Tengo famiglia

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Diceva Leo Longanesi che al centro del Tricolore bisognerebbe scrivere: “Tengo famiglia”. A pensarci bene, non c’è lemma che sintetizzi in maniera così efficace il carattere nazionale.

Ritratto di una famiglia italiana dei primi del ’900

In Italia nulla è più importante, solido ed attuale della famiglia. Nulla più della famiglia in cui si è nati determina chi e cosa si sarà in futuro. Lasciamo da parte i casi che costituiscono reato, come favorire un parente in un concorso pubblico: prendiamoci il lusso di ignorarli. Il punto è che in Italia – più che in altri Paesi a cui l’Italia può essere paragonata – la consuetudine per cui le soluzioni, le risorse e le opportunità si incontrano attraverso e nella famiglia è così profonda e radicata da costituire un ostacolo alla crescita della società stessa.

Se siamo nati in una famiglia agiata, ben “inserita”, in alto nella gerarchia sociale, è assai probabile che anche noi, una volta adulti – a prescindere da meriti e valore – saremo persone agiate, ben “inserite” ed in alto nella gerarchia sociale. Se invece la nostra è una famiglia non benestante, lontana dai “giri giusti”, con frequentazioni di livello sociale medio-basso, allora per noi la strada verso la conquista di un posto nella scala sociale, sarà molto in salita.

Se definiamo la mobilità sociale tra generazioni come la relazione tra lo status socio-economico dei genitori e dei loro figli una volta adulti, ossia quanto le persone salgono (o scendono) nella scala sociale rispetto ai loro genitori, allora la mobilità sociale inter-generazionale italiana è molto, troppo bassa. Esistono cioè barriere quasi invalicabili tra classi, caste, corporazioni sociali che rendono assai difficile per chi è nato in basso ascendere ai livelli più alti.

L’altezza della barra misura quanto il reddito dei figli è in relazione a quello dei loro genitori (fonte: OCSE)

Un recente rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) certifica – con tanto di numeri e graduatorie – la situazione appena descritta. Tra le 12 nazioni più “progredite”, l’Italia è la seconda (dopo il Regno Unito) per più bassa mobilità sociale tra generazioni. Australia, Canada e Paesi del nord Europa sono invece le nazioni in cui è minima l’importanza del reddito dei genitori rispetto a quello dei figli, una volta adulti.

In questo numero dell’Undici è pubblicata una lista di nomi di personaggi pubblici che occupano ruoli di “potere”, importanti ed influenti che sono figli (o stretti parenti) di personaggi pubblici che occupavano/occupano ruoli di “potere”, importanti ed influenti in vari settori nella società italiana. Ammettiamo pure che siano tutti bravissimi, competenti e meritori di occupare il posto che occupano e svolgere il lavoro che svolgono. Il punto è: altre persone, altrettanto brave, competenti e meritorie, ma non “figlie di”, hanno avuto le medesime (o perlomeno paragonabili) opportunità?? Non sarebbe meglio per la società italiana verificare se esistano migliori giornalisti, migliori scrittori, migliori attori? E non sarà che questa consuetudine in Italia è così radicata (più che in altri Paesi) da essere applicata anche in contesti dove costituisce reato (assunzione in posti pubblici, ecc.?

Supponiamo di essere figli adolescenti ed i genitori organizzano una cena con amici. Tra una pietanza e l’altra un amico di nostro padre domanda: «Cosa fa di bello tuo figlio?». «Mah, s’è messo in testa di fare il regista». A questo punto, se i nostri genitori sono ben “inseriti”, la seguente battuta potrebbe essere: «Ah bene, perché non mi fa leggere qualcosa? Sto giusto cercando nuovi registi per la mia casa di produzione». Se invece i nostri genitori hanno a cena persone “ordinarie” come loro, il dialogo proseguirà con: «Ah simpatico, ma di lavoro cosa vuol fare?». Ammettiamo che i figli delle due ipotetiche famiglie siano ugualmente capaci: il primo diventerà un giovane regista di successo, il secondo dovrà limitarsi a realizzare geniali short-movies con gli amici; nuovi registi vengono scelti attraverso meccanismi “castali” e non attraverso selezioni che premino il merito. Ripetiamo: non c’è nulla di illegale, è naturale che questi dialoghi accadano. La questione è che in Italia le risorse familiari, nel senso più vasto del termine, sono la (quasi) unica maniera per avere l’opportunità far valere i propri meriti.

