli USE.

Riguardo alla povera Italia è di questi giorni la notizia che, causa le solite ristrettezze economiche, essa ha rinunciato a parte dei suoi interpreti e, di implicito rimando, a parte della sua già calante influenza in Europa. Bene così, un’ammissione e allo stesso tempo un contributo all’Unione Europea (meno interpreti è un contributo all’Unione, ma questo è un altro discorso) da parte di uno Stato che, troppe volte, ha disatteso gli impegni non risultando all’altezza dei 5 paesi partners co-fondatori dell’Unione nel 1951 (Germania Ovest, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo).

Gli USE si stanno allontanando, ma non sono morti. Si discute molto di egoismo tedesco, Europa a due velocità, disfatta dell’Euro e altre amenità. Invece di guardare il dito bisognerebbe guardare la Luna, ovvero cercare di capire quanto gli europei vogliano davvero diventare i cittadini dell’Europa geografica, tenuto conto di quanto possa costare e di quanto possa essere controproducente nel breve periodo.

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

Cosa ne è stato scritto

  1. smoni

    Leggendo questo articolo mi vengono in mente mille discorsi e mille discussioni avute coi colleghi “europei” per l’appunto in sede di revisione di progetti a Bruxelles lavorando per la Commissione Europea.
    E un dato di fatto che al di là di mille iniziative pro-unità, l’Europa non è unita nè politicamente, né linguisticamente, né culturalmente, né finanziariamente. Forse nessuno la vuole davvero, ma forse nessuno si rende conto di cosa potrebbe voler dire non essere uniti per la storia dell’Europa che guarda a potenze che da levante a ponente la stanno schiacciando. Io del resto ci credo che l’unione fa la forza.
    In ogni caso, sta succedendo, ma non dall’alto come volevano o prevedevano i politicanti o grandi capi, sta succedendo dal basso. Dagli studenti Erasmus, ai colleghi di ogni dove riuniti a lavorare insieme in Commissione e sono sicura che di altri esempi ce ne sono.
    A cena con Viktoria (Grecia), Marko (Finlandia), Raquel (Spagna), Donat (Ungheria), Antonio (Portogallo), io, nata in Belgio, cresciuta in Italia, ma in Svizzera da tanti anni, mi sono sentita genuinamente un prodotto dell’Europa Unita.

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