Quello che le commesse dicono

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Qui la crisi non c’entra. Fare shopping è una delle terapie più efficaci conosciute nel mondo occidentale. E’ una pratica curativa ‘olistica’ ed ‘adattogena’. Olistica, nel senso che è in grado di lenire qualsiasi dolore psicofisico a prescindere dalla sua natura ed intensità, ed adattogena nel senso che può essere utilizzata e declinata nella maniera più adeguata a seconda dei contesti e dei differenti scenari, persino quando ci troviamo in un Paese che da due trimestri è in conclamata recessione.

Si può fare shopping dalla culla alla bara

Si può fare shopping terapeutico ovunque. Non mi viene in mente un solo luogo che sia sprovvisto di dispositivi pro shopping. Dalla culla alla bara, appunto, ognuno può scegliere anche nei due momenti estremi di A e B, per i propri congiunti, appena arrivati o appena dipartiti, il modello, i materiali e le finiture che più gli aggradino.

Lessico ed Onomatopea dello shopping

Da un punto di vista lessicale, la sostantivazione del gerundio sta ad indicare con grande chiarezza la contemporaneità dell’azione: shopping è qui ed ora, shopping è indubbiamente now, ma l’orologio del tempo è quello di “Alice nel Paese delle meraviglie” ed è bene applicare anche al nostro discorso il noto brocardo Carrolliano  “E’ sempre l’ora del té e negli intervalli non abbiamo tempo di lavare le tazze!”. Potremmo facilmente per trasposizione affermare che è sempre l’ora dello shopping e ci conviene accantonare o ridurre al minimo lo spazio-tempo in cui prendiamo consapevolezza di quante cose inutili possediamo. Sarebbero soltanto fughe nel pavimento del tempo che non incidono per niente sull’effetto di insieme.

Da un punto di vista onomatopeico, inoltre, la “s” aspirata dall’acca della parola “shopping” ricorda una fretta di andare: sciò sciò, oppure il modo di dire ulteriormente partenopeo sciuè sciuè (veloce veloce). Insomma lo shopping ci chiama e se anche noi lo volessimo chiamare, per esempio, “andare a far compere”, a parte una certa caduta nel ritmo e nella sintesi, direi che in definitiva potrebbe andare bene lo stesso. Dunque ci occupiamo dello shopping globalmente inteso, ma vogliamo restringere il focus dell’analisi allo shopping non globalizzato. Ah, dimenticavo, naturalmente parliamo di negozi di vestiti, vestiti, vestiti!!

La lingua H&M

Le commesse dei grandi magazzini danno l’impressione di essere state messe lì, sempre un po’ in prestito, in transito da una collocazione all’altra delle loro esistenze

Accantoniamo a malincuore le meravigliose catene di magazzini, affascinanti mondi fotocopia, rassicuranti e termici nella loro ripetitività, regni indiscussi della qualità schifosa e del prezzo talmente basso che, anche se ormai ci sei abituata, ti stupisce ogni volta. Accantoniamo questi favolosi paradisi del low cost perché qui non troviamo francamente nessun interesse nell’osservazione delle loro abitanti residenti: le commesse.

In genere, sebbene generalizzare sia sempre un po’ morire (come partire), le commesse dei grandi magazzini hanno facce con espressioni del tipo ‘che cazzo vuoi’ o ancor più esplicitamente ‘che cazzo ci sto a fare qui’. Spesso hanno storie comuni: studentesse universitarie che arrotondano con l’impiego di commesse, soggetti che danno l’impressione di essere stati messi lì, sempre un po’ in prestito, in transito da una collocazione all’altra delle loro esistenze. Nomadi della vendita, mai veramente molto affezionate alla loro attività. Mai armoniosamente allineate alle merci che si apprestano a vendere, pedissequamente adagiate al ruolo di ‘ausiliari subordinati dell’imprenditore’ ex art. 2210 del Codice civile, quanto noi potenziali acquirenti ne siamo bramosi, durante la sacra pratica dello shopping.

