Scorte di memoria

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Nel paese degli ammazzati, dove si muore per far rispettare le regole, dove, sovente, i cittadini comuni si sostituiscono alle Istituzioni per fare in modo che queste rispondano ai compiti e ai ruoli per cui sono state create, nel Paese, insomma, dove lo Stato è debole e gli esseri umani, così detti normali, fanno le sue veci, è evidente, ormai da decenni, di come le scorte statali sono state date e si concedono a uomini e donne che non ne avrebbero bisogno, mentre, nel passato e nel presente, sono stati esclusi e si escludono cittadini che ne avrebbero avuto e ne hanno diritto, se non altro per far sentire loro la presenza forte dello Stato.

Lo spreco dell’assegnazione delle scorte non è tanto uno sperpero di risorse pubbliche, che comunque è evidente e rende lampante l’ingordigia della classe dirigente, ma è al di la di tutto una dispersione di memoria storica e di lancio indifferente, nell’anfratto di un oblio becero, dei valori civili con i quali una Nazione prima ancora che uno Stato si fonda e alimenta la necessaria riserva morale che fa da architrave all’impianto condiviso dei valori collettivi di un popolo.

Vittorio Pisani, il protagonista della cattura di “Capatosta” Michele Zagaria, è uno dei poliziotti più efficienti e famosi d’Italia (recentemente rinviato a giudizio per abuso d’ufficio, rivelazione di segreto e altri reati), ex dirigente della squadra mobile di Napoli, e ora allo S.C.O. (Servizio Centrale Operativo di Roma), ritenuto da molti degli addetti ai lavori come una sorta di Eliot Ness italiano, si espresse così nel 2009 riguardo alla scorta accordata a Roberto Saviano: “A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce rice­vute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta”. Pisani insiste: “Resto perplesso quando vedo scortare per­sone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, magistra­ti e giornalisti che combattono la camorra da anni”. Parole sacrosante se non fossero rivolte al bersaglio sbagliato in quanto lo scrittore campano non sembra rappresentare affatto la pietra dello scandalo, diversamente da personaggi come Daniela Garnero, in arte la Santanché, oppure Vittorio Sgarbi e Paolo Cirino Pomicino, i quali dispongono ognuno di un auto e di alcuni agenti di polizia, sottratti al servizio di sicurezza che i cittadini pagano. La questione è annosa tanto che qualcuno potrebbe rispolverare il detto, attribuito a Margaret Thatcher, che “se dopo i trent’anni non hai l’autista sei un perdente”. Tuttavia la sequenza di personaggi noti e meno noti che hanno diritto alla scorta è talmente imbarazzante che solo la sfacciataggine e il delirio della Seconda Repubblica può nutrire e sopportare.

Per dare un’idea dell’importanza di questo ineliminabile servizio  che ogni Stato ha il dovere di garantire ai suoi cittadini in pericolo è bene ricordare che la Polizia di Stato ha un vero e proprio Reparto Scorte. Chi decide se qualcuno abbia diritto ad una scorta è la Questura di ogni provincia d’Italia, previa consultazione con il Ministero degli Interni da cui dipende. Della tutela della personalità minacciata capita a volte che se ne occupi la Digos, Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, sottratta, presumibilmente, al suo principale compito: l’antiterrorismo. Il corso che abilita un poliziotto a far parte di un reparto scorte si tiene ad Abbasanta, in provincia di Oristano. Pare che questo corso, della durata di circa quaranta giorni e al quale si partecipa dopo un accertamento di idoneità psico-fisica, sia molto qualificante per un poliziotto, a cui insegnano a correre, a sparare in condizioni di difficoltà, ad esercitarsi nel tiro dinamico, a capire i movimenti che una scorta deve compiere, alcune tecniche di difesa personale, basilari elementi sugli esplosivi, tecniche di protezione in squadra (come si sale e si scende da un veicolo), capacità di guida in disimpegno. Tutto professionalmente molto utile e quindi ancora più deprimente se poi le nuove competenze vengono applicate per difendere individui che, solo in virtù delle loro conoscenze nei Ministeri o perché appartenenti ad una divisione o camarilla politica, hanno diritto a quello che non sarebbe un privilegio ma che lo è diventato. Quando Vittorio Sgarbi attacca Saviano, reo di essersi lamentato troppo delle condizioni di uno scortato, egli antepone la sua condizione di scortato cronico ma che non trova difficoltà a vivere la vita da gaudente libertino di cui si vanta. Il prode critico d’arte non considera che forse Saviano sia una persona normale, un ragazzo semplice che ha trovato scioccante il passaggio da uomo libero a uomo sotto scorta. Ma per Sgarbi questo passaggio è indolore probabilmente perché è un personaggio televisivo che da anni ha invaso le nostre Istituzioni, a colpi di volgarità e supponenza, e non trova alcuna ipocrisia nell’essere scortato, proprio lui le cui reazioni suggerirebbero che gli scortati dovrebbero essere i cittadini che casualmente si trovino nei suoi paraggi. I contorni della vicenda di Sgarbi assumono i tratti beffardi della farsa se si considera che l’istrione dal ciurlo pendente vanta una condanna definitiva per falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato. Lo stesso Stato, verrebbe da dire un po’ beota, che da anni gli dona il proprio aiuto per difendersi. Da chi è un mistero.

