Potere di posizione

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Il grande intreccio. Dal forum di Davos al mondo delle controllate di Stato, dei grandi gruppi multinazionali e degli investitori istituzionali.

Davos è una piccola località che si trova nel distretto di Prettigovia/Davos in Svizzera. Organizzato dal suo creatore Kluas Schwab, ogni anno, a Davos, si svolge il World Economic Forum. Il Forum è un centro di aggregazione che farebbe gola a chi si voglia cimentare nell’antropologia finanziaria, quasi una prova etnologica dell’egalitarismo degli uomini quando sono usi ai costumi mutuati dalle terre del potere e del denaro. Al Forum può capitare che personalità, non proprio simboliche della democrazia, vengano accolte alla stregua di propugnatori dello slogan di Davos impegnati a migliorare lo stato del mondo” come, per esempio, Hamad Bin Jabr Al Thani, patron del Paris Saint Germain e, quel che è oro, premier di uno Stato, il Qatar, che annovera duecentomila abitanti, all’incirca quanto Trieste.

Lo sceicco qatariota Al Thani

Lo sceicco qatariota Al Thani

Ma tra Trieste e il Qatar la differenza sta che mentre il capoluogo friulano dispone di una tradizione culturale invidiabile, è un baluardo mitteleuropeo, ospitante elegantissime sedi di assicurazioni, e ispiratrice dei capolavori letterari di Saba, Svevo e Slataper, il Qatar mette in vetrina e fa pesare il fatto di essere la terza riserva di gas naturale al mondo e di avere un fondo sovrano da cento miliardi di dollari. Quando l’essere e l’avere non sono scelte agli antipodi ma convergono potentemente. Sfumature che inducono a dimenticare una situazione qatariota dove la maggioranza degli abitanti, composta da immigrati, vive alla maniera di una plebaglia umiliata e offesa, a cui hanno tolto anche il diritto di fare la spesa.

Se fossimo in un consesso di dietrologi, ragionandoci su, il Forum potrebbe essere appellato come la faccia pubblica del corporativismo mondiale, lo scrigno trasparente rispetto ai vari santuari neri del Bilderberg o della Commissione Trilaterale, da dove si crede provengano le trame che orientano il mondo. Tuttavia la visione degli ultimi accadimenti mondiali permette ai più scettici revisori della trasparenza di fugare ogni dubbio. Non esiste alcun complotto mondiale! Al contrario, o almeno, il supposto complotto è sotto gli occhi di tutti, e noi italiani, pur provenendo dal paese dei Borgia, dovremmo iniziare a valutare la vicenda globale ed europea con occhi meno inclini a vedere l’intreccio incattivito da lame, veleni e coltelli. Il complotto, dunque, è ben palese e si traduce in un passaggio da una democrazia liberal democratica ad un governo mondiale, sorretto da “enti” come FMI, Banca Mondiale, Banche Centrali e alte burocrazie dove i protagonisti scaturiscono da uno stesso macro ambiente: università riconosciute (Mit, Bocconi ecc.), passaggi in società di consulenza finanziaria e fondi sovrani, esperienze in grandi istituti bancari o nei “think tanks” più influenti del mondo. Chi non ha calpestato queste strade è fuori gioco come i politici, che siano italiani, greci o spagnoli, o come i cittadini colpiti dalle decisioni del governo mondiale.

Gli spiriti più testardi diranno che le dimissioni di Emil Boc, ex premier rumeno, che hanno dato il via all’ennesimo governo tecnico nell’area Euro, confermano le terree  impressioni sul complotto mondiale ordito da realtà e istituzioni sovra/transnazionali. Al posto di Boc è stato assiso infatti il capo del servizio dello spionaggio esterno Mihai Razvan Ungureanu, già ribattezzato lo 007 dei Carpazi. Ungureanu procederà a quelle riforme che il Fondo Monetario Internazionale prevede e ha previsto per i Giips (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna): interventi sulle pensioni e sul mercato del lavoro, aumento delle tasse, riduzione dei salari, pena il diniego del prestito da 20 miliardi di Euro promesso. Lo stesso ricatto che stanno subendo la Grecia e l’Ungheria e che ha sfiorato, per ora, Italia e Spagna, comunque ben pronte a prevenirlo attuando le riforme standardizzate. Il prestito del Fondo Monetario Internazionale è quanto di peggio un governo può subire, perché giocoforza, una volta concesso, ci si ascrive al club della cessione della sovranità nazionale. Ecco perché, durante i giorni caldi e drammatici di novembre, sul finire dell’era “arcoriana”, Giulio Tremonti ammoniva i suoi colleghi ministri che se avessero presentato un piano di risanamento troppo blando sarebbe calata sull’Italia intera la tagliola del prestito.

