Saltare oltre il muro / Saltar la pared

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[version en castellano abajo] Se ci si sintonizza su qualsiasi programma televisivo radiofonico o televisivo in Catalogna, ci si imbatterà molto presto in qualche appassionato commentatore impegnato in profonde dissertazioni sull’indipendenza catalana, la sovranità, il diritto di decidere o l’indipendenza fiscale.

Mappa della Spagna con in evidenza le varie regioni tra cui, in rosso, la Catalogna

Nella regione con capitale Barcellona, al grido di “Espanya ens roba!” (La Spagna ci deruba), ispirato al celebre “Roma ladrona” della Lega, continuano a risuonare nel ventunesimo secolo i tamburi che chiamano alla secessione, come nelle Fiandre, in Scozia o nei Paesi Baschi. La Spagna, un paese dalla fragile architettura, continua a vivere tra forti tensioni regionali, dopo un rapido processo di decentramento avviato negli anni ’80.

In Catalogna, sempre molto propensa alle metafore, si sta parlando di saltare il muro, i catalani devono saltare il muro, o per dirla in altro modo, liberarsi e fuggire dalla Spagna, andarsene. Ma non tutto è metafora nelle opinioni pubblicate sui giornali e il tono di molti discorsi si sta recentemente tingendo di tinte molto forti. Xavier Sala i Martin, professore di economia presso la Columbia University ha recentemente dichiarato: “Questo (rimanere all’interno della Spagna) è insopportabile”, Oriol Pujol, segretario generale del partito al governo in Catalogna, ha detto che bisogna “fuggire da queste acque putride” riferendosi alla Spagna, Andreu Mas-Colell, ex professore a Berkeley e Harvard e ora ministro dell’economia della Catalogna, ha detto che una Catalogna indipendente sarebbe un progetto” perfettamente fattibile”. Il presidente del governo catalano ha detto a “Le Monde” qualcosa di molto simile: “La Catalogna potrebbe tranquillamente essere uno stato all’interno della UE.”

La Spagna è passata da un franchismo, che ha cercato di sterminare la lingua e la cultura catalane, diverse da quelle spagnole (castigliane), ad una democrazia che, nel migliore dei casi, è riuscita solo a tollerarle (se non denigrarle senza nessun problema) e in nessun caso a farle proprie; ha sviluppato diversi modelli di finanziamento regionale che hanno messo in chiaro svantaggio la Catalogna, ma anche le Isole Baleari e Valencia (regioni limitrofe con forti legami economici, culturali e linguistici con la Catalogna), in favore di altre zone dove si sono radicate la cultura dell’assistenzialismo, del clientelismo e ha tessuto una rete di infrastrutture in cui la Catalogna e le regioni ad essa collegate sono state emarginate, promuovendo uno schema a raggiera, appoggiato dalla sinistra e destra spagnola di cui si beneficia soprattutto Madrid e le sue aree di influenza.

E’ opportuno aggiungere che i generosi fondi che l’UE ha concesso alla Spagna e che hanno spesso raggiunto l’1% del PIL, hanno avuto una distribuzione geografica molto disomogenea. Inoltre, di fronte alla crisi economica ed al taglio dei fondi europei, il governo centrale fa capire di voler mettere in atto un processo “ricentralizzatore” che molti catalani considererebbero un’autentica aggressione.

Un'automobile della polizia catalana: i "mossos d'esquadra"

Erano pochi i catalani che, alla morte del dittatore Franco, potevano immaginarsi che un giorno avrebbero eletto un proprio Parlamento, che avrebbe espresso un governo autonomo che avrebbe gestito direttamente il bilancio, la sanità, l’istruzione, l’agricoltura, la cultura, la giustizia e che avrebbe disposto di un corpo di polizia autonomo, distinto dal resto della Spagna.

Quel giorno è arrivato e la Catalogna è diventata una normale società europea, in cui la metà dei suoi membri non si interessa né di politica o degli affari pubblici, mentre l’altra metà è divisa tra chi vuole un governo catalano più forte e chi si oppone, all’interno di un infinito magma di sfumature che si riflette in un parlamento con 135 seggi e otto partiti diversi. Molti di questi stanno diffondendo un messaggio tanto irresponsabile quanto demagogo: una Catalogna libera sarebbe un paese da sogno, dall’altre parte del muro che bisogna saltare c’è il paradiso.