Ma non è l’unico. L’elenco degli eccellenti scortati vede brillare astri come Claudio Lotito, Paolo Berlusconi, i coniugi Mastella e Marcello Dell’Utri, il quale se da un lato lo Stato lo condanna nel merito, in due gradi di giudizio, per concorso esterno in associazione mafiosa, dall’altro gli concede una sicura scorta. Come se lo Stato, in questo caso, fosse afflitto da una compulsione schizofrenica. Di quale pericolo, poi, si ritenga minacciato Cirino Pomicino appare il quarto segreto di Fatima. E la Santanché? La diva della Seconda Repubblica, dopo aver provocato un gruppo di musulmani che manifestavano civilmente, provando a strappare il velo alle donne presenti alla manifestazione, ha anche asserito che Maometto era un pedofilo. Più facile che un salafita, al rimbombare di queste parole, le ritenga un pericolo, o è più plausibile che consideri una donna del genere come un’invasata più estrema di un wahabita saudita?

Stando poi a quello che dice Alessandra Mussolini, il recentemente sobrio Casini va a prendere la figlia a scuola con due auto blu. Tuttavia le note dolenti sono altre, al netto di auto blu, auto con lampeggianti, “d’alemi” e “fini rosa cravattati” attorniati da vere e proprie pattuglie di agenti in assetto antisommossa, che li accompagnano anche quando questi devono presiedere qualche convegno di cui onestamente non si sente l’esigenza e che vedono protagonisti ottuagenari in luoghi al centro di Roma e non in una landa sperduta dell’Afghanistan. I signori citati, vicini ad essere satrapi orientali inavvicinabili dai comuni mortali, certamente arrossiranno al ricordo di uomini come Giorgio Ambrosoli, Emilio Alessandrini e Guido Galli, esposti l’anno scorso al Tribunale di  Milano in tre enormi fotografie a custodia del ricordo. Uomini, servitori dello Stato – veri servitori dello Stato – che morirono trucidati senza scorta. Chissà cosa penseranno di Massimo D’Antona, risarcito ipocritamente con lo scranno parlamentare concesso alla moglie, o di Marco Biagi, definito “rompicoglioni” dall’uomo a sua insaputa Claudio “Sciaboletta” Scajola , che invocava a gran voce la scorta prima di essere ammazzato come un cane in Via Valdonica a Bologna. Morti eccellenti che oscurano solo un po’ tutto quell’universo di pentiti o ribelli nei confronti delle criminalità organizzate – chi denuncia il pizzo, un’estorsione, un movimento terra sospetto ecc. – che non trovano spazio nelle cronache o nella storia patria e che vengono, a volte, lasciati solo da uno Stato che li invita a reagire ai soprusi.

