Fiscal compact: ancora sacrifici?

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Lo scorso 17 aprile, in sordina, senza aver avuto il giusto risalto nelle news televisive o sulla carta stampata, il nostro Governo ha di fatto approvato il trattato sul Fiscal Compact Europeo, inserendo nella Costituzione Italiana il vincolo del pareggio di bilancio. Una mossa che costringerà il nostro Paese a sacrifici ancora più duri ed un impegno che, lasciatemelo dire, verrà molto difficilmente rispettato sul breve/medio termine.

Il Fiscal Compact Europeo ha introdotto nella Costituzione Italiana il vincolo del pareggio di bilancio.

Il trattato, approvato dai paesi membri dell’UE in data 31 gennaio 2012, ad esclusione di Regno unito e Repubblica Ceca, ha come finalità il coordinamento delle politiche economiche, atto a migliorare la governance dell’Eurozona. Sostanzialmente impone il vincolo del pareggio di bilancio (o surplus) nei conti pubblici di ogni Stato aderente, o meglio, sancisce il divieto per il deficit strutturale di superare la soglia dello 0,5% durante un ciclo economico. In più obbliga ad un rientro graduale sotto la soglia del 60% del PIL per il debito di tutte quelle nazioni che al momento si trovano sopra tale livello.

Questo percorso di riduzione dovrà essere ogni anno pari ad 1/20 della distanza tra il livello effettivo del debito pubblico e la soglia del 60%.

Spetterà alla corte di giustizia Europea vigilare sul corretto iter di introduzione della norma nei singoli Paesi aderenti mentre, in caso di mancato rispetto delle regole, con deficit sopra il 3%, scatteranno meccanismi semi-automatici (i famigerati trigger) di aggiustamento, ed eventualmente potrà essere comminata una multa pari allo 0,1% del PIL del Paese posto sotto osservazione. Il trattato sarà valido a partire dal 1 Gennaio 2013 e comunque solamente dopo l’approvazione in almeno 12 degli Stati aderenti.

Senza voler entrare nel merito della questione sulla sovranità decisionale, annientata dal momento che ogni Paese perderà l’autonomia sulle scelte della propria politica economica - fatto gravissimo che io reputo assolutamente anti-democratico – cercherò qui di analizzare se queste regole possano essere la soluzione ai problemi di natura finanziaria che ormai affliggono gravemente quasi tutti i paesi dell’Eurozona.

Quale delle due regole apporta la stretta maggiore? Ad una prima vista, si potrebbe pensare che il rientro in venti anni del debito pubblico, per un Paese indebitato a livelli record come l’Italia, possa essere la sfida più difficile, per non dire una “mission impossible”. Partendo dal presupposto che si raggiunga effettivamente il pareggio, e che quindi non venga creato ulteriore debito, ci vorrebbe un incremento del PIL nominale (non quello reale, sia ben chiaro!) di circa 3 punti percentuali annui, per riportare il rapporto debito/PIL al 60%. Ho detto circa perché, diminuendo il debito con il passare degli anni, ovviamente diminuirebbe anche la strada del recupero da compiere, ed il PIL nominale potrebbe salire in maniera via via decrescente.

Aumentano i rischi di commissariamento

Ora, in periodi normali, come per esempio nel lasso temporale tra il 2000 ed il 2006, questa ipotesi è assolutamente alla portata. Ma sappiamo bene tutti che oggi le cose sono diverse! Con la grave recessione in atto, sicuramente addirittura più marcata rispetto alle troppo ottimistiche previsioni del Governo e della Banca d’Italia, non è fantasia aspettarsi un PIL nominale addirittura in flessione. Come conseguenza, il rientro del debito diventa un percorso molto più tortuoso e lungo. Ed espone ai rischi di commissariamento e perdita di autonomia decisionale.