Parte della società catalana gesticola, grida e si esprime in dibattiti confusi e accalorati. Tale comportamento deve essere inquadrato in una rara combinazione di frustrazione reale condita da grosse dosi di cinismo. Nessuno è disposto a pagare nessun prezzo per la secessione: nessuno vuole perdere il lavoro per l’indipendenza, nessuna azienda catalana con clienti importanti in Spagna vuole vedere ridotti i propri affari, le linee editoriali dei principali media non appoggiano il progetto secessionista; i consigli di amministrazione delle banche catalane con forte penetrazione in Spagna non contemplano tale possibilità, e ancora a nessuno è venuto in mente di chiedere all’Europa cosa ne pensi dell’idea di una Catalogna indipendente.

L'attuale presidente catalano Artur Mas

Nella società catalana coesistono forti legami affettivi con la Spagna, frutto di intensi flussi migratori, ma anche commerciali ed economici con un sentimento di distanza, di prevenzione per tutto ciò che è spagnolo, che deriva da un forte senso di identità, svincolato dal resto della Spagna. Da questo distacco, da questa identità, nasce il catalanismo, un ideale diffuso e vago a metà strada tra regionalismo e nazionalismo, non settario e inclusivo nel suo complesso, che contraddistingue, con più o meno intensità, la maggior parte dei partiti catalani di destra e sinistra. Una fetta di questo catalanismo sta divenendo indipendentista e alcuni partiti chiedono, ripetutamente, il diritto di indire un referendum sulla secessione con l’ipocrita e intima speranza che questo diritto non sia mai concesso, per la semplice ragione che oggi il referendum verrebbe perso. Ma il fatto di richiedere questa consultazione o mettere sul tavolo altre richieste che la Spagna ignora con totale indifferenza aiuta a tenere viva la tensione, a mobilitare molte persone, che erano moderatamente catalaniste, ma ora si dichiarano apertamente separatiste, stanche e frustrate da un governo centrale insensibile alle loro richieste.

La realtà è che il movimento per l’indipendenza non può essere trascurato ed è molto presente nei media locali e per strada, ma è politicamente debole a causa di divisioni interne croniche, mentre il nazionalismo spagnolo in Catalogna, minoritario, nascosto e silenzioso, ha recentemente ottenuto i suoi migliori risultati elettorli in risposta all’attuale spinta per l’indipendenza.

Manifestazione per l'independenza della Catalogna

Il catalano, soggetto codardo per natura e perfetto calcolatore del rapporto costi-benefici di qualsiasi azione, correrà il rischio di saltare il muro se avrà la impossibile e infantile certezza che dall’altra parte ci siano evidenti vantaggi: l’Europa e l’euro, nessun posto di lavoro perso, aziende con guadagni più alti un minuto dopo e ottimi rapporti con la Spagna. Il problema di fare il salto è che la Catalogna non sa cosa c’è oltre il muro e non ha abbastanza forza per rischiare (un consenso sulla secessione è ancora molto lontano), né i necessari appoggi internazionali e neanche i soldi. Finora il miglior equilibrio tra costi e benefici sta nel tenere viva la tensione: serve a guadagnare voti e rafforzare il catalanismo e ciò, a sua volta, provoca grande irritazione nel resto della Spagna, con benefici elettorali per i partiti spagnoli che più si oppongono alle diversità interne. [traduzione dal castigliano di Gian Pietro Miscione]

 

Saltar la pared

 

Xavier Sala i Martin, professore di economia alla Columbia University

Si se sintoniza cualquier programa matinal, televisivo o radiofónico, emitido en Cataluña encontrará más pronto que tarde apasionados tertulianos haciendo espesas disertaciones sobre la independencia de Cataluña, la soberanía, el derecho a decidir o la independencia fiscal. En la región, al grito de Espanya ens roba! (España nos roba), inspirado en el famoso “Roma ladrona!” de la Lega Norte, continúan resonando en el siglo XXI tambores que llaman a la secesión, como en Flandes, Escocia o el País vasco. España, país de arquitectura frágil, continúa viviendo fuertes tensiones territoriales después de un rápido proceso de descentralización iniciado en los años 80.