Cena di un certo livello

Siamo un Paese di caste e corporazioni, delle quali “la casta” dei politici è una delle tante, forse solo la peggiore o la più in vista, ma certamente non l’unica. Per definizione, per appartenere ad una casta o se ne è parte per diritto familiare oppure vi si accede solo se si fa parte di un’altra casta al medesimo livello sociale. Se mi attende un esasperante precariato/praticantato di anni per diventare medico (esempio) e sono figlio di un agiato avvocato, posso farcela. Ma se i miei genitori fanno i professori di scuola media o peggio i fruttivendoli, la situazione si complica molto.

Uno degli aspetti deteriori di questa situazione è che la famiglia italiania si sostituisce allo Stato che ha abdicato al suo dovere di garantire a tutti i cittadini le medesime opportunità. Chi aiuta le madri incinta o i giovani genitori? Chi presta loro i soldi se non hanno un lavoro fisso? Chi li finanzia per l’acquisto di una casa? Chi va a prendere ed accompagna i bambini all’asilo? Chi gli fornisce sostegno economico per qualsiasi eventualità? Chi ti rimedia un colloquio di lavoro? Assai poco lo Stato, molto di più la famiglia. Se la tua famiglia è in grado di fare tutto ciò, puoi anche non avvertire l’assenza dello Stato; in caso contrario, tutto si complica terribilmente. Se la tua famiglia fa parte della casta giusta, potrai anche tu occupare un posto di potere; se così non è, dovrai accontentarti di altro o magari emigrare.

Se è vero che alcuni fattori determinanti per ascendere nella scala sociale sfuggono alla sfera pubblica (attitudine al rischio, dedizione al lavoro, ecc.), altri sono strettamente dipendenti dall’azione e presenza dello Stato: sostegni ai genitori durante l’infanzia dei figli, agevolazioni per affitti ed acquisto di case, ecc. Ma il principale fattore alla base della mobilità sociale è l’educazione. Lo status sociale di un individuo è in stretta relazione con il suo livello di educazione. In particolare se i tuoi genitori sono laureati, avrai più possibilità di avere un reddito più alto di chi ha genitori che non sono andati all’università e questo è molto vero soprattutto in Italia piuttosto che in altre nazioni.

La diseguaglianza sociale (differente distribuzione di istruzione, sanità e reddito) è un altro fattore di scarsa mobilità sociale su cui politiche statali potrebbero intervenire

Sempre secondo il rapporto OCSE però il “background” socio-economico degli studenti italiani ha scarsa influenza sui loro risultati scolastici (test PISA, NdA). In altre parole, sembrerebbe che per andare bene a scuola non sia strettamente necessario provenire da famiglie agiate e con buona educazione. Il problema è che poi molti di questi bravi studenti con genitori non agiati, non hanno le possibilità di frequentare buone università o di essere adeguatamente sostenuti nei lunghi anni di precariato dopo la laurea. La famiglia non è in grado di farlo e lo Stato non provvede…Ne consegue che l’Italia è anche uno dei Paesi in cui è più probabile che figli di laureati si laureeranno, e figli di non laureati non lo faranno: se so già che la mia famiglia non sarà in grado di sostenermi all’università e nei difficili anni successivi, è meglio che all’università non ci vada neanche e mi cerchi subito un lavoro. Lo status sociale si perpetua e le possibilità di cambiarlo sono basse. Considerando che solo il 20% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni è laureato mentre la media OCSE è 37,1%, il futuro del Belpaese non è così roseo.

Lo Stato dovrebbe supplire alle deficienze della famiglia non solo per conformarsi ad un astratto ideale di giustizia, ma anche perché una società basata eccessivamente sulla famiglia è una società bloccata che dilapida e disperde le potenzialità dei suoi cittadini. Chi quotidianamente constata che i propri sforzi, motivazioni e talenti si scontrano contro barriere sociali insuperabili e contro la colpevole assenza dello Stato, finisce per sentirsi frustrato e depresso, giungendo a volte fino alle estreme conseguenze, cioè a togliersi la vita.

