L’esercito degli esclusi

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È ancora possibile considerarci una democrazia compiuta? Dal diario minimo della cronaca alcune piccole storie che andranno presto dimenticate. 

La traccia numero 6 dell’ultimo album dei Lambchop si intitola “Nice without mercy”, gentile senza pietà. Una ballata densa e accomodante che lascia l’ascoltatore in una sorta di circolarità ondosa.

Gentile senza pietà, dunque. Noi tutti viviamo in un mondo gentile senza pietà; questo è l’Occidente: gentile senza pietà. Non si troveranno mai in Occidente divieti ferrei, “no pasaran” alle nostre voglie, omaccioni in divisa nera che negano le nostre libertà.

La copertina del libro "ASCOLTA PICCOLO UOMO"

La copertina del libro "ASCOLTA PICCOLO UOMO"

Al contrario l’occidentale viene invitato a rischiare, a giocare, a urlare il proprio dissenso (però ben recintato nel politicamente corretto: guai ad uscirne!), a vestirsi in maniera ambigua o stravagante, a unire i propri passatempi al tessuto sociale, a seguire mode dell’ultima ora, buddismi di inizio millennio, religioni tascabili, approcci alla vita non ben definiti, tutto il resto è antico, l’Occidente è costruito in questa maniera, in modo tale che le aggressioni elitarie dei geni dell’Hi tech, dell’Information technology, ci sovrastino per ridurci a piccoli uomini. Ascolta piccolo uomo comandava il titolo di un libretto dello psichiatra Wilhelm Reich, un imperativo secco come un chiodo conficcato in una carne tersa e senza grassi.

Anni fa Ascanio Celestini raccontò, riprendendola da una ricca tradizione di apologhi morali, di una favola in cui alla fine gli uomini, là protagonisti, si apostrofavano liberi al cospetto di una voce narrante, l’attore stesso, che faceva notare che in realtà quegli uomini erano liberi di bere solo un caffè. Andare al bar diventava quindi la sola libertà possibile in un mondo dove la superficie nascondeva la spessa sostanza di libertà sottratta.

Non è semplice parlare di mancanza di democrazia in Occidente. Si viene immediatamente ingiuriati come demagoghi, qualunquisti, populisti e via con tutto l’armamentario di insulti usi agli esseri umani che credono di essere custodi di un’intelligenza più onnicomprensiva rispetto ai poverelli che insinuano accuse di difetto della democrazia e dell’uguaglianza. Non semplice, poi, far notare un diritto negato, un privilegio odioso, una cupa mancanza di parità ai blocchi di partenza. La risposta che si dona per soccorrere chi non vuole né capire né sentire è: “E che non lo sapevi che funzionava così?”. All’angolo è sempre pronta la minaccia, di cui si accennava, di tacciarti come un ingenuo o peggio ancora come un “dietrologo”. Il mondo, nell’accezione della maggioranza, deve essere necessario, inopinabile, nulla deve essere messo in discussione perché questa discussione lederebbe il gioco che tutti accettano, come se nel bel mezzo di una partita di calcio qualcuno osasse dire che la palla è rotonda sia un’odiosa convenzione da cambiare. Ma nel castello elefantiaco delle complessità sociali, culturali, economiche di una democrazia occidentale la questione, purtroppo, non si riduce al fatto se la palla debba essere rotonda o meno.

Vivere una crisi come quella odierna non è un’aggravante al pensiero dubbioso, alla discussione delle intelligenze libere su cosa sia la libertà e l’uguaglianza nel mondo euro-occidentale, ma è una conferma del pensiero dubbioso e delle intelligenze libere che non sbagliavano a farsi domande sull’ovvio, su quello che in questione deve essere messo senza sentirsi per questo reietti o antagonisti della società. Siamo cresciuti, noi occidentali, in una società che apparentemente metteva a disposizione armi per l’affermazione di ognuno, un sostanzioso sistema sociale nel quale andare dal medico era un diritto e non un vezzo per i più ricchi. Eppure, al di là della crisi e corroborata da essa, sta una società nuova, quella occidentale, in cui tutto è in bilico e le certezze si sono rese volatili come i valori finanziario-borsistici, e vaporizzate senza che nessuno se ne accorgesse. Non è però un ritorno al cubismo, ai dilemmi dei primi del Novecento, delle avanguardie, dell’uno nessuno e centomila. Non c’è niente di esistenziale in queste certezze inclinate, c’è invece la radice profonda del chi essere in quanto attori sociali, economici, culturali. Chi siamo se una società non permette di costruirsi una vita?