En Cataluña, siempre muy dada a la fabricación de metáforas, se está hablando de saltar la pared, los catalanes deben saltar la pared; o dicho de otra forma, librarse, escaparse de España, salir de ella. Pero no todo son metáforas en la opinión publicada y el tono de muchos discursos está tomando últimamente tintes más ásperos. Xavier Sala i Martin, catedrático de economía de la Columbia University, dijo recientemente “Esto (estar en España) es insoportable”; Oriol Pujol, secretario general del partido en el gobierno autónomo de Cataluña, afirmó que se debe “huir de estas aguas podridas”, refiriéndose a España; Andreu Mas-Colell, antiguo profesor de Berkeley y Harvard y actual ministro de economía de la región afirmó que una Cataluña independiente sería “perfectamente viable”. El Presidente del gobierno catalán dijo en Le Monde algo muy similar: “Cataluña podría ser perfectamente un estado dentro de la UE”.

España ha pasado de un franquismo que trató de exterminar una lengua y una cultura catalanas, diferentes a la española, a una democracia que, en el mejor de los casos, sólo ha conseguido tolerarlas (cuando no menospreciarlas desacomplejadamente) y en ningún caso hacerlas propias; ha ido elaborando diferentes modelos de financiación de las regiones que sistemáticamente han dejado Cataluña, pero también las Islas Baleares y la Comunidad Valenciana (regiones limítrofes y con fuertes vínculos económicos, culturales y lingüísticos con Cataluña) en una posición de clara desventaja, en favor de otras donde han arraigado la cultura del subsidio y el clientelismo; y ha ido tejiendo una red de
infraestructuras donde Cataluña y las regiones más vinculadas a ella se han visto orilladas, en favor de un modelo radial, jaleado por la derecha y la izquierda españolas, donde la mayoría de las grandes inversiones benefician Madrid y sus áreas de influencia.

Cabe añadir que los generosos fondos que la UE ha ido dando a España y que han alcanzado en muchas ocasiones el 1% del PIB han tenido una distribución territorial muy desigual. Además, ante la crisis económica y el corte de estos fondos europeos a corto plazo, el gobierno central insinúa un proceso recentralizador que muchos catalanes digerirían como una auténtica agresión.

Eran pocos los catalanes que al ver la muerte del dictador Franco se podían imaginar el día en el que elegirían un Parlamento propio, del que saldría un gobierno autónomo que gestionaría un presupuesto, la sanidad, la educación, la agricultura, la cultura, la justicia y que dispondría, incluso, de una policía integral propia, diferente a la del resto de España. Ese día ha llegado y Cataluña se ha convertido en una sociedad europea normal, en la cual la mitad de sus miembros vive de espaldas a la política y a la cosa pública; pero la otra mitad se divide entre los que quieren que el gobierno catalán tenga más poder y los que se oponen, dentro de un infinito magma de matices que se ve reflejado en un Parlamento con 135 escaños y ocho partidos distintos. Buena parte de estos están extendiendo un mensaje tan irresponsable como demagógico: una Cataluña libre sería un país de ensueño, detrás de la pared que se debe saltar está el paraíso.

 

El actual president de la Generalitat de Catalunya, Artur Mas

Parte de la sociedad catalana gesticula, grita y se expresa con los más acalorados aspavientos. Tal comportamiento debe enmarcarse en una rara combinación de verdadera frustración con un aliño de gruesas gotas de cinismo. Nadie está dispuesto a pagar ningún precio por la secesión: nadie quiere perder su puesto de trabajo por la independencia; ninguna empresa catalana con importantes clientes en España quiere ver reducidos sus beneficios; las líneas editoriales de los medios de comunicación mayoritarios no defienden la idea; los consejos de administración de los bancos catalanes con fuerte penetración en España no contemplan tal posibilidad; y aún se espera a alguien a quien se le ocurra preguntar qué piensa Europa del tema.

