Morti di stato e banditi per caso

2
Share on Facebook12Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Scrivo di getto. Dopo aver appreso due notizie così diverse tra loro, ma simili nelle motivazioni…forse. La prima riguarda l’uomo che a Bergamo, armato di un fucile, ha fatto ostaggi in una sede di Equitalia. La seconda – l’ennesima da due mesi a questa parte – racconta dell’ennesimo suicidio per la crisi economica. Storie diverse, storie simili, accomunate dalla disperazione.

Equitalia?

Morti di stato e banditi per caso. Uomini normali, con un lavoro, con una famiglia e con uno stipendio con cui non si arriva più nemmeno alla metà del mese. Quel numero magico, il ventisette, è ormai una croce per la maggior parte degli italiani. Sì, quella data che per molti anni ha segnato l’arrivo della busta paga da spendere anche per piacevoli sfizi, oggi è l’emblema della crisi economica. Bollette, mutuo, spese, e sempre dietro l’angolo l’ulteriore batosta, l’ennesima stangata sul salario dell’italiano medio. E così chi è fragile, chi ha lottato ed ora non ha più le forze per continuare la battaglia, decide di porre fine al martirio quotidiano. Dietro un suicidio si possono nascondere molte motivazioni, ma certo è che, chi lo considera l’ultimo e legittimo gesto, è disperato. Vuol dire che le ha provate tutte ed ha fallito miseramente.

Si discute di queste morti, appioppandole a Monti, scrivendo furiosi che lui queste morti le deve avere sulla coscienza. Ma ne siamo realmente sicuri? Prima di Monti, c’era qualcuno che ha negato la crisi fino all’ultimo momento decantando ristoranti pieni e spese folli da parte di un Paese in ginocchio. Ma anche lui tutti i torti non li aveva se si considera che un’alta percentuale di italiani può permettersi l’Iphone o lo smartphone di ultima generazione…E non parlo di showgirl ed imprenditori, ma di gente “comune”. E prima di lui, c’è stato qualcun’altro che non ha fatto nulla di così eclatante da essere ricordato come grande statista. Ed ora? Tutti professori, tutti tecnici, tutti che sanno cosa fare e come agire. Lavoro per tutti, salario equo, produttività, occupazione: queste le parole con cui si riempiono la bocca quando per anni la loro possibilità di attuare le loro idee l’hanno usata per altre idee meno popolari, ma più remunerative per loro, si intende.

Il concerto del primo maggio a Piazza S.Giovanni (Roma)

Alcuni giorni fa leggevo su un giornale che gli statunitensi sono colpiti dal numero di suicidi di imprenditori ed operai italiani, perché ricorda loro la crisi del ’29, quando tutto ciò avveniva nel loro Paese. Colpisce lo striscione sventolato al concertone del primo maggio: “1400 morti sul lavoro: uno Stato fondato sulla strage”. Colpisce come i nostri onorevoli continuino a discutere di finanziamento pubblico ai partiti (abolito con il referendum del 1993) e non sappiano o facciano finta di non sapere che c’è gente disposta a vendere un rene per cinquemila euro perché stremata dai debiti e dai solleciti di Equitalia.

Colpisce come tutti parlino di occupazione, ma nessuno si impegni a tirar fuori proposte per attuarla. Colpisce come l’unica proposta per uscire dalla crisi sia quella di aumentare le tasse a discapito dei soliti noti. Io non capisco molto di economia e forse nemmeno di politica, ma credo che chi ha tre case e può permettersele debba pagare di più rispetto a chi di casa ne ha una. Credo che chi prende quattordicimila euro per star seduto in Parlamento debba farsi un esame di coscienza ed ammettere che potrebbe star seduto lì anche per cinquemila euro. Credo che lì ce ne siano seduti troppi. Credo che un Paese che non permette ai giovani di esprimersi e di poter mettere a frutto i risultati di anni di studio non sia un Paese intelligente. Credo che chi vada via con la speranza di un futuro migliore faccia bene. Credo che noi giovani non dobbiamo sentirci in colpa per la laurea, i master e le specializzazioni che abbiamo; non dobbiamo sentirci inadeguati perché inadeguata è quella classe dirigente che non ha studiato o che la laurea se l’è comprata in Albania.

Credo che chi lotta ancora per un futuro diverso e migliore sia un eroe. Credo che chi, nonostante i debiti e i soldi che non ci sono, riesce a rendere felice i suoi bambini con un gelato sia un eroe. Credo che chi non si arrenda alla chiusura della sua fabbrica e alla fine dei suoi sogni sia un eroe. Credo che chi arrivi a porre fine alla sua vita, sia un eroe. Un eroe sì, perché cerca di smuoverci da questo tepore. Perché col suo gesto estremo forse vuole che altri continuino la sua lotta. Ma gli italiani non sono un popolo da rivoluzione, gli italiani purtroppo sono il popolo dei “tronisti” e del grande fratello. Almeno fino ad oggi.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook12Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Massimiliano

    La mia opinione è che il suicidio non possa essere considerato in nessun modo un gesto di lotta, semmai un gesto di resa. La via più breve per smettere di lottare a mio modesto avviso. Mi chiedo anche, se questi suicidi a distanza di tempo abbiano realmente lasciato un segno nelle coscienze degli italiani, di chi ci governa, e di chi fa’ cronaca. Io penso di no.
    Quando penso al popolo italiano mi viene in mente una canzone che credo li descriva molto bene.

    “…….problemi?!…qui non esistono problemi….
    qui siamo tutti quanti uguali….qui siamo tutti “belli e sani”
    e non c’è niente da pensare….qui basta solo lavorare
    e puoi guardare la TIVVU…….magari oggi ci sei anche tu….”

    Rispondi
  2. Nicoletta

    Complimenti per l’articolo!
    Mi trovi perfettamente d’accordo!
    Io faccio parte di quella fascia di giovani con laurea,master ed attestati che è andata via dall’Italia e che,sinceramente,spera di non tornarci visti gli scarsi provvedimenti che riguardano il lavoro e le opportunità per poter vivere dignitosamente!

    Rispondi