Dunque è inutile uscire dal camerino di prova e rivolgersi ad una di queste addette-alla-vendita-per-caso domandando uno speranzoso ‘come mi sta?’. Risponderebbe con buona probabilità statistica uno striminzito ‘dipende dai gusti’ oppure  un ‘a me piace’ buttato lì con una faccia talmente poco convincente da risultare stitica. Il massimo che si possa ottenere da questo genere di interlocutrice/interlocutore è un ‘non ti sta male’, gentilmente concesso nelle giornate di maggiore euforia e buonumore, magari a ridosso della paga o prima o dopo della sigarettina fumata nel retro assieme alla collega. Ma si tratterebbe di un eccezionale strappo alla regola del chemmenefrega, una deliberazione octroyée (si diceva di Costituzioni concesse dal sovrano, NdR) che ci comporterebbe un ben misero beneficio terapeutico. Dobbiamo dunque scegliere un altro campione per la presente dissertazione.

Le family-boutiques. Sorella commessa, fratello negozio

Le family boutiques spesso appartengono ad una dimensione di corso pedonalizzato di piccola città

Ci focalizzaremo allora sulle commesse-commesse, le commesse vere, le commesse impiegate cioè nei negozi veri, le boutiques che ci sono da una vita, in cui si vestiva tua mamma e forse anche tua nonna, in cui la prima mezz’ora di conversazione, una volta varcata la sacra soglia del negozio, è riservata agli aggiornamenti sui parenti e le malattie. Le chiameremo le “family–boutiques”. Spesso appartengono ad una dimensione di corso pedonalizzato di piccola città, ma resistono talvolta o, paradossalmente, spuntano fuori ora anche nelle metropoli, come esperienze significative dell’importanza antropologica e sociale dei quartieri, certe volte chic, certe volte middle. Li chiameranno spazi, progetti, ma sono sempre negozi!

In certi contesti di paese rappresentano magari l’unica boutique, tempio a se stante in una noia mortale di centri commerciali più o meno raggiungibili in automobile. In questi casi trascendono ad un ruolo puramente commerciale, quasi si potrebbe parlare di templi di culto, paragonabili alla chiesa della piazza principale. Al loro interno si pratica una religiosità diffusa e variegata: sono come le chiese dell’America Latina, ove il cristianesimo si fonde, in sincretismo inatteso, con i culti più antichi e politeisti delle popolazioni precolombiane. In queste chiese si prepara il cibo e si mangia insieme, si dorme, ci si ripara dal caldo e dal freddo, si socializza. Templi moderni dello shopping, questi luoghi rappresentano un posto dove si va e una volta arrivati, dove si sta. A modo loro,  sono una meta nel viaggio. E non è poco.

Sia chiaro in premessa, comunque, che la dimensione familiare delle sopradescritte boutiques non abbassa i prezzi della merce venduta. Anzi spesso accade che la caratteristica di non essere venditori esclusivi di un marchio, ma di offrire una pluralità di griffes diverse, le rende dal punto di vista strettamente economico meno competitive di altri punti vendita. Più le boutiques sono ben apparecchiate e costose, più le loro commesse diventano soggetti interessanti per la presente analisi. A queste ‘commesse scelte’ si richiedono performances comunicative superiori, adeguate al ruolo e alle mansioni. Questa casta di commesse sono per noi clienti un po’ come parenti o comunque sono tutte conviventi in una casa chiamata per accidente fortuito ‘negozio’, in cui vivono e, nella mente del cliente, risiedono stabilmente come una famiglia allargata insieme ai proprietari. Queste commesse si conoscono tutte e si frequentano. Fanno parte di una lobby, un partito, un movimento. Hanno luoghi di ritrovo e canali di comunicazione paralleli. Parlano la stessa lingua. Ed è qui che volevamo arrivare. Sono totalmente affascinata dalla lingua delle commesse!

Bellone

Se per esempio ti propongono una cosa bislacca tipo un paio di pantaloni verde ramarro o un cappotto con le maniche corte o ancora delle scarpe da clown tacco 15 è probabile che accompagneranno la profferta con l’aggettivo qualificativo declamato in un mezzo sorriso: ‘bellone, eh?’. I pantaloni sarebbero belloni, il cappotto bellone, le scarpe bellone. Bellone indica stranezza, originalità, una cosa che si nota e che, ammicca l’amica commessa, darebbe una connotazione originale ed unica al tuo incedere nel mondo. Una cosa è bellona quando ha una personalità in sé, pare dotata di una anima propria e tu non puoi fare altro che prenderne atto e portartela a casa. Solo una cosa ancora non uscita dal negozio merita l’appellativo di bellona. Già alla prima prova in camerino la cosa perde un po’ dello smalto di ‘bellona, eh?’ e diviene più una cosa ‘bella, eh?’, ‘particolare’, che ti sta proprio bene. Attenzione, bellona è una definizione scivolosa, sotto la simpatica apparenza della quale potrebbero nascondersi significati diversi. Se volessimo utilizzare un neoverbo “wikipediano”, la disambiguazione dell’espressione ‘bellona’ potrebbe anche mostrare aspetti significanti negativi e assimilabili per prossimità semiotica a ‘fa schifo’, ‘ti sta da cani’,  e, soprattutto, ‘sei veramente ridicola vestita così’. Bellona, eh!?