Logo del Fondo Monetario Internazionale

Logo del Fondo Monetario Internazionale

Tuttavia quei giorni sembrano relegati in un passato politicante, sempre pronto a (ri)farsi presente, e sostituito dall’era delle troike tecniche e degli uomini, da copertina beatificante del Time, come Mario Monti. Politicanti o troike, all’Italia restano da piazzare circa 400 miliardi di titoli da qui fino alla fine dell’anno bisesto e lo farà. Lo farà per finanziare il suo enorme debito che difficilmente verrà scalfito nel 2012. Lo farà perché Mario Monti e i suoi contatori rigorosi non lasciano nulla d’intentato (meno il progresso, si capisce). Lo farà perché il famigerato spread sta calando, per la verità grazie al nuovo modello draghiano di quantitative easing, la celeberrima operazione di rifinanziamento senza condizioni a tre anni di tutte le banche dell’Eurozona per quasi mezzo trilione di euro promossa dalla BCE di Mario Draghi. Lo farà perché i conti della bilancia statale, a fine 2013-14, saranno tarati come un pendolo galileiano e puliti come le ali incontaminate di un angelo.

Ma la crisi che si vive porta con sé, finalmente, una schiarita nei cieli nebulosi del Primo Mondo. Finalmente lo scacchiere è pronto, tutte le pedine sono al loro posto, e gli inni delle nazioni dovrebbero, una volta per tutte, essere sostituiti dalle pubblicità delle grandi multinazionali ma soprattutto da quella moltitudine, a dir la verità molto elitaria, di società nazionalizzate, o controllate dagli Stati, ben immesse e a loro agio nei mercati azionari. Mercati azionari interconnessi che vivono nelle Borse che, a loro volta, sono interdipendenti, considerando che la London Stock Exchange, la Borsa di Londra, controlla il listino di Piazza Affari, la Borsa di Milano, e che solo per un intervento in zona Cesarini dell’Antitrust europeo la fusione tra il Nyse Euronext di New York e la Deutsche Börse di Francoforte non si è concretizzata.

La forza degli Stati, il potere di contrattare, deriva dallo loro capacità di possedere quote, parziali o totali, nei grandi gruppi produttivi del mondo. Il mondo cinese, che ha certamente valori fondanti e antichità secolari, non potrebbe vivere senza le sue controllate come l’elefante petrolchimico Sinopec Group, o il China National Petroleum Corporation, o, ancora, la potenza mondiale del SGCC, State Grid Corporation of China, compagnia che si occupa di trasmissione e distribuzione energetica. Al tavolo della finanza mondiale, che sia a Davos o a Washington o alla Banca Mondiale, si siedono i Paesi che più mostrano le proprie controllate. Basti pensare che sempre la Cina colloca in Borsa i suoi ciclopi dal valore di miliardi di dollari come l’Agricultural Bank of China o il colosso delle costruzioni China State Construction Bank, non diversamente da quanto fa la Francia con Electricité de France che ha appena fagocitato il secondo gruppo di energia italiano Edison, o la Russia con Rosneft o VTB Group. Sarà per questo che l’8 gennaio del 2012 al centenario dell’African National Congress il presidente sudafricano Zuma non ha invitato una delegazione ministeriale italiana ma Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, controllata dello Stato Italiano, diventata il vero veicolo diplomatico del Belpaese nel continente nero immortalato dall’epopea malinconica di Ernest Hemingway. Chiamare Monti o Passera sarebbe stato non così pregno di significato rispetto al biglietto di invito offerto a Scaroni che, con il suo Cane a sei zampe, è presente in Angola, Nigeria e Congo, dove produce 400 mila barili di petrolio e gas, ha poi avviato progetti esplorativi in Togo, Gabon e Ghana, e, “last but not least”, ha scoperto un enorme giacimento di gas naturale in Mozambico. Per non citare gli interessi che l’Eni ha da sempre nel Maghreb intero, tanto che il vero ambasciatore nella Libia post gheddafiana è certamente Paolo Scaroni e non  il trinomico Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata. Rubando il mestiere a Travaglio, si aggiungerà che Scaroni ha ammesso e patteggiato la pena per mazzette di svariati milioni di lire offerte al Partito Socialista, partito grazie al quale il debito pubblico è esploso. Oltre ad essere amico del vaso di Pandora vivente Luigi Bisignani.