Questa situazione è la causa anche di un altro blocco più “intimo” e complesso, ma non meno preoccupante. Se abbiamo contratto dei debiti con i nostri genitori, se il loro sostegno è indispensabile per poterci realizzare professionalmente, se dipendiamo da loro per tante, piccole faccende quotidiane, diventerà difficile allontanarci da loro, sotto ogni punto di vista.

Uscire dal nido familiare è la pre-condizione per essere liberi e realizzarsi. Nella Bibbia è scritto: “L’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà con la propria moglie, e i due diverranno una sola carne”. Ma se è proprio grazie al padre e alla madre che possiamo procacciarci le opportunità – piccole o grandi che siano – per farci largo nella società, come facciamo a “lasciarli”?

L’Italia è uno dei Paesi “sviluppati” in cui è più importante la famiglia d’origine per determinare il futuro di una persona

Se è vero che da sempre i genitori hanno “fatto sacrifici” per i figli, è anche vero che erano poi ripagati dal vedere – generalmente – un figlio più istruito di loro, più ricco di loro, più in alto nella scala sociale di loro. Oggi i figli (trentenni, quarantenni) sanno già che sarà molto più difficile che in passato ripagare i genitori in senso lato. Ci è stato ripetuto come un mantra che corrisponde alla realtà: questa generazione di figli è la prima che non starà meglio dei genitori.

Paradossalmente, oggi, in un’epoca in cui i genitori educano i figli in maniera più libera e a cui hanno la possibilità di dare più soldi, i figli hanno più difficoltà a rendersi liberi dai vincoli familiari. E nemmeno questo è bene per la crescita di un individuo e quindi dell’intera società (è addirittura la Bibbia a dirlo..)

Terzo aspetto. Chiunque di noi, anche senza essere un capitano d’azienda, avrà concepito e realizzato un piccolo, grande progetto. Ed è probabile che vi avrà presto coinvolto qualche familiare. Quello che accade con le maggiori imprese italiane (Benetton, FIAT, Tod’s, Fininvest, ecc. ecc. ecc.) i cui posti dirigenziali sono tramandati di padre in figlio, accade certamente anche a livelli più bassi, nelle nostre “piccole” quotidianità.

Non c’è nulla di male a contrarre un debito con un cugino piuttosto che con una banca o che sia un nonno ad andare a prendere i bambini a scuola invece che una baby-sitter o che la rassegna teatrale che stiamo organizzando sia gestita insieme ai nostri fratelli e non con sconosciuti impresari. E’ normale e naturale fidarsi dei nostri familiari. Tuttavia, anche in questo caso, questa consuetudine è eccessiva. Perché se essa da un lato si fonda sulla fiducia verso i familiari, dall’altro sottintende una totale sfiducia in chi nostro familiare non è.

Le logiche ed i meccanismi mafiosi non sono altro che la massima manifestazione delle comuni logiche familiari italiane

La profonda fiducia che nutriamo verso la “famiglia” è causa ed effetto di una universale sfiducia nel prossimo. Ci fidiamo solo di chi ha il nostro stesso sangue. Perché, proprio per un vincolo di sangue, non potrà tradirci o potrà farlo solo ad un prezzo altissimo, ossia l’emarginazione dalla famiglia stessa che è sinonimo di morte sociale. L’estremo esempio di questa logica tribale è la mafia nei cui rituali d’iniziazione – non a caso – la presenza e la simbologia del sangue sono primarie.

Anche in questo ambito, l’assenza dello Stato è colpevole. Perché la fiducia in un cittadino qualsiasi non nasce dal nulla, ma deve anche essere costruita, motivata e sostenuta. Io mi fido di uno sconosciuto se ho la ragionevole certezza che rispetterà le regole e le leggi, come ogni altro cittadino. Ossia se esiste una “cultura delle regole” che è a sua volta frutto di uno Stato presente, che sanziona chi le regole non le rispetta e invece premia chi lo fa. Altrimenti non solo la mia fiducia nei confronti del prossimo sarà incrinata e tenderò ad evitare rapporti fiduciari con lui, ma addirittura proverò a fregarlo prima che lui freghi me. E’ superfluo sottolineare che una società basata su queste logiche ha scarse prospettive di crescita.

In questo senso, l’espressione “tengo famiglia” è illuminante. Significa che i miei comportamenti saranno determinati non dalle regole della società, ma da quelle della mia famiglia. “Tengo famiglia”…ossia: “non posso far altro che conformarmi a ciò che è bene per la mia famiglia (e solo secondariamente per la società), perché è solo nella famiglia (e non nella società) che trovo le risorse necessarie per vivere e quindi la mia stessa identità”.