Sdrammatizzare

Sdrammatizzare è un verbo che mi è sempre piaciuto molto perché indica una filosofia di vita precisa che consiste nel ‘non aderire mai completamente al dramma’ ma tenere sempre un po’ le distanze, qualsiasi cosa succeda, grazie all’ironia. La “s” privativa davanti a dramma, inoltre, conferisce una forza di Coriolis a tutta la parola che risuona così di catartica liberazione pur non dimenticando una eleganza compassata. Sdrammatizzare ha stile, non c’è dubbio. Per sdrammatizzare, infatti, ci vuole stile. ‘Oppure – ci dice l’amica commessa - lo puoi sdrammatizzare con una fusciacca‘.

Un’utilissima fusciacca

Orbene, molti di noi hanno una vaga o precisa idea di che cosa sia una fusciacca. E’ una sorta di cintura, alta, lembo più o meno grande di tessuto o pelle da avvolgersi intorno alla vita o ai fianchi. Si tratta di un accessorio completamente inutile e il cui valore estetico è del tutto discutibile. Pare che fosse una decorazione utilizzata dalle danzatrici nell’antico Egitto ed in Grecia per sottolineare la sensualità delle movenze del bacino dei corpi che venivano esibiti quasi totalmente nudi. E’ evidente la totale mancanza di similitudine con le necessità del cliente attuale che molto difficilmente danza seminudo avvolto soltanto in una sciarpa. Ma questa grossolana lettura delle parole della commessa nasconde invero una molto più raffinata interpretazione. E’ proprio l’assurdità del paragone linguistico ad ingenerare l’effetto di sdrammatizzazione: mettere una fusciacca su un maglionazzo di lana o intorno ad un piumino Moncler o soloDiosadove, fa ridere, dunque sdrammatizza! Un altro punto a favore della commessa.

L’ho presa anche io per me

Questa è una espressione introdotta in tempi relativamente recenti nel linguaggio delle commesse. Diciamo che fino a due, massimo tre, anni fa io non ricordo di essermela mai sentita dire. Chiarisco subito che secondo me non funziona, nel senso che soltanto in misura percentualmente irrilevante ottiene l’obiettivo per il quale viene pronunciata: la vendita del capo di abbigliamento che lei ha preso anche per sè. Non so voi, potenziali acquirenti, ma per me questo annuncio, pronunciato di norma con una certa dose di solennità, non costituisce il benché minimo stimolo all’acquisto. Perché dovrei sbracciarmi per assicurarmi una cosa uguale alla tua? Mi pare proprio antitetico all’effetto-originalità trainato da ‘bellona, eh’. Mi pare che non costituisca nessun valore aggiunto al gusto dell’acquisto venire a sapere che forse domani troverai al bar dell’aperitivo una commessa con il tuo stesso abito e che vi guarderete imbarazzate e complici e tu dovrai sdrammatizzare facendoti una risata quasi come con una fusciacca, mentre dentro rosichi. Allora perché mai è dilagante il dato che lei l’ha preso per sé e lo mette benissimo, lo porta tutto il giorno, ma va bene anche per cambiarsi?

Te la porti fino a primavera inoltrata (o fino ad autunno inoltrato)

..ma se lo dice la commessa!