La stessa società occidentale che si professa garante della pace del mondo, che interviene nei paesi del Medio Oriente, dell’Africa dilaniata per dirimere le loro battaglie di religione, di soprusi, ma che trascura poi la democrazia interna sempre meno democrazia e sempre più ammasso di persone senza orizzonti, piantate in territori sociali impoveriti, depauperati anche dello stesso aspetto ludico che ci distingueva dalle società considerate non da Primo mondo. 

Bernard-Henry Lévy

Bernard-Henry Lévy

Gli intellettuali più ascoltati, come André Glucksmann o Bernard-Henry Lévy, vanno a braccetto con le scelte dei propri capi di Stato, si mettono dalla parte della ragione, mai discussa, con la stessa velocità con cui un servo segue sempre la via indicatagli dal proprio padrone; addirittura Henry Lévy era al fianco di Cameron e Sarkozy quando i due si fecero fotografare dopo la liberazione libica. Il contrario dell’intellettuale che dovrebbe essere sempre a portata di sicurezza dalle Istituzioni, dall’ufficialità.

La storia del “rigger” (operaio arrampicatore, NdR),  Matteo Armellini morto mentre montava  il palco di Laura Pausini, la storia di Antonia Custrà, figlia del poliziotto Custrà, assassinato a Milano nel 1977 per mano di uno, Mario Ferrandi, che voleva mettere a ferro e fuoco il Paese, la storia dei coniugi De Salvo, l’ennesima crudezza di due invisibili esistenze che irrobustiscono la lunga scia di suicidi che copre tutto lo Stivale, dagli imprenditori dell’(ex) opulente Veneto ai disperati senza futuro del Sud profondo, sono tre storie, due trentenni e due sessantenni, che, prese come stimolo per un ragionamento più ampio, testimoniano il calo della democrazia e dei valori che la nutrono e che le danno sostanza, anzi la Sostanza: libertà, giustizia sociale, parità dei trattamenti.

Il “rigger” aveva trentuno anni, un diploma al Liceo Mamiani di Roma (uno dei più rinomati), una laurea in Storia all’Università di Roma Tre, ed un lavoro manuale, dignitoso certo e per la verità agognato ormai da molti laureati, che mette in luce, però, un sotterraneo inciso di verità che per troppo tempo non si è voluto ascoltare: la generazione, con forbice aperta dai venticinque anni ai trentacinque anni o forse più, vive l’insensatezza del percorso fatto di studi, cultura, che era stato prospettato proprio perché appartenenti al Primo mondo, dove si credeva che lo studio elevasse, sempre. Non era così quando lo dicevano le pedagogie occidentali e non è così, ora, che ne abbiamo prove lampanti in tutti i Paesi dell’Occidente.

Dalla stampa ufficiale il “rigger” viene descritto come uno che amava il proprio lavoro, come uno che “di quella vita, tutta adrenalina e impegno, si era via via innamorato. Gli piaceva l’idea di lavorare perché altri potessero godere di uno spettacolo”. Uno che era felice, insomma, che con passione montava e smontava i palchi dei famosi personaggi del pop italiano. Ma per favore: che cosa c’è dietro la scelta di montare i palchi per uno che era laureto in Storia? Studiare la Storia lo aveva preparato a montare i palchi? Probabilmente il “rigger” (insisto a chiamarlo così perché la cronaca assetata di notizia lo ha incastonato come “rigger” senza chiedersi veramente chi fosse questo trentunenne) non ha avuto neanche l’opportunità di insegnare a scuola, non di diventare Eric Hobsbawn, ma solo di insegnare.