L'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni

L'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni

Al tavolo dei poteri ancora più evidente è la forza di posizione dei fondi sovrani come il CiC, il China Investment Corporation, che possiede una riserva del valore di 3200mila dollari, di cui un quarto in Euro, cioè circa 800mila Euro che dimezzerebbero il nostro debito pubblico portandolo al valore che il Trattato europeo appena licenziato (con l’esclusione di Regno Unito e Repubblica Ceca) richiede. Una forza economica, quella del CiC, che si guarda bene dall’investire nel Efts, il fondo Salva Stati europeo, o nel FMI, pur avendo avuto numerose richieste di aiuto, e che punta, come peraltro ha dichiarato, sui grandi gruppi europei per avere ritorni di leva finanziaria borsistica. Da poco il CiC ha acquisito, nella logica dei buoni ritorni economici, l’8,68% della Thames Water, la holding che controlla i servizi idrici di Londra. Per Andrea Ronchi, ex ministro alle Politiche Comunitarie, è la prova che il nostro referendum sull’acqua è anticaglia da pleistocene poiché, per l’ex berlusconiano ed ex finiano (e ora non si sa), consentire ai privati di entrare nell’acqua assicura poi le migliorie infrastrutturali di cui il contribuente necessita. Per un occhio meno di parte è solo l’evidenza che la potenza di fuoco di un fondo sovrano cinese può far pendere la bilancia di una politica economica di qualsiasi Stato.

Nella classifica dei fondi sovrani ai primi posti, dopo la Cina, ci sono gli Emirati Arabi e la Norvegia, vera mosca bianca europea in mezzo agli altri tre giganti mediorientali – Qatar, Arabia Saudita, Kuwait – e le tigri asiatiche Singapore e Hong Kong. Parlare ancora di complotto quando molto vistosamente i conti si saldano al tavolo delle controllate di Stato e dei fondi sovrani è tuttora materia per Philip Dick e gli scrittori postmoderni. Non esiste alcun complotto, è bene ribadirlo, la differenza la fa la Storia. E storicizzare è ancora un esercizio valido per comparare e comprendere. Alcide De Gasperi, il 10 agosto del 1946, si presentò alla Conferenza di pace a Parigi con il cappello in mano e la dignità nel cuore e nella testa. Mario Monti trasforma i suoi viaggi istituzionali in Gran Bretagna, Usa e Cina nell’opportunità di parlare e mediare con i centri finanziari più potenti del mondo: la City londinese, Wall Street e, probabilmente, lo Shanghai Stock Exchange, luoghi dove risiedono gli investitori istituzionali che comprano direttamente alla fonte i titoli e le obbligazioni, ossia il nutrimento basilare dell’economia mondiale di ogni Stato o impresa quotata in Borsa.