Marketing apparentemente anti-crisi, questa espressione è da sempre molto utilizzata dalle commesse nell’estatico periodo dei saldi.  Non va mai disgiunta dall’espressione complice del viso che ammicca al fatto che questa possibilità eccezionale di portare il capo in questione fino a primavera/autunno inoltrati viene concessa solo e soltanto a noi e a nessun altro. La commessa pare dirti che questo deve rimanere il nostro piccolo segreto. In verità si tratta di un escamotage anti senso di colpa che di solito funziona bene perché dopo esserci già comprati, per esempio, durante l’inverno un sufficiente numero di maglioni, piumini, sciarpe e magari aver ‘investito’ la busta di Natale in accessori, borse e ulteriori capi spalla, ci sembrerebbe un tantino superfluo comprarne ancora..ma se lo dice la commessa!

Ho rimasto solo la M

Punto dolente in “quello che le commesse dicono”. Evidentemente hanno avuto tutte la stessa prof. di italiano parecchio distratta o incompetente perché fino a prova contraria il verbo, così, è coniugato malissimo. La prossima volta glielo faccio notare, poi vi darò conto della reazione: non sarà una impresa semplice, anche perché potrei imbattermi in un sociotipo di commessa di cui non abbiamo parlato finora ma che merita senz’altro una riflessione: la commessa stronza. In un futuro non troppo lontano, dunque, vorrei affrontare questo argomento.

Il metodo che prediligo è l’inchiesta sociale, dunque fatevi sotto con esempi, racconti di vita vissuta, esperienze dirette o indirette di incontri ravvicinati con commesse stronze. Prometto che ne farò un puntuale resoconto! Inviatemi, dunque, le vostre segnalazioni su commesse stronze e dintorni!

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39 commentiCosa ne è stato scritto

  1. illy

    Sono commessa da H&M e ammetto che l’articolo mi ha fatta sorridere. Ma non lo trovo particolarmente costruttivo… È come scrivere un articolo sulle suocere e dire che rompono sempre le balle e che non si fanno mai gli affari loro: lo sappiamo già! Ma non è tutto qui… la suocera può essere anche un’amica, una confidente, una proto-mamma.
    Insomma ho letto, mi sono divertita, mi sono immedesimata in tante cose descritte da cliente e… da domani in negozio continuerò a fare quello che faccio sempre: cercare di essere la commessa con cui vorrei avere a che fare io quando faccio shopping.
    Un abbraccio a tutte le colleghe.

    Rispondi
  2. Ele

    Mi sono imbattuta per caso in questo articolo, pubblicato ormai qualche mese fa.
    La mia domanda è, che cosa vuol essere?
    Una pennellata ironica?
    Un quadretto da appendere nei salotti buoni, pieni di oggetti vintage e poltroncine di design futuristico?
    Queste sono le parole di chi evidentemente non sà di che cosa parla.
    E’ qualcosa di forzato, semplicistico e superficiale.

    Qual è la materia del tuo articolo? Il fatto che tu ti senta evidentemente superiore ad una determinata categoria sociale?

    Ricorda che a porsi su un piedistallo si fa peccato.

    La narrazione in terza persona è tipica dell’Ottocento cara Roberta mia.
    Io preferisco le storie scritte in prima persona.

    Una commessa come tante

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    • anselmo

      Per me, è uma serial killer che vuole stanare le commesse per freddarle con un colpo alla nuca (o con un racconto in stile Ottocentesco in terza persona).
      La verità è che le donne, oltre che il Jazz, odiano le commesse, ma noi uomini vi mettiamo tutte su un piedistallo (anche se si fa peccato). Altroché

      Rispondi
      • Nora

        A me pare che l’unica ad esser stata freddata sia l’autrice: è scomparsa?! E’ stata sorpresa dalla terza persona in un vicolo buio?
        Dai, non è vero che le donne odiano il jazz, e nemmeno le commesse…beh, forse ogni tanto quelle che mentre tenti di pagare alla cassa tentano di propinarti altri mille articoli, di cui ovviamente non avrai mai bisogno. Ma in fondo non è colpa loro.

        Rispondi
        • anselmo

          Marinda, tu fai la commessa? Se sì, mi vuoi sposare?
          (però attenta, noi giovani non diciamo “ti stimo sempre”. Noi per esprimere il tuo concetto diciamo “Ti quoto tutta la vita”.

          Un giovane Anselmo (mi tingo anche i capelli)

          Rispondi
          • marinda

            Allora, anche in questo caso, ti quoto tutta la vita e potrai rispondere chissene.