La mescolanza è faticosa e complicata, ma è fonte di vita

Il rapporto OCSE menzionato sopra fornisce un’ultima interessante indicazione: unire nelle stesse classi studenti provenienti da background sociali e familiari diversi, ossia – per semplificare – ricchi e poveri, italiani e stranieri, ecc. non solo non influisce negativamente sui risultati scolastici dell’intera classe, ma aumenta decisamente quelli degli studenti più “svantaggiati”. In altre parole, la commistione tra sottogruppi di persone diverse, il mescolamento delle esperienze e delle storie di individui differenti aumenta le performance del gruppo globale.

Riteniamo che lo stesso valga in ogni altra attività e contesto: se da un lato fare sempre e solo riferimento alla famiglia, circondarsi e rivolgersi solo ai familiari anche negli ambiti apparentemente più futili, assicura fiducia e facile comunicazione, dall’altro può essere una pratica limitante. L’incontro con l’”altro” seppure spesso faticoso e fonte di conflitti, è però frequentemente occasione e motivo di crescita. Perché l’”altro”, ciò che sta fuori dalla “famiglia”, ci offre visioni differenti, stimola la nostra mente, ci invita a pensare il mondo con occhi diversi. L’intera storia umana è lì a dimostrarcelo.

Oltre 30.000 anni fa i nostri antenati si trovarono a convivere in Europa con un’altra specie umana: gli uomini di Neandertal. I Neandertal erano molto simili a noi, ma erano “altri” e una delle caratteristiche che li differenziava da noi, era che noi dipingevamo le pareti delle caverne, costruivamo ornamenti, collane, oggetti artistici, mentre i Neandertal no: noi eravamo artisti, loro invece no. L’”essere artisti” sembrerebbe quindi essere un tratto associato all’”essere umani”. Ma il dato più interessante è che se su una cartina si segnano i siti dei reperti artistici dei nostri progenitori, il territorio così delimitato coincide esattamente con l’area popolata anche dai Neandertal. Cosa significa questo? Che i nostri antenati avvertirono l’esigenza e lo stimolo di sviluppare la loro vena artistica e quindi diventare “umani”, proprio al contatto con l’”altro”…

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Francesco

    la mia esperienza è quella di una persona che vive una condizione sociale molto inferiore rispetto alla famiglia di origine che non ha voluto o saputo o potuto tracciarmi la strada. Dunque non è stata la famiglia a determinare alcunchè della mia esistenza, salvo una certa agiatezza legata al non aver dovuto pagare per avere un tetto sopra la testa. Credo che molto dipenda dal fatto che in Italia le cose vanno in modo molto diverso da quello che è scritto nei libri e non è possibile capire i meccanismi di ascesa sociale se non dall’interno. La strada però per i giovani ambiziosi di modesta origine esiste ed è la politica. La nostra è una partitocrazia popolare nel senso che quasi tutti i posti che la politica elargisce sono appannaggio di persone dal pronto ingegno ma di estrazione sociale molto bassa (di cui menano vanto: i km a piedi per andare a scuola, la pompa di benzina e così via) e livello morale e culturale infimo. In Italia devi essere più furbo degli altri perchè le risorse sono scarse. Altrimenti puoi prendere una superlaurea e fare l’emigrante.

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  2. Alessandra

    L’articolo è drammaticamente corrispondente al vero, con un’annotazione che mi sento di fare, in qualità di donna ultra-trentenne proveniente dal sud.Prima di trasferirmi in Emilia-Romagna, ero fermamente convinta che ciò fosse consuetudine meridionale.A trasferimento avvenuto, ho dovuto prendere atto di due realtà: 1)l’esistenza al nord di qualcosa di simile al concetto di “tengo famiglia” meridionale, ma più evoluto e meno evidente, con l’attenzione rivolta anche a chi alla famiglia non appartiene, subordinata all’esistenza di meriti ben dimostrati (oltre che faticosamente provati); 2)il surrogato settentrionale dell’assenza della famiglia nei termini meridionali costituito da una serie di circuiti, in ambiti differenti (sociale, culturale, politico, etc. etc.), chiusi ad ogni accesso…

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