De Gasperi si presentò come un democratico antifascista, e lo era. Un’espressione che, se pronunciata oggi da uno dei nostri rappresentanti, originerebbe un vespaio di striscianti polemiche, quasi che il termine antifascista sia diventato nell’Italia povera, più moralmente che industrialmente, un Belzebù da esorcizzare. Il presidente del Consiglio trentino andò davanti ai potenti della Terra a reclamare, con un stile umile, fermo ed impeccabile, le dure condizioni imposte alla maciullata Italia del dopoguerra dai vincitori del ’45. E reclamò in nome della non responsabilità della larghissima maggioranza degli italiani che, pur essendo colpevoli di aver gridato poco contro il Fascismo, non avevano di certo competenza nelle scelte della mascella di Predappio che, da solo, e in pompa magna, ci diresse nella guerra più devastante che la storia patria ricordi. De Gasperi, nel ’46 a Parigi e nel ’47 in America, agì per difendere il credito morale italiano e, ora come oggi, il credito economico a cui avremmo dovuto avere e avemmo accesso. Mario Monti ha detto e dirà agli investitori istituzionali – banche, SGR, SIM, fondi d’investimento e pensione, assicurazioni ecc. – di comprare il nostro debito perché l’Italia è forte e una sua caduta farebbe crollare tutta l’impalcatura dell’Eurozona, e magari aggiungerà che il debito non è stato frutto della vita ad altezze aristocratiche degli Italiani, ma che è stato provocato dalla mala gestione della macchina statale di governi succedutisi da qui a quaranta anni.

Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

Facilmente pronosticabile che non accenni alle rampanti scalate di spesa statale che parte degli anni ’70 e gli anni’ 80 ci diedero come ben servito, o che non si soffermi sulla situazione da parata clownesca che i governi delle amministrazioni regionali, provinciali e comunali hanno perseguito. Tuttavia Monti è il de Gasperi dei giorni moderni, e non perché ne possieda la ferrea laicità, ma perché si trova in una situazione di guerra, dove l’Italia è debole e deve convincere gli altri a riporle granitica fiducia. Nel ’46 la guerra era finita, qui e adesso la guerra è guerreggiata e non si srotola a colpi di sottomarini e cannonate ma attraverso le trincee dei debiti pubblici, da difendere da attacchi di falchi, che in realtà, fanno il loro mestiere di azzanna denaro.

Non di appendice è l’altro capitolo del romanzo delle influenze rappresentato dall’universo dei “think tanks”, i famosi pensatoi, potentissimi a suggerire, limare, o spingere sull’acceleratore nel far adottare agli Stati, alle economie di mercato, agli aderenti alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale, le linee di politica economica, monetaria e finanziaria. I pensatoi più importanti sono, come le tre principali agenzie di rating, americani, i quali mantengono ben saldo lo scettro in mano, al netto dell’espansione cinese e indiana e dei rentier state arabi. Brookings Institution dell’ex vice segretario di Stato Usa Strobe Talbott, il Carnegie del politologo Moises Naim o il Peterson Institute for International Economics dell’ex assistente agli affari economici di Kissinger, Fred Bergsten, dove, peraltro, Mario Monti si è recato nel viaggio apparentemente “obamiano”. Non sono organi governativi ma, probabilmente, contano molto di più di un dipartimento economico al Ministero o addirittura di un Ministro stesso. Anche in Italia ce ne sono, e spuntano ascoltatissimi, senza che la maggior parte dei cittadini ne abbia contezza, nei vari giornali confindustriali, dell’ufficialità e nelle sedi istituzionali da cui, in parte, vengono finanziati. Dell’Istituto Affari Internazionali si apprende dal sito che è stato fondato da Altiero Spinelli. Si legge: “nel 1980 è stato eretto a ente morale con decreto del Presidente della Repubblica. Dal 1991 ha sede nel settecentesco Palazzo Rondinini, elegante esempio della Roma barocca (…) Il finanziamento è assicurato dai soci individuali e collettivi, da Enti pubblici e privati, dalle principali Fondazioni internazionali e da un contributo di legge erogato dal Ministero degli Esteri.

Fred Bergsten

Fred Bergsten

Lo IAI mira a promuovere la conoscenza dei problemi internazionali nei campi della politica estera, dell’economia e della sicurezza attraverso ricerche, conferenze, pubblicazione e formazione”.