  3. kiki

    Questo articolo può piacere o non piacere (dal mio punto di vista gran parte delle pennellate sono azzeccate, alcune no), ma cosa ci sia di snobistico o fascista o quant’altro, me lo dovete proprio spiegare.
    Qualche tempo fa generalizzando (come si fa sempre, anche nella scienza; chiedete a Matzeyes per credere) mi è scappato che il fornaio medio bolognese è di una scortesia unica. Sono stato fascista?

    Rispondi
    • marinda

      come diceva Jules Renard “les bourgeois ce sont les autres.” I fascisti, quindi son sempre gli altri.

      Rispondi
    • ironiaunicavia

      Fascista e borghese è pensare di essere serviti e riveriti per aver speso 9.99 da poveri cristi che (aprite gli occhi) non sono commessi ma operai. Che fanno svuoto riordino cassa per otto ore al giorno, e che quando incontrano la classica idiota che chiede “cerco una gonna per me” come se al mondo esistesse solo lei mentre da sfondo le fanno il coro altre quindici idiote che non fanno per nulla caso al fatto che sei già impegnata, chiedendo dopo dieci anni che comprano h&m “come funzionano le taglie?” +quattro tranne il denim +14 cazzo scrivetevi un post it e mettetevelo vicino al bancomat, “c’è la 38 di questo?” giuro che da domani vado a lavorare con una t-shirt con scritto “keep calm e è tutto esposto”. Se volete la qualità, anche nel servizio, la dovete PAGARE. Se desiderate la classica commessa che vi da consigli (?siate serie. Vi prendono per il culo e voi felici!!!!) andate da prada e spendete duecento euri pe no scialle. Da hem trovate gente stressata che corre tutto il giorno per farvi trovare quello che c’è tutto insieme in modo che voi capitandoci davanti possiate trovare la vostra taglia.Svegliatevi.This is fast fashion.

      Rispondi
  4. emanuela

    Ma questa Roberta Sapio chi è?
    Non è riuscita a fare la giornalista e ora si sfoga con le commesse?
    Ê diventata bionda e fa la predica?
    Che continuasse tronfia ma lasci stare le cose di cui non ha la minima idea. Lasci lavorare chi si fa un mazzo cosí.
    Resti nella sua bolla dorata e accenda una candela alla dea della fortuna.
    Jeunesse dèeure! Puah!

    Rispondi
  5. unaqualsiasi

    hmm.
    Premetto che anche io ho fatto la commessa, tra un lavoro e l’altro ed è l’unico impiego nel quale ho resistito davvero poco: piuttosto crakers, aglio e olio. Di sicuro la mia faccia era interpretabile con “che cazzo ci sto’ a dire qui dentro” e peggio ancora, mi sono consumata lo stipendio perché in negozio ci si doveva vestire così e cosà ed io quelle cose lì nella vita mica le indossavo. Inimmaginabile fatica.. dar retta a tutte le menate che senti in negozio dai clienti o dai “convinti”. Carattere, lo ammetto. Tuttavia mi unisco al coro di chi giudica l’articolo inutilmente pedante e un bel po’ snob (che per me è diretta conseguenza del linguaggio usato più che vero snobismo dell’autrice, mi auguro). Detto questo “ho rimasto” lo dicono in romagna ed è ora di finirla di pensare che la romagna sia il centro del mondo.

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    • anselmo

      La Romagna E’ il centro del mondo, me lo ha detto Mondo (un altro Mondo, non il mondo fuori parentesi; quello è il mondo che non si è fermato mai un momento, questo è Caricati Mondo… vabbè, non so se mi sono spiegato).
      L’autrice secondo me l’ho pure avuta come prof; insegnava a Economia del turismo?

      Rispondi
  6. gaia

    ps e lavoro TUTTE le maledettissime domeniche dell’anno, per cui la faccia da ‘che cazzo ci sto a fare qui’ è più che giustificata.
    che cazzo ci sto a fare qui?
    voglio stare a casa la domenica col mio fidanzato che non lavora il fine settimana, voglio andare in giro, uscire, fare una gita e non rinchiusa in un centro commerciale tutte le fottutissime domeniche.
    non faccio un pranzo domenicale coi parenti da almeno un anno, questa la chiami vita?

    Rispondi
    • Ugoth

      Gaia, mi hai convinto: voglio una fidanzata commessa. A parte che siete sempre bellissime e curatissime un paio d’anni senza pranzo coi parenti e la domenica libera per andare a vedere la partita (di pallo-o-one) non hanno prezzo.