La sociedad catalana combina fuertes vínculos emocionales con España, fruto de intensos flujos migratorios; pero también comerciales y económicos con un sentimiento de desapego, de prevención hacia lo español fruto de un sentimiento de identidad muy fuerte, desvinculado al del resto de España. De este desapego, de esta identidad propia, nace el catalanismo, un ideario difuso e inconcreto a medio camino entre el regionalismo y el nacionalismo, no sectario e integrador en su conjunto, que abrazan con mayor o menor intensidad la mayoría de partidos catalanes, de derechas e izquierdas. Una parte de este catalanismo se está tornando independentista y algunos partidos piden ahora, insistentemente, el derecho a celebrar un referéndum sobre la secesión con la hipócrita e íntima esperanza de que este derecho no llegue nunca, por la simple razón de que a día de hoy se perdería la votación. Pero el hecho de pedir esta consulta o poner encima de la mesa otras demandas y que España las ignore con total displicencia ayuda a avivar la tensión, a movilizar a mucha gente que, moderadamente catalanista antaño, ahora se declara abiertamente separatista, hastiada y frustrada por un gobierno central insensible a sus peticiones.

Manifestacion por la indipendencia catalana

La realidad es que el independentismo no es menospreciable y está muy presente en los mass media locales y en la calle pero políticamente está debilitado por una división interna crónica, mientras el españolismo en Cataluña, minoritario, agazapado y silente, acaba de obtener sus mejores resultados electorales como respuesta al empuje de la corriente independentista. El catalán, sujeto cobarde por naturaleza y perfecto calculador del coste-beneficio de cada acción, sólo tomará el riesgo de saltar la pared si tiene la imposible e infantil certeza de que detrás del muro hay claros beneficios: Europa y el euro, ningún puesto de trabajo perdido, empresas con más ganancias desde el minuto 1 y unas excelentes relaciones con España. El problema de dar el salto es que Cataluña no sabe qué hay detrás del muro y no tiene ni la fuerza suficiente para arriesgarse (se está muy lejos de conseguir un consenso), ni las complicidades internacionales necesarias, ni tampoco el dinero. De momento el mejor equilibrio entre coste-beneficio se encuentra en avivar la tensión: da más votos y fortaleza al catalanismo y eso, a su vez, provoca una gran irritación en el resto de España, con beneficios electorales para los partidos españoles más contrarios a aceptar la diversidad interna.

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11 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Jofre Navarro

    “Il catalano, soggetto codardo per natura e perfetto calcolatore del rapporto costi-benefici di qualsiasi azione…”
    Diciamo che la persona che fa un’affermazione di questo tipo non è molto lontano dei nazi che pubblicamente affermavano che gli ebrei erano ladri, codardi è nemici della Germania, al nostro scrittore potrei ribattere tutta la sua argomentazione economica, però una persona che dichiara che i “catalani sono geneticamente codardi” non merita niente, soltanto il mio disprezzo.

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  2. Massimo

    no kiki era completamente separata dal regno di castilla.. erano due regni totalmente differenti, pensa che fino al 1714 non parlavano nemmeno la stessa lingua. Poi nel 1714 il regno di Castiglia era in guerra con il Portogallo e la il regno della catalogna e aragona.. indovina dove ha inviato l’esercito per reprimere le rivolte? oltre al fatto che, e per molti questo è sconosciuto, sia la gb che l’impero austrungarico proteggevano il regno catalano contro i francesi, alleati dei borboni. La successione al regno austro ungarico e il non interessamento degli inglesi fece si che i catalani persero la loro indipendenza solo dopo una lotta furibonda e un assedio alla città di Barcellona senza precedenti.