Escluso quindi non perché la scuola italiana sia un centro di eccellenza e di merito ma perché ha assunto vergognosamente in passato per concedere anche a molti immeritevoli di poter godere di un ammortizzatore sociale, degradando, di fatto, quello che dovrebbe essere un servizio primario, la Scuola, di uno Stato democratico che vuole definirsi tale.

Il diciassettenne Maurizio Azzollini mentre spara a Milano in quel fatidico giorno del 1977

Il diciassettenne Maurizio Azzollini mentre spara a Milano in quel fatidico giorno del 1977

Antonia Custrà, la figlia del poliziotto ucciso, che fa la spazzina e che, ora, come dice la madre Anna Sinto: “Fortuna che è riuscita a cambiare. Adesso è al dipartimento di polizia di Capodimonte, un lavoro d’ufficio”, spiega lo spaccato reale di chi conta solo sulle proprie forze e vede, nel frattempo, accanto a sé, uno dei partecipanti di quello scontro maledetto, Maurizio Azzollini, essere promosso come capo ufficio gabinetto del vicesindaco di Milano. Questo è un altro tratto minimo per costruire l’affresco dell’ingiustizia sociale, diffusa sempiterna e profonda, che impalca il Paese.

Azzollini è quello che spara nella famosa foto, non uccide il poliziotto Custrà, ma è giustamente condannato per aver partecipato all’azione. Era il 1977, aveva diciassette anni Maurizio, Antonia, invece, era nella pancia della madre mentre il padre moriva. Ma non è una storia di terrorismo, di patetismo lacrimevole, di penitenza e di riscatto quella su cui vuole essere messo l’accento. Il problema è quello che è successo dopo. La figlia cresce senza un padre e la madre intervistata dice: “Sa qual è stato il primo lavoro che Antonia ha trovato? Quello di operatore ecologico, come lo chiamano adesso. Spazzina, in pratica. Ora: è vero che i lavori sono tutti nobili e quel che conta è lavorare, ma a lei tutto questo sembra giusto? Azzollini fa il capo di gabinetto, per Antonia fino a un certo punto il solo posto disponibile era quello di spazzina”. Il solo posto disponibile per quella forbice generazionale di cui si parlava è quello meno riconosciuto socialmente ed economicamente.

Si dice che un uomo che finisce in carcere deve essere riabilitato, deve avere una seconda opportunità per (ri)affermarsi: niente di sbagliato. Tuttavia il “rigger” e la figlia del poliziotto l’hanno avuta la seconda chance, l’hanno avuta, non una seconda, ma una prima occasione di dimostrare, per le proprie competenze, per le proprie voglie di realizzarsi, il loro valore? Azzollini entra in carcere nel 1977, aveva meno di diciassette anni. Nel 1982 esce dal carcere in regime di libertà condizionata ed entra a lavorare al Comune. Con quale concorso? E un ventiduenne, senza laurea, che entra al Comune sarebbe possibile ad oggi (escludendo i raccomandati ovviamente, perché su quelle vette tutto è possibile)?

I coniugi De Salvo si sono suicidati nel gennaio di quest’anno. Lui, sessantaquattrenne, aveva perso il suo lavoro di agente di commercio nel 2004, lei, sessantanovenne, moglie e casalinga, non ha potuto fare a meno che seguire suo marito nel destino di morte. Salvatore De Salvo aveva scritto lettere a Silvio Berlusconi, invocato la pietà del compagno Nichi Vendola, o l’attenzione di Emiliano, sindaco della sua città, Bari. Succede allora che il Comune di Bari li mette in una casa di accoglienza, preferisce pagare centodieci Euro al giorno, incurante delle richieste di un uomo che sulla soglia dei sessantanni perde il lavoro. Venne inserito nei tirocini formativi nella Asl di Bari, con la promessa di venire regolarizzato. Salvatore De Salvo non si arrende, fa proposte a Vendola, vede degli sprechi ed elabora un progetto per eliminarli, dossier dettagliatissimi, lettere, centinaia di missive destinate ad Emiliano e a Nichi Vendola cadute nell’indifferenza.