Ambrosoli lo freddarono una sera, era solo, camminava dopo aver trascorso una serata con gli amici. Stava svolgendo come un leone, incurante delle minacce e dei silenzi delle Istituzioni, il suo ruolo di commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona. A distanza di anni l’ennesima mazzata alla sua memoria di uomo che la retorica celebra come eroe ma che la coscienza incastona come grave inadempienza dello Stato Italiano. Giulio Andreotti, in un’intervista, disse di lui solo pochi anni fa: “Era una persona, come si dice in termini romaneschi, che se l’andava cercando”, giudizio riservato dal Divo Giulio anche ad un intellettuale come Pier Paolo Pasolini che, però, a differenza di Vittorio Feltri, Maurizio Belpietro, Emilio Fede e Bruno Vespa, non ebbe diritto a nessun tipo di scorta. Come Giancarlo Siani, il coraggioso ragazzo giornalista, martire della camorra, a cui tolsero la vita nel 1985 a soli ventisei anni per aver esercitato il suo diritto di cronaca. Morto in via Romaniello nell’elegante quartiere napoletano del Vomero.

Piersanti Mattarella, Presidente democristiano della Regione Sicilia

Piersanti Mattarella, Presidente democristiano della Regione Sicilia

Forse, per Giulio Andreotti, anche Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Sicilia che sfidò Cosa Nostra con una Giunta di centrosinistra della cui maggioranza faceva parte Pio la Torre, era uno che se l’andava cercando. A nulla valsero gli avvertimenti di Stefano Bontate, capo della mafia pre-corleonese, che, dicono così le sentenze del processo Andreotti, si lamentò con Giulio degli intralci che Mattarella dava a Cosa Nostra. Niente, Mattarella fu ammazzato nel 1980, Pio La Torre due anni dopo. Senza scorta, entrambi.

La lista di quelli che molti definiscono “santi laici” è lunghissima e ricordarli tutti sarebbe un’impresa che non si confà alla brevità di un articolo. Quello che però è comune a questi santi laici è che, pur avendo la scorta, non la consideravano una necessità come, invece, gli uomini che l’hanno oggi ne sbraitano il diritto. Ignazio La Russa, quando gli fecero presente dell’inopportunità di prendere un volo di Stato per andare allo stadio a vedere Inter-Schalke 04, rispose: “Per qualunque movimento io faccia, ahimè, motivi di sicurezza mi impongono anche contro il mio volere di non usare voli di linea”. A differenza di David Cameron, Michelle Obama e i ministri danesi che, magari anche per una trovata pubblicitaria, si muovono senza scorta quando vanno in vacanza o a fare la spesa o a giurare davanti alla Regina. Secondo il colonnello Sinico, sentito come teste al processo Mori, lo stesso Paolo Borsellino, che aveva la scorta e che, purtroppo, non servì ad evitargli la morte, disse poco prima di saltare in aria: Lo so, lo so: devo lasciare qualche spiraglio, altrimenti se la prendono con la mia famiglia”, riferendosi al fatto di doversi scoprire un po’ per rendersi vulnerabile, in modo tale da evitare che la potenza di fuoco corleonese si indirizzasse verso i suoi parenti più stretti.

Uomini di altra pasta che non avevano bisogno di servirsi di folclore per reclamare qualcosa, ma che subivano il controllo dello Stato ben lieti in futuro di poterne fare a meno, a differenza dei succitati che griderebbero al complotto o allo scandalo qualora togliessero loro anche solo uno dei tanti privilegi di cui godono. Uomini capaci di parole straordinarie da cui si evincono valori seppelliti da venti anni di una Seconda Repubblica che, oltre a togliere il senso ultimo dello stare insieme in uno Stato, ha trasformato questi valori in qualcosa da “cape” dure, da gente che ha grilli per la testa, fino a che chi prova un minimo di senso civico e amor di patria viene additato come fuori dal tempo e dallo spazio in cui vive. Uomini che scrivevano lettere come quella che segue, dove si testimonia che alla base di un’azione di coraggio c’è e ci deve sempre essere un’Idea che nessuno, neanche un sicario, può portare via.

Il manifesto del film tratto dalla storia di Giorgio Ambrosoli

Il manifesto del film tratto dalla storia di Giorgio Ambrosoli

Anna (moglie di Giorgio Ambrosoli, n.d.r.) carissima, è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana, n.d.r.), atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Umi (Unione Monarchica Italiana, n.d.r.), le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici(…)Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (…)

Giorgio Ambrosoli

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