      Rispondi
      • gaia

        grazie a Dio ho un fidanzato che ne infischia del pallone e antepone me alla sua passione calcistica!

        Rispondi
        • Enzo J.

          o almeno, cara Gaia, questo è quello che racconta a te

          Enzo
          “Non si riesce a spiegar
          a chi non vuol capir
          che non c’è un solo amore.”

          Rispondi
          • kiki

            CI DAN CONTRO IL RIGOREEEEE
            (questo, è un calcio nel cuore!)

            Ah, Enzo J., se solo tu non fossi un alias…

  7. gaia

    se esistesse meno gente come te, il mondo (e i negozi) sarebbero un posto migliore.
    ps: io sono laureata, lavoro in negozio per mantenermi 4 giorni su 7 per 9 ore al giorno e gli altri 3 li passo tra università, stage in azienda e studio.
    HAI RIMASTO solo tu ad essere così mentalmente ottusa.

    Rispondi
  8. Alessandra

    L’articolo direttore è solo un raccapricciante e insulso riassunto di banalità e e luoghi comuni (non solo la sottoscritta a quanto pare ha ritenuto offensivi) sparati a zero su una categoria di lavoratrici e lavoratori e se questo articolo fa parte della vostra linea editoriale per carità piuttosto Novella 2000.
    “In genere, sebbene generalizzare sia sempre un po’ morire (come partire), le commesse dei grandi magazzini hanno facce con espressioni del tipo ‘che cazzo vuoi’ o ancor più esplicitamente ‘che cazzo ci sto a fare qui’”. Allora facciamo un bell’articolo simpatico e scriviamo in genere i direttori di testate giornalistiche hanno facce da somaro anche se generalizzare non è un bene (mettiamocelo per pararci il culo). Il dibattito costruttivo in Italia sarebbe sbeffeggiare le “commesse ignoranti che non sanno usare i congiuntivi”, magari si fanno 60 ore senza riposo settimanale, hanno un contratto a chiamata, lavorano tutti i festivi e prefestivi. Scrivete su quello che dite? Scrivete su quanto la liberalizzazione degli orari dei negozi abbia realmente portato benefici alla categoria, sui contratti del settore commercio, andate nei centri commerciali a chiedere alle commesse “bramose solo della paga e della sigarettina” con che contratto sono assunte.

    Rispondi
  9. Margherita

    Mi pare che il massimo che si possa dire dell’articolo è che non è politicamente corretto, ma non lo vedo offensivo per l’intera categoria delle commesse. A me è piaciuto, e preferisco un articolo così piuttosto di altri un po’ ipocriti che parlano sempre bene di tutto e tutti per non urtare la sensibilità di nessuno. E un po’ di sano dibattito va bene in un paese come l’Italia o eccessivamente addormentato o eccessivamente arrabbiato.

    Rispondi
  10. Francesca

    Non si può dire assolutamente che questo articolo non sia offensivo (e pure un pò noioso). Non capisco questo accanimento verso le commesse.
    Consiglio: invece di scrivere articoli in italiano forbito (e ripeto pure noioso) vai a fare la commessa così dai il buon esempio su come ci si deve comportare in negozio, sempre che tu riesca a resistere per almeno un paio di giorni….no, tu non riusciresti a stare in negozio nemmeno per un’ora…

    Rispondi
  11. Marco

    Non vuoi sentirti dire determinate frasi o non vuoi assistere a certi atteggiamenti? Evita di sprecare la tua vita facendo shopping!!! La determinazione con cui hai scritto questo articolo evidenzia in maniera inequivocabile che sei una di quelle persone che spreca la domenica nei centri commerciali.
    Esci, fatti una vita vera, a quel punto forse capirai che le persone che lavorano nei negozi non sono fortunate come te.

    Rispondi
  12. Gian Pietro "Jumpi" Miscione

    La linea editoriale dell’Undici è quella di pubblicare articoli per condividere opinioni, commenti, idee, con uno stile e un approccio non omologati e senza obbedire ad alcuna logica economica, disegno politico o urgenza d’attualità.

