The Italian diaspora. Dispacci da cervello in fuga

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In una stanza male illuminata di un appartamento dell’East Village di Manhattan, nel dicembre del 2004, c’è un giovane uomo che ascolta un po’ apprensivo la musichetta d’attesa del call center di una compagnia area. ManhattanSono io. Stavo aspettando di sapere se quel Natale sarei riuscito a tornare nella mia città d’origine. L’operatore mi aveva messo in attesa dopo aver interrotto i miei piani di viaggio con parole che sembravano inequivocabili: “I am sorry, sir, I don’t see any reservation under your name here”. “But it’s impossibile”, avevo ribattuto, “I booked the return flight over two months ago”, sottolineando il largo anticipo. “Something must have gone wrong with the booking, sir”, rispose ripetendo una formula generica con tono deciso, a cui aggiunse perentorio: “I am afraid I can’t help you with this”.

Per un istante, avevo pensato che quello fosse un segno da cogliere, come il responso di un oracolo. Superato l’impatto, dovetti riconoscere che quel contrattempo mi aveva portato un certo sollievo. Da quando ero partito dall’Italia, i rientri per le feste erano sempre fonte di tormento, perché riaprivano in me la classica ferita del “cervello in fuga”. Da una parte della lacerazione c’era la vita nel paese adottivo, con il suo pacchetto all-inclusive di nuovi ritmi, codici e sistemi di valori. Dall’altra rimanevano le attese e le usanze del paese d’origine, che in qualche parte di me stesso se ne stavano radicate e inderogabili, pena l’insorgere di sensi di colpa, dissidi famigliari e somatizzazioni varie.

Ma quella volta il sistema, nella sua miope onniscienza, sembrava aver deciso per me. Avrei passato il Natale a New York – come in un adattamento un po’ alternativo del cinepanettone – con i neo amici, la neo ragazza e le luci al neon che davano forma alla mia isterica e sofisticata matrigna, la metropoli.

Simulando un po’ di fatalismo, mi stavo quindi preparando a salutare l’operatore con nonchalance, quando d’un tratto, da qualche mio luogo interno, partì una freccia invisibile, con la punta intinta di nostalgia, che andandomi a colpire la lingua mi fece uscire queste parole: “But it’s impossible, man, I am supposed to spend Christmas with my family!”. E in questa mia replica improvvisa si era chiaramente accesa una nota dolente, di cui lui dovette accorgersi, perché riumanizzandosi, rispose: “Well, sir, I seriously doubt I will find anything at this time, but let me see if I can find something for you on another flight. Let me put you on hold”.

Guardavo me stesso da fuori, in quella stanzetta sovrapprezzo di Manhattan, con la cornetta in mano e lo sguardo stralunato

Ripartì così la musichetta, che fu la colonna sonora della manciata di minuti più assurda e dilatata della mia vita.
Negli istanti che seguirono, sperimentai una sensazione molto simile ad un’esperienza extracorporea: come fossi seduto sulle scale antincendio del palazzo, guardavo me stesso da fuori, in quella stanzetta sovrapprezzo di Manhattan, con la cornetta in mano e lo sguardo stralunato, mentre aspettavo che un’entità metà uomo metà computer decidesse per me il mio destino. Una sensazione abbastanza imbarazzante, a dire la verità. Dopotutto ero uno studente di dottorato, e da me ci si aspettava raziocinio e autocontrollo, e non certo una così palese resa alla volontà del fato.

Ma quella volta non seppi fare altrimenti, accorgendomi in diretta e con rassegnato stupore che quella telefonata stava per diventare un episodio chiave della mia vita. Di quelli – per intenderci – che ti ritrovi ad evocare puntualmente nei momenti di crisi, sperando di poter riavvolgere il nastro per cambiare il corso della storia.

Un altro elemento che mi balzò agli occhi, dalla mia postazione extracorporea sospeso fra Avenue A e la 14esima, fu che l’attesa telefonica sembrava interminabile, come se stesse durando da anni. In effetti, per le ricadute che poi ha avuto sulla mia vita, quell’attesa è veramente durata sette anni, dal Natale 2004 al Natale 2011, come si chiarirà fra poco.