    Sobre Catalunya el que no entenc de veritat és com sigui possible que els polítics no facin pinya en contra de Madrid. Pot ser perquè encara són més forts els pròpis interessos polítics, però ja és evident com des de madrid hi ha un atac frontal, sobretot en el tema lingüístic o en les temàtiques de l’autodeterminació, com per exemple en el jutjat on no es parla català (i la jústicia és competència autònoma si no m’equivoco)

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  3. El Pelut

    Em sembla horrorosa i terrorífica la sola insinuació de comparar l’independentisme català amb la Lega. Tothom que coneix una mica Itàlia sap que la Lega té un component xenòfob i feixista molt important, que contrasta amb el caràcter obert, tolerant i INTEGRADOR de l’independentisme català. Això deixant de banda el component històric que en el cas de la Lega (la Padania) és inexistent des de l’època dels romans.
    Per altra banda, copso un cert tic comformista en l’article: que una causa sigui molt complicada o, si voleu impossible, no és incompatible amb el fet que aquesta sigui justa i que valgui la pena lluitar per ella. I lluitar vol dir “mullar-se el culet” i em sorprèn la quantitat de catalans que ho estan fent en contrast amb el nostre passat recent. Les coses estan canviant, no solament en les formes (com insinua l’article) sinó en la manera de ser més contestataris i menys comformistes. Grazie e saluti

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  4. kiki

    Per Giorgio, Massimo e Marlon: NON traducete i commenti, vedere scritto il catalano è bellissimo e alla fin fine con un po’ di sforzo si capisce pure (e se anche non si capisce, chi se ne frega?).

    PS: dire che fino al 1714 la Catalogna fosse completamente separata dagli altri regni è una bella forzatura, no? Si può dire che la Catalogna sia Spagna dall’unione delle corone di Castiglia e Aragona (poi certo, tutti gli Stati nazionali nascono da unioni di territori fiono a quel momento separati)

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  5. Marlon

    No he pogut fer més que assentir amb el cap quan llegia les línies anteriors i tan sols voldria afegir un punt on crec que cal posar l’èmfasi, ja que des-de la perspectiva d’un humil servidor, té una importància capital:el problema mediàtic, doncs en molts casos la qüestió de la independència és utilitzada com a bomba de fum, com a eina on es poden amagar tots els problemes i assenyalar un enemic en comú actuant així com a sedant per a la població, fent-nos oblidar de la problemàtica real: els bancs, els pactes amb alguns partits de dretes ( no oblidem que CIU està pactant amb partits de dubtosa ascendència històrica ), el frau fiscal etc.;
    Tenir un enemic en comú, per desgràcia ja és part de la cultura catalana

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  6. Massimo

    Ho sento molt però no comparteixo la teva visió de la realitat catalana. És molt més compleixa i multiforme: primer de tot no és pot relacionar a la Liga Nord perquè mentre la Liga Nort és un partit de dreta el moviment català és de dreta, però també d’esquerra i fins i tot de centre, ja que Artur Mas és el perfecte home de centre.
    Els catalans tenen llengua, cultura i història pròpia que fins al 1714 estava totalment separat dels altres regnes (una prova d’això és el fet que Catalunya no va participar a la conquista de les ameriques).. per tant no sé perquè no es pot configurar una nació catalana ja que tenim totes les condicions perqueè sigui reconeguda com lliure i indipendent.

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    • giorgio marincola

      Estic d’acord amb el que dius sobre la lliga nord.
      Però, a part d’això, quin problema té la visió de l’autor?
      “Els catalans tenen llengua, cultura i història pròpia”: veritat, ok, i l’article no diu que no.
      A més a més, subratlla com Madrid i Espanya facin tot el que puguin per tocar les pilotes als catalans.

      “Es pot configurar una nació catalana ja que …”. Jo diria que sí.

      Però també l’article parla de les coses que als catalans saben però que no els agrada escoltar, com per exemple que si volguessin de debò la independència i si tinguessin una mica més de collons, lluitarien per a la independència i punt, sense mirar a la cartera.
      Que només una minoria de les persones que viuen a Catalunya volen un estat independent català, i que un referendum no guanyaria.
      I és veritat que es passen el temps fent càlculs dels diners que
      “s’estalviarien si fóssim independents…” i que també hi ha persones que només són capaços de dir que Catalunya independent seria el paradís (això és evidentment una bojeria total).

      Visca Catalunya!

      Rispondi
    • marinda

      PER MASSIMO E MARINCOLA: POTETE TRADURRE I COMMENTI? L’ARGOMENTO CI INTERESSA VERAMENTE.

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