    L’articolo non ci è parso né “fascista”, né un’apologia della violenza, né una collezione di volgarità gratuite e quindi è stato pubblicato perché “in linea con la linea editoriale”.
    L’obiettivo e l’auspicio dell’Undici è anche stimolare discussioni, controversie costruttive e confronto tra punti di vista differenti.
    Per questo se qualcuno/a volesse pubblicare un articolo di risposta a questo o altri articoli (come avvenuto in passato) è il/la benvenuto/a.
    Il Direttore

    Rispondi
  13. Bea

    Sono rimasta sbigottita dall’ignoranza e dalla superficialità di questo articolo, inutile sfoggio di un italiano pesante (sembra un tema di prima superiore scritto per impressionare la prof.) e di un atteggiamento ostentatamente critico da rigurgito tardo-adolescenziale.
    Faccio la commessa da diversi anni, e mi sento di commentare un aspetto dell’articolo: ossia la durata di utilizzo della merce.
    Con la crisi che c’è, è il cliente stesso che cerca articoli che possano essere sfruttati anche nelle famigerate mezze stagioni; il più delle volte non lo dice apertamente (e li capisco, a nessuno piace ammettere di essere nelle ristrettezze), perciò spetta a me commessa intuirlo e proporlo discretamente. E’ vero che (da cliente) ho assistito a vendite “estreme”, ma non è giusto squalificare tutta la categoria in questo modo. Alle commesse del nostro marchio, per esempio, viene proibito di vendere a tutti i costi un articolo se abbiamo anche solo il dubbio che sia inadatto per chi lo indossa.
    E soprattutto, chiariamo una cosa: a volte il cliente si becca l’atteggiamento che si è meritato. Siamo commesse e siamo “a disposizione” del cliente, non al suo servizio. Faccio presente che la schiavitù legalizzata è finita da secoli.

    Rispondi
  14. Alessandra

    Ma non vi vergognate a pubblicare certi articoli, faccio la commessa da 15 anni e mi sento molto offesa dal tono snob e classista di questo articolo, fate un’inchiesta sui lavoratori del commercio per capire qual’è la loro situazione e i contratti di merda che siamo costretti ad accettare per portare un pezzo di pane a casa, fate un’inchiesta sugli orari, i turni delle commesse. “fare shopping è una delle terapie più efficaci conosciute nel mondo occidentale” certo che siete messi male, da commessa vi posso consigliare fate sesso, leggete, uscite con i compagni i figli o con il cane se siete soli mai mi sognerei di curare i miei malanni fisici e non con lo “shopping” :)

    Rispondi
  15. phaby

    la commessa cattiva ti ha fatto la bua un giorno che eri tanto tanto triste perchè non riuscivi a dimagrire?

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  16. Paola

    Neanche io sono una commessa, né ho commesse tra i miei familiari o amici, ma sono stupefatta dallo snobismo di classe gratuito e da quattro soldi di questo articolo. Che, posso assicurarvi, nessuno nell’Europa del 2012 si sarebbe mai sognato di scrivere e pubblicare. Può succedere solo nell’Italietta ignorante che vive ancora nel feudalesimo (o nel Ventennio fascista, come preferite) come in una bolla creata dalla macchina del tempo.

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  17. Popsy

    Sarò strana io ma questo articolo trovo che sia scritto malissimo, in un italiano involuto, con inutili ridondanze, pleonastici sfoggi di citazioni che non c’entrano nulla, senza mai arrivare al punto… e giuro che non sono una commessa :)

    Rispondi
  18. elita strozzi

    ahahahahaha!!!tutto quello che le commesse non dovrebbero dire mai!!!bellobellinobellone, l’ho preso anch’io sai? ho rimasto solo la m, sdrammatizzare…sdrammatizzare??perchè ciò che mi hai proposto è un dramma???…per quanto riguarda l’utilizzo (tipico del periodo saldi) del “lo puoi sfruttare fino a primavera inoltrata”…beh…non nego che qualche volta quest’espressione l’ho usata anch’io…per tutto il resto…se ti/vi capita di sentire da una delle mie commesse una qualunque delle altre espressioni nel mio negozio…avvisatemi!!!ahahahah!bellissimo articolo!

    Rispondi
    • giorgia muccioli

      ahahahhahaahahahha ti direi di riscriverlo completamente: da capo e IDENTICO!!!!

      Rispondi
  19. giuseppe tarantola

    Le descrizioni delle commesse H&M e delle boutiques di provincia sono azzeccatissime! :-)

    Rispondi

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