L’altro serbatoio eminente di pensiero italico è l’Istituto Bruno Leoni che “organizza eventi e seminari, come strumenti per attivare l’attenzione del pubblico su nuove proposte di public policy ma anche per promuovere un necessario aggiornamento della cultura italiana(…) La nostra filosofia viene associata a diverse etichette: “liberale”, “liberista”, “mercatista”(…). Fondato dal filosofo Carlo Lottieri e da due giovanissimi, i giornalisti Carlo Stagnaro (1977) e Alberto Mingardi, nato addirittura nel 1981 che, a giudicare dalle bibliografie, già all’età di diciassette anni scriveva il libro “Estremisti della libertà. Dialoghi sul libertarismo nell’epoca di Internet”, nel quale intervistava politologi ed economisti tra i quali David D. Friedman, Rudolph J. Rumell e Chris M. Sciabarra. O siamo di fronte ad un genio oppure ad un individuo pieno di relazioni che contano. Fatto sta che anche in Italia, meno che in America, questi così detti pensatoi sono diventati dei veri e propri centri di potere, intellettuale e di orientamento politico, tanto che, ancora di più, la democrazia liberal democratica come l’abbiamo conosciuta rischia di perdere il suo ruolo preponderante di direttrice delle decisioni degli amministratori delegati dal popolo eleggente.

Ruolo non dissimile l’hanno le società di consulenza finanziaria come McKinsey, in cui si fece le ossa tra gli altri il Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, Deloitte, Kpmg, PriceWaterhouse e Ernst&Young,  o le grandi banche d’affari J.P. Morgan, Citibank, l’italiana Mediobanca o Goldman Sachs che suggerì lo sciagurato trucco dei conti greci, passati per essere (a torto), oltre che scialacquatori, truffatori. Queste società di consulenza suggeriscono, si occupano di ristrutturare i debiti di Enti, società e Stati interi, vengono interpellati per decisioni che la democrazia liberale ha insegnato ai propri popoli essere materia per scelte condivise, se non tanto con metodi di democrazia diretta, almeno con quelli di democrazia rappresentativa. Un cittadino greco non sapeva che il proprio Stato si era affidato ad una banca d’affari per oliare gli ingranaggi della sua macchina, come un impiegato dell’assicurazione Unipol o Fonsai non sa che c’è un Consorzio di banche europee, americane e giapponesi che decidono, forse, per il suo futuro di lavoratore stabile o esubero di un piano di riassetto, deciso da qualche manager catapultato dai centri di potere di posizione di cui si è parlato. 

Fermare il modus operandi delle cose del mondo sembra un’attività di spreco energetico, tuttavia il complotto sarebbe tale se nascosto, qui, invece, si vive una trama ben chiara e distesa nella sua complessità che difficilmente verrà fermata dalla politica dei vari paesi interessati.

Luciano Violante

Luciano Violante

Al confronto dei suddetti centri di influenza mondiale, i “think tanks” dei nostri politici sembrano più un cicaleccio da bar che organi agguerriti che fanno valere la propria idea nei collegi internazionali. Basti pensare alla Fondazione “multipartisan” Italiadecide, che conta calibri come Luciano Violante e Roberto Calderoli, o agli sforzi di Massimo D’Alema che, da ex comunista, si fa in quattro per entrare nelle strettoie elitarie del lobbismo in salsa italiana, come quando, a giugno del 2011, si presentò ad un tavolo, insieme a Lamberto Dini e Scaroni, a presiedere alla presentazione del testo “Petrolio, la nuova geopolitica del potere” dell’ex piduista Giancarlo Elia Valori. I politici che invece si sono mossi meglio nel preservare i loro rapporti personali con i grandi gruppi, finita la loro carriera, si ritrovano a spendere i galloni delle loro relazioni in lussureggianti uffici di multinazionali come l’ex premier tedesco Gerhard Schröder insediatosi nel regno del gas russo di Gazprom.

La politica mondiale, l’unica forza a cui un cittadino del mondo può anelare, è in uno stato confusionale tale che, considerati i poteri di posizione delle altre forze, palesi o velate, diventa urgente la sfida affinché la si riproponga autorevole. Una sfida che solo una nuova classe dirigente può cogliere, provando a resuscitarla dalle secche in cui è precipitata a favore di autorità e autorevolezze non rappresentative di alcun popolo.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Jeremy, analisi e conclusione perfette… la classe dirigente a venire dovrebbe, anzi deve, leggere questo scritto, ma poiché i membri delle alte frange “leggono” solo testi accademici, le probabilità che apprendano da altre fonti si riducono, ma fino a quando ci saranno autori come te, il cittadino del mondo – al quale facevi riferimento – avrà sempre la certezza di un sostegno.

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