Alla fine del tirocinio non viene assunto, a differenza di molti altri dell’Asl barese, appoggiati da politici dei quali costituiscono parte delle loro clientele. Ma Salvatore Di Salvo protesta, lotta, fino a che una dirigente della Asl gli propone di crearsi una falsa invalidità per avere agevolazioni di assunzione. Di Salvo non accetta, non vuole commettere un falso. Dopo un periodo di frustrazione, umana e così terribile, decide, insieme alla moglie, di ammazzarsi. E lo fanno, si ammazzano. Senza che la loro presenza abbia in qualche modo intaccato la ragione delle Istituzioni, mai messe in gioco e sempre incapaci di chiedersi per quale motivo esistano.

A fianco di queste storie, lo stesso ambiente che ci lascia liberi di morire aiuta, con il progetto Sponda Sud e la Caritas, i giovani studenti arabi, oppure, grazie a leggi dello Stato italiano, l’imprenditoria femminile e delle extracomunitarie. È segno di democrazia, di rispetto per la tanto agognata giustizia, per la parità di partenza per tutti, ma i figli del Paese che aiuta gli studenti arabi o le imprenditrici marocchine hanno ricevuto lo stesso aiuto? Mi rendo conto che questa è una tentazione facile, un po’ demagogica, e leghista, ma la retorica diviene inaccettabile quando gli aiuti non vengono offerti ai soggetti primari d’interesse nazionale, i nostri ragazzi, e dirottati verso altre lande. E non si tratta neanche di aiuto perché la società occidentale in cui viviamo non solo non aiuta, e i teorici dell’anti-statalismo avrebbero gioco facile a dimostrare di essere veri liberali, ma addirittura usa la stessa arma che ucciderebbe anche il condottiero più coraggioso del mondo: l’indifferenza. L’indifferenza è l’arma che usa il potere per non vedere, per non avere a che fare con colpe evidenti di progettazione del sistema Paese, lasciato nelle mani di burocrati che ingarbugliano le leggi, complesse quanto ingiuste, e di criminalità organizzate che chiedono non altro che appartenenza e assenza di sguardo critico (per la verità una richiesta che gli stessi partiti, sindacati, cooperative e associazioni di categoria impongono a chi voglia far parte di un certo mondo).

Ci hanno insegnato ad essere liberi fin dalle scuole elementari, ci hanno insegnato le rivoluzioni inculcate sul perno glorioso della libertà, dell’uguaglianza, ci hanno insegnato teoresi di diritti, il non dover mai chiedere per favore una cosa che ci è garantita. Chi può dire, però, in tutta onestà, di non aver mai elemosinato un lavoro, un avanzamento di carriera, un qualcosa che non richiedeva il mettersi in gioco ma, al contrario, un entrare a testa china, senza domandarsi niente, nel Gioco?

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Cosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Il nodo è presto sciolto.
    La domanda che poni: “È segno di democrazia, di rispetto per la tanto agognata giustizia, per la parità di partenza per tutti, ma i figli del Paese che aiuta gli studenti arabi o le imprenditrici marocchine hanno ricevuto lo stesso aiuto?” sottende una risposta che troviamo nella Costituzione italiana, in particolare nella discussione all’art. 33.
    In breve, durante una seduta, viene citato il libro Robinson Crusoe come unico testo consigliato da Rousseau fino ai vent’anni d’età. In quel testo c’è un passo straordinario, in cui il grande naufrago decide (consigliato da uno spagnolo) di rimandare l’accoglienza di altri uomini accomunati dalla stessa sorte, onde evitare di non poter soddisfare il fabbisogno di tutti.

    Non mi dilungo oltremodo, ma quella ed altre citazioni, le quali furono preludio della nostra immensa Carta, dovrebbero essere conosciute a memoria da chi si arroga il diritto di governarci.

    Mi viene in mente un manifesto della Cgil molto evocativo, due mani intrecciate su cui campeggia la scritta “Oltre ogni esclusione” che, per esperienza diretta, posso dichiarare incoerente. Inoltre pone i rappresentanti del sindacato nella medesima condizione di dovere cui sono tenuti i membri del governo.

    Infine, una nota personale; conoscevo la storia dei coniugi De Salvo, e il trattamento loro praticato mi ha fatto decidere di escludere Vendola dal posto elettivo che un tempo gli avevo riservato.

    Grazie e buone cose
    Antonio

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