Per quanto riguarda il vincolo del pareggio di bilancio, la questione è molto semplice. In condizioni di recessione economica, ma di non eccessivo debito pubblico, lo Stato dovrebbe intervenire stimolando la crescita, allentando il rigore nei conti. Solo con un robusto intervento statale, dal mio punto di vista, si potrebbe incoraggiare la domanda privata e la ripresa di un positivo ciclo economico. Lo Stato rientrerebbe, successivamente, del suo “investimento” grazie alle maggiori entrate fiscali che ne scaturirebbero.

Ho comunque fatto una premessa: che si tratti di uno Stato con un livello di indebitamento “ragionevole”. Purtroppo per noi, la soglia del 120% rispetto al PIL, quale quella attuale, è mostruosa e ci tiene le mani legate. Non può e non deve peggiorare, pena un inasprimento delle condizioni di credito con conseguente crisi di rifinanziamento dovuta alla mancanza di creditori! E senza i creditori che portano liquidità, il risultato è tristemente scontato.

Quale potrebbe essere una soluzione efficace, viste queste premesse? Per me le vie percorribili sono soltanto due: dato che la via fiscale è stata già ampiamente battuta (ed in modo esagerato e aberrante), bisogna intervenire seriamente sul discorso della “spending review”, ovvero la revisione delle spese statali. Ad oggi ci sono voci che rappresentano sprechi enormi ed ingiustificati. E va assolutamente snellito l’apparato burocratico; inoltre bisogna assolutamente procedere con la dismissione di alcuni asset (valori materiali e immateriali) pubblici.

Ci sono, ad esempio, grandi immobili inutilizzati, che si trovano in uno stato di degrado assoluto, e che rappresentano, tutt’oggi, una fonte notevole di costi. Si potrebbe creare un fondo immobiliare presso cui far confluire buona parte di questi immobili che ormai non rientrano più nei piani futuri dello Stato. Il fondo riuscirebbe sicuramente a piazzare, senza svendere – e lo sottolineo – quote di questo fondo presso investitori privati, domestici e internazionali. Lo Stato potrebbe anche garantirsi una buona rendita futura qualora volesse mantenere delle quote nel fondo stesso.

Si potrebbe vendere una parte del patrimonio immobiliare dello Stato

La commissione finanze della Camera dedicata agli immobili pubblici ha dichiarato, lo scorso luglio, che sono oltre 543.000 le unità immobiliari dello Stato, per un totale di oltre 222 milioni di mq. ed un valore presumibile di realizzo attorno ai 300 miliardi di euro, ai quali si aggiungono oltre 13 miliardi di mq. di terreni, che potrebbero valere ben più di 20 miliardi di euro.

Si potrebbero altresì vendere alcune delle quote di partecipazione in società non strategiche – quindi attenzione che non parlo dell’ENI – tanto per citarne una. Ad oggi le partecipazioni statali in imprese non quotate sono superiori ai 25 miliardi di euro. Insomma, si potrebbe metter mano al portafoglio, al fine di alleggerire la pressione sui contribuenti e, allo stesso tempo, risanare i numeri statali. Ma bisogna farlo ora, senza ulteriore perdite di tempo. Quest’ultimo scorre, rendendo la situazione sempre più complessa e di difficile risoluzione. Le parole, ormai, non bastano più! Servono fatti concreti e il bene comune va necessariamente anteposto all’interesse del singolo.

La situazione traballante della Spagna deve essere da stimolo a prendere decisioni nuove. Perché la strada verso la fine dell’unione monetaria, del fallimento del sogno Europeo, non è così lontana ed inimmaginabile di come si pensi. Da spettatore mi auguro che le elezioni in Francia portino quella ventata di novità e di rottura con il passato che possa mettere le basi per una migliore gestione collettiva di tutte le politiche monetarie e fiscali tra i paesi aderenti all’area Euro: l’Unione non può reggersi sulle richieste e sulle pretese dello Stato più forte, ma deve fondarsi su una coesione più bilanciata delle forze in campo.

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