In realtà, dopo solo pochi minuti venne interrotta dalla voce dell’operator, che rientrò nella cornetta esclamando: “Well, you’re one lucky fellow, my friend! I just found an impossibly free seat on a flight leaving JFK to Bologna, Italy. I guess you were really supposed to spend Christmas with your family”. Con il suo zelo che ancora mi risuonava nelle orecchie, rimasi fermo in bilico su una serie di domande interiori: ma come aveva fatto a trovarmi un posto libero pochi giorni prima di Natale, con tutti i voli tipicamente in overbooking? Ero di fronte a qualche cinematografico miracolo natalizio? E veramente avrei dovuto interrompere il flusso della mia nuova vita americana per ripiombare nella “melassa” del Natale in famiglia? Significava quindi che avrei dovuto portare regali a tutti i parenti, come il famigerato zio d’America? E infine: che impatto avrebbe avuto quel piccolo ma abbastanza straordinario episodio, sulla mia vita di ricercatore universitario, e di essere umano in generale?

“Sir? Do you want to me to go ahead and book the flight for you?”, mi incalzò quindi lui, interrompendo la sequenza di quesiti sempre più esistenziali. Al che mi accorsi di essere rientrato di nuovo del mio corpo, telefono sudato in mano, e mentre negli occhi mi scorreva il flash forward della vita in seguito all’imminente decisione, balbettai: “Well, yes, please”. E poi lo salutai, lo ringraziai come fosse ormai un amico, e riagganciato, rimasi a guardare il telefono per vari minuti, consapevole che da quel momento una specie di incantesimo sarebbe calato su di me.

Amore o love, che dir si voglia

E infatti, nei sette anni successivi a quella famosa telefonata, ho fatto trasloco una volta all’anno, e ho cambiato città e continente ogni due anni. Al mio ritorno dall’Italia dopo il Natale 2004, la mia neo ragazza americana mi lasciò, e alcuni mesi dopo mi sono rifidanzato con la mia precedente ragazza italiana, con cui negli anni successivi abbiamo tentato di sposarci, siamo andati insieme a vivere New York, e alla fine ci siamo lasciati di nuovo. Curiosamente, la donna americana sognava l’Europa e quella italiana l’America, e in un modo o nell’altro io non andavo bene a nessuna delle due. Ma in entrambi casi è stato comunque amore – o love, che dir si voglia -, ed alla fine è questo che conta.

A margine, aggiungo che dopo varie tribolazioni ho anche ottenuto il dottorato, discutendo una tesi sull’entertainment nella politica italiana che diversi docenti universitari del Belpaese avevano guardato con sospetto, salvo poi tardivamente occuparsi dell’argomento, e che i miei professori americani avevano considerato folkloristica fino al giorno in cui il nostro pornografico ex premier ha rischiato di far crollare l’economia mondiale.

Le esperienze extracorporee – forse è questo che si intende per “cervello in fuga”? – si sono ripresentate a intervalli regolari, da quella famosa volta sulla scala antincendio. Devo ammettere che non è sempre stato piacevole. Nel tempo hanno infatti causato una serie di effetti collaterali psicofisici che mi hanno portato persino al ricovero in ospedale. A quanto pare corpo e mente non possono stare troppo a lungo separati, così come un cervello non può fuggire in continuazione. Al tempo stesso, però, i mie immaginari appostamenti su scale anticendio mi hanno regalato una prospettiva unica, in parte ancora instabile e sfuocata, che tuttavia mi ha insegnato a vedere le cose in modo nuovo, ibrido, che non è più né solo italiano, né solo americano, né tantomeno appartiene ad una delle combinazioni italoamericane note tipo i “Sopranos”, i guidos di Jersey Shores o i recenti hipsters alla matriciana avvistati in Italia.

La creatura generata quel giorno dall’alchimia fra il destino e il sistema di prenotazione delle linee aree non ha ancora un nome, una forma o una dimora precisa. Per anni, ha vorticato in un limbo popolato di altre persone senza patria e senza identità, guidate solo da una specie di sogno di terra promessa. A essere sinceri, questo stato di nomadismo mi è parso ben peggio di un incantesimo, ma una specie di supplizio, e non conto che le volte in cui mi ho maledetto quel solerte operatore telefonico. E poi un giorno, a ridosso del Natale appena passato, come puntalmente mi capita, mi è tornato in mente quel giorno di sette anni prima. Questa volta, tuttavia, invece di rimpiangere l’esito di quella telefonata, ho avuto una visione che la metteva in una luce completamente diversa: attraverso il call center, il destino mi aveva comunicato che in quel Natale 2004 sarebbe venuto al mondo un uomo nuovo, con il cervello in fuga ma il cuore residente, che avrebbe dedicato tutte le sue energie alla ricerca di un passaggio verso un territorio futuro, dove l’Italia, attraverso l’Europa, si sarebbe unita all’America, affinché i nomadi globali come me avessero finalmente una nuova patria. Oppure, più semplicemente, è stato tutto un lungo, delirante sogno, perché il freddo patito mentre stavo appollaiato sulle scale anticendio mi aveva bloccato la digestione dell